mercoledì 18 settembre 2019

Sabato 13 novembre 1999

Camminavo per un sentiero di campagna. Il silenzio dominava incontrastato, penetrando nella mia anima e facendola esplodere in una miriade di pensieri che, a poco a poco, sfuggendo al controllo della mia coscienza, divenivano parte della realtà circostante e prendevano una forma autonoma. L'oscurità permeava l'intero essere della natura, infondendo allo stesso tempo un senso di gelo e di pace eterna. La solitudine era bella, imperitura e assassina. Il nulla troneggiava indifferente e impassibile. La morte era nel mio cuore. A un tratto mi fermai a guardare il cielo: vaghe stelle mi osservavano dalla profondità dello spazio, ma per quanto il mio sguardo vagasse tra gli astri alla ricerca di un disegno che ne facesse acquistare un senso, finiva sempre per perdersi nella vacuità universale. E all'improvviso m'accorsi di quanto indifferente fosse il mio dolore all'universo. Pensai che l'unico motivo per cui un uomo si strugge e si lamenta è la speranza che qualcosa al di sopra dell'umano abbia compassione di lui; anche e soprattutto chi non crede in nulla è sottoposto a questo meccanismo inconscio. Soltanto colui che non è più capace di soffrire ha perso davvero ogni speranza. Poiché sperare è soffrire. E io continuavo a essere dominato dal dolore: dunque speravo ancora? E perché mai, perché m'ostinavo ancora in questo pianto infantile, in questo puerile lamento? Non lo so, come non lo sapevo allora.
    Mi fermai lì dove il sentiero s'interrompeva diluendosi in quella che era stata l'aia di una fattoria ormai abbandonata. Esitante l'attraversai andandomi a sedere su di un sedile di pietra posto accanto al fabbricato. Mi accesi una sigaretta e ripresi a pensare. Mi dissi che la mia sofferenza derivava solamente dal fatto che avrei voluto essere diverso, un altro, ma chi? A questa domanda non c'era alcuna risposta; forse non volevo essere nessuno, non volevo esistere e basta. L'unica cosa di cui ero certo era che, se mi avesse visto l'io che avrei voluto essere, mi avrebbe preso a pugni. Allora cercai di definire il mio stato d'animo: non era noia, né depressione, né angoscia: era schifo. Per quanto questo termine potesse essere banale non riuscii a trovarne uno migliore; esso esprimeva in maniera potente tutto il mio essere, facendolo vibrare ogni volta che affiorava alla mia mente: schifo, schifo!
    Rimasi in compagnia di questi funesti pensieri per buona parte della notte, finché il sonno non sopraggiunse e m'addormentai come un bambino stanco dopo una lunga giornata di giochi. Quando al sorgere del sole aprii gli occhi, m'accorsi che il freddo era penetrato non solo nelle ossa, ma anche fin nel profondo della mia anima, e non lo avevo avvertito prima a causa delle mie riflessioni della notte precedente, che avevano funto quasi da scudo. Raggiunsi in fretta l'auto e mi portai fuori dalla campagna verso la città, e ancora una volta venni intrappolato dall'illusione della vita, con tutto il suo girare e rigirare a vuoto. Chissà cos'è veramente reale...