Camminavo per un sentiero di campagna. Il silenzio
dominava incontrastato, penetrando nella mia anima e facendola esplodere in una
miriade di pensieri che, a poco a poco, sfuggendo al controllo della mia
coscienza, divenivano parte della realtà circostante e prendevano una forma
autonoma. L'oscurità permeava l'intero essere della natura, infondendo allo
stesso tempo un senso di gelo e di pace eterna. La solitudine era bella,
imperitura e assassina. Il nulla troneggiava indifferente e impassibile. La
morte era nel mio cuore. A un tratto mi fermai a guardare il cielo: vaghe
stelle mi osservavano dalla profondità dello spazio, ma per quanto il mio sguardo vagasse tra gli astri alla ricerca di un disegno che ne facesse acquistare un senso, finiva sempre per perdersi nella vacuità universale. E all'improvviso m'accorsi
di quanto indifferente fosse il mio dolore all'universo. Pensai che l'unico
motivo per cui un uomo si strugge e si lamenta è la speranza che qualcosa al di
sopra dell'umano abbia compassione di lui; anche e soprattutto chi non crede in
nulla è sottoposto a questo meccanismo inconscio. Soltanto colui che non è più
capace di soffrire ha perso davvero ogni speranza. Poiché sperare è soffrire.
E io continuavo a essere dominato dal dolore: dunque speravo ancora? E perché
mai, perché m'ostinavo ancora in questo pianto infantile, in questo puerile
lamento? Non lo so, come non lo sapevo allora.
Mi fermai lì dove il sentiero s'interrompeva
diluendosi in quella che era stata l'aia di una fattoria ormai abbandonata. Esitante l'attraversai andandomi a sedere su di un sedile di pietra posto
accanto al fabbricato. Mi accesi una sigaretta e ripresi a pensare. Mi dissi
che la mia sofferenza derivava solamente dal fatto che avrei voluto essere
diverso, un altro, ma chi? A questa domanda non c'era alcuna risposta; forse
non volevo essere nessuno, non volevo esistere e basta. L'unica cosa di cui ero
certo era che, se mi avesse visto l'io che avrei voluto essere, mi avrebbe preso
a pugni. Allora cercai di definire il mio stato d'animo: non era noia, né
depressione, né angoscia: era schifo. Per quanto questo termine potesse essere
banale non riuscii a trovarne uno migliore; esso esprimeva in maniera
potente tutto il mio essere, facendolo vibrare ogni volta che affiorava alla
mia mente: schifo, schifo!
Rimasi in compagnia di questi funesti pensieri per
buona parte della notte, finché il sonno non sopraggiunse e m'addormentai come
un bambino stanco dopo una lunga giornata di giochi. Quando al sorgere del sole
aprii gli occhi, m'accorsi che il freddo era penetrato non solo nelle ossa, ma
anche fin nel profondo della mia anima, e non lo avevo avvertito prima a causa
delle mie riflessioni della notte precedente, che avevano funto quasi da scudo.
Raggiunsi in fretta l'auto e mi portai fuori dalla campagna verso la città, e
ancora una volta venni intrappolato dall'illusione della vita, con tutto il suo
girare e rigirare a vuoto. Chissà cos'è veramente reale...