martedì 12 marzo 2019

Una splendida serata

Uscì dal bar come se fosse nato in quel momento. Tutto gli sembrava nuovo, i colori, gli odori, ma soprattutto i suoni, quel continuo sottofondo urbano dell'ora di punta che gli ricordava continuamente, per contrasto, il silenzio.
    Quando arrivò all'auto trovò un vigile che gli stava mettendo sotto il tergicristalli una multa per divieto di sosta. L'agente lo guardò severo, autoritario, come se si aspettasse una reazione di rispetto e di paura, ma lui gli sorrise e il vigile se ne andò indispettito, quasi come un bambino. Strappò la multa e s'infilò in auto.
    Il traffico cittadino gli ricordò che aveva bevuto: era troppo su di giri per stare lì inchiodato ad aspettare che l'auto che lo precedeva si muovesse di un metro al massimo. Arrivò al culmine quando, sbandando nella corsia opposta, un camion stava per venirgli addosso. Il camionista, un uomo corpulento e barbuto, gli gridò qualcosa contro sua madre dopo aver suonato il clacson, e lui si limitò a mostrargli il dito medio della mano sinistra.
    Finalmente arrivò a casa, parcheggiò di nuovo in divieto di sosta e salì le scale lentamente, dondolando la testa a destra e a sinistra a ogni gradino. Arrivato al secondo piano aprì la porta velocemente e si tuffò nel suo regno: un'accozzaglia di panni sporchi e rifiuti di cibo andato a male. Aprì il frigo, prese una birra e si mise a sedere sul divano. Dopo mezz'ora si alzò e si sprofondò nel letto pensando ironicamente che la sera che sarebbe sopraggiunta tra qualche ora sarebbe stata una splendida serata.
    La sera precedente, dopo essere stato al bar, si era ritrovato sul parapetto di un ponte. Aveva guardato giù, aveva sorriso. Il mondo continuava a girare imperterrito ed era così bello, talvolta, guardare dritto negli occhi l'abisso. L'abisso gli ricordava la sua impotenza e ciò gli dava un po' di pace.
    Insomma, cazzo, doveva pur esserci un modo per fregare il sistema, non poteva certo finire così, con la grande inculata della storia e moglie e figli e carte di credito e tessere d'ogni genere e film da noleggiare e vacanze da prenotare e “sabato vado a lavare l'auto”. Eppure, si diceva, tanta gente furba ce n'era stata nel corso della storia. E tutti che avevano capitolato? Finisce così? Guardò fuori dalla finestra verso l'interno di un bar: un ragazzo in jeans e maglietta faceva il pagliaccio con una ragazza che non la smetteva mai di ridere, le automobili sfrecciavano sulla strada facendo slittare le gomme e spandendo nell'aria la musica del momento. Erano le nove di sera, ed erano passati all’incirca duemila anni dalla resa di Cristo, e si chiedeva chi diavolo avrebbe parlato mai della sua resa. Se ne stava lì inebetito ancora a porsi la grande domanda e sì, insomma, sapeva bene che quando superi un tot di anni e stai ancora lì a porti la grande domanda allora sei finito, fuori, non hai più speranza. Antonio il grande, Antonio il matto, Antonio e Cristo sulla croce allegramente insieme ai due ladroni che ti guardano e ti fanno l'occhiolino... che senso avesse tutto ciò, solo la merda può saperlo, ora più di prima.
    Pensò: <<tutto sommato sei ancora vivo>>, si accese una sigaretta e prese in mano un libro di Bukowski. Lesse una delle sue storielle, poi posò il libro al suo fianco e rimase sul letto a fissare il vuoto. Anni persi, niente di più, questa era la sua leggenda personale. Non è bello essere fuori dal mondo, sentire di non appartenere più a esso e nello stesso tempo appartenervi in maniera inestricabile; non è bello smettere di essere animali, semplicemente. Quando smetti di essere un animale e diventi uomo allora non piaci più agli altri animali ed è per questo che tutti, prima o poi, si accontentano di restare animali. Sì, forse questa era la chiave di tutto, ma era poi così importante? Chiedete sempre alla merda.
    C'era stato un tempo in cui aveva creduto di avere le redini della sua vita in mano, un tempo in cui l'universo sembrava intelligibile, ma ora i suoi pensieri, ovunque tentassero di fuggire, sbattevano sempre con un rumore sordo contro le pareti della sua scatola cranica.
    E tu, li senti i pensieri che rimbalzano continuamente nella tua testa come le molecole di un gas in un recipiente?

domenica 3 marzo 2019

Sulla necessità di infrangere le leggi al fine di... rispettarle!

Il protagonista della nostra storia è un povero fotone. Eh sì, avete letto bene, proprio un fotone! Credete forse che le particelle elementari non siano invischiate nella giungla di leggi che le governano così come noi lo siamo con le nostre leggi umane? Ebbene, dopo essere venuti a conoscenza delle vicissitudini a cui il nostro eroe fu sottoposto cambierete idea. Quanti rischi ha dovuto correre il meschino per non trovarsi nei guai al cospetto di un Dio a cui, contrariamente a quanto sosteneva Einstein, piace molto giocare a dadi! Ha dovuto comportarsi un po’ come un dirigente d’azienda che, per far quadrare i conti, deve inserire dei falsi in bilancio. Per rispettare la legge ha dovuto infrangerla!

    Tuttavia, si sa, non tutti i mali vengono per nuocere e nessuno d'altronde conosce i veri disegni del Creatore quando ci sottopone a delle prove che siamo soliti giudicare frettolosamente come aspre e ingiuste. A conti fatti, ciò che il nostro protagonista ha guadagnato dalla vicenda che mi accingo a raccontarvi vale certo le angosce da cui fu temporaneamente attanagliato. Ma veniamo ai fatti.
    Il nostro fotone viaggiava felice e sereno alla velocità della luce e il tempo per lui non scorreva, per cui si godeva in pace la sua eternità, non chiedendo altro che starsene così, sempre in viaggio, senza mai essere disturbato. Ma ahimè! Sappiamo tutti bene che la tranquillità non dura a lungo e che prima o poi arriva sempre qualcuno che ci mette i bastoni tra le ruote! Il guastafeste questa volta fu Dio in persona, il quale un giorno gli disse: <<O fotone, figlio mio, tu che porti la testimonianza della mia Luce, il tuo felice errare per le profondità dello spazio riempie il mio cuore di gioia; il tuo cammino indefesso illustra al viandante la trama stessa dello spazio-tempo, rivelandone le pieghe e gli strappi; la tua indolente corsa illumina la mia Opera. È giunto per te il momento di condividere l’energia che ti donai nel primiero tempo, affinché altri processi possano testimoniare la mia gloria. Molti sono i cammini che ti si stagliano dinnanzi: potresti venire assorbito da un elettrone facendolo saltellare d'eccitazione, oppure potresti essere semplicemente deviato da esso cambiando così la tua frequenza, o ancora potresti risalire l’erta di un campo gravitazionale e arrossarti dalla fatica, ma oggi a te chiedo di sparire semplicemente per dare luogo a una coppia di particelle costituita da un elettrone e un positrone! Fa’ un po’ come ti pare, ma sai bene che creai questo universo con delle ben determinate leggi ed esigo che si rispettino!>>
    Avreste dovuto vedere il nostro povero fotone con la fronte imperlata di sudore! Non aveva la più pallida idea circa il modo in cui avrebbe potuto esaudire il desiderio di Dio, ma si mise subito a pensarci su: non si infrangono mai le leggi impunemente!
    E così s’affrettò verso casa cercando nel frattempo di spolverare qualche vecchia nozione di fisica che gli era rimasta in mente dai tempi della scuola: ben poco, a dire il vero, perché il nostro amico in gioventù aveva preferito starsene a giocare con i suoi amici piuttosto che ascoltare le noiose lezioni del professore di scienze. Si ricordava certo delle ore passate a rincorrersi nel cortile della “Scuola delle particelle elementari”, con i bosoni W e Z che rimanevano sempre indietro rispetto ai compagni più leggeri, oppure di quando giocavano a nascondino e c’era quel loro compagno – si chiamava Higgs - che riusciva sempre a nascondersi dove nessuno poteva trovarlo; però delle lezioni di fisica non si ricordava proprio un bel niente. Decise così di passare dalla biblioteca universitaria per consultare qualche testo scientifico, nella speranza di rinfrescarsi la memoria e riuscire così a venire a capo del suo problema.    
    Dopo un paio d'ore di intensa lettura (tempo terrestre visto che per lui il tempo non scorreva) gli parve di poter fare il punto della situazione. Non è che avesse capito molto i dettagli, tuttavia era certo di una cosa: c’era bisogno di energia! Aveva appreso, infatti, che gli elettroni avevano dei gemelli chiamati antielettroni o anche positroni; tra i due non scorreva buon sangue e quando s’incontravano si azzuffavano in maniera talmente violenta da annientarsi l’un l’altro. Avevano la stessa massa, ma carica elettrica opposta. Queste le notizie sommarie ricavate sul loro conto. Di più, aveva letto che Dio era un economo maniacale: aveva creato l’Universo fissando le quantità dei vari ingredienti, e non tollerava che qualcosa fosse aggiunto o sottratto a quello che lui stesso aveva inizialmente inserito; ma il peggio era che pretendeva che tutti gli enti che fossero invischiati in un processo fisico seguissero il suo stesso esempio: se cominciavano a parteciparvi utilizzando certe quantità di diversi ingredienti, alla fine del processo le quantità, seppur rimescolate e redistribuite, dovevano rimanere sempre le stesse. Principi di conservazione venivano chiamate le leggi che stabilivano, per ciascun ingrediente, l’assoluto divieto di creare o distruggere quantità di esso al di fuori di quelle già presenti. E così, se la carica elettrica totale dei due gemelli nemici era nulla, nulla doveva essere la carica elettrica posseduta dal nostro eroe. Per fortuna il fotone non si era mai lasciato influenzare né dai campi elettrici né tantomeno dai campi magnetici, per cui sapeva di essere elettricamente neutro, e il principio di conservazione della carica elettrica era salvo. Le cose non andavano altrettanto bene però per la massa: elettrone e positrone ne possedevano, mentre il fotone – aveva appreso – non ne aveva affatto! Ora, se questo da un lato gli permetteva di scorrazzare liberamente alla velocità della luce senza sentire gli effetti del tempo, dall’altro gli impediva di realizzare i suoi piani. E non poteva certo prenderne in prestito o comprarne: doveva necessariamente attingere tutto da se stesso. Tuttavia, continuando la lettura, aveva letto la storia di un certo sfaccendato, un impiegato dell’ufficio brevetti di Berna, che ammazzava il tempo standosene con la testa tra le nuvole, sognando di cavalcare la luce o peggio (follie giovanili dell’epoca!) immaginando di lanciarsi nel vuoto all’interno di un ascensore dopo averne reciso il cavo; questo tizio, dall’aria tranquilla e irriverente, aveva scoperto che in fondo la massa e l’energia sono la stessa cosa. Ora, il nostro fotone, sebbene non si occupasse troppo del mondo che lo circondava, non era totalmente privo d’istruzione, e così sapeva che l’energia - la moneta corrente dell’universo - era la materia di cui lui stesso era fatto. Bastava così utilizzare la propria energia per creare la massa delle due particelle; l’unico problema era che, mentre coloro che avevano massa potevano semplicemente pesarsi con una bilancia, se volevano conoscerne il valore, il nostro caro amico non aveva la più pallida idea di come avrebbe potuto conoscere il suo contenuto energetico. E se la sua energia non fosse stata sufficiente a creare la coppia?
    Comunque decise che per quel giorno aveva faticato abbastanza. Guardò fuori dalla finestra e vide il sole che ormai rosseggiava all’orizzonte, riconsegnò la caterva di libri sotto cui si era letteralmente sepolto e uscì fuori all’aria aperta. L’aria mite e l’odore della primavera incipiente gli fecero dimenticare completamente il suo problema, almeno per quella sera. Giunto a casa si concesse una lunga doccia, poi si ricordò che era stato invitato alla festa a sorpresa che i leptoni avevano organizzato per un loro compagno muone, nato nell’alta atmosfera circa due milionesimi di secondo prima, e in procinto di ricevere una promozione al rango di elettrone: avrebbe seguito un corso di formazione che gli avrebbe dato la qualifica di “elettrone di valenza” e sarebbe così stato assunto in un’industria chimica, con il compito di sovrintendere a importanti reazioni.
    Quella sera il nostro fotone si divertì, spensierato ed ebbro, ballando al ritmo dell’incessante danza cosmica, assieme a tutte le altre particelle, elementari e non. Tornò a casa a notte fonda e si sprofondò nel letto, addormentandosi pressoché istantaneamente. Dormì come un bambino.
    Quando aprì gli occhi, all'alba, per qualche secondo il suo sguardo corse per la stanza, posandosi sugli oggetti a lui familiari, e questa vista consueta gli diede per poco l’illusione che tutto fosse come prima. Ma non appena la sua coscienza cominciò a poco a poco a ricomporsi, si rammentò del suo spinoso problema e fu pervaso dall’angoscia. Cosa non avrebbe dato per potersene tornare a correre nello spazio vuoto senza altre preoccupazioni! Quanto era stato stolto tutte le volte che si era lamentato della sua vita noiosa, sempre rivolta in linea retta o, come si dovrebbe dire meglio, geodetica! Mestamente, mise prima un piede poi l’altro sul pavimento e si tirò fuori dal letto. Una vertigine accompagnata da un senso di peso alla testa gli ricordarono quanto avesse bevuto la notte precedente. Si avvicinò al lavello e aprì l’acqua, chinandosi per berne un sorso. Poi, dopo essersi lavato la faccia, sollevò il busto, si guardò allo specchio ed ebbe il colpo di genio! Il fotone notò per la prima volta il suo colore!
    Ora, non dovete pensare che il nostro fotone avesse un colore come quelli che vediamo noi umani. I colori che possono assumere i fotoni sono molti di più di quelli che noi riusciamo a percepire con i nostri occhi. Se ci fossimo trovati di fronte a quello specchio assieme al nostro eroe, non avremmo visto un bel niente. Lui invece ci vide bene, eccome!
    <<Il mio colore>> pensò <<non esprime altro che la mia frequenza; deve esserci sicuramente un nesso tra frequenza ed energia, lo sento!>> E così si precipitò di nuovo in biblioteca, dove apprese di un contemporaneo dello sfaccendato dell’ufficio brevetti, una persona molto più seria di quest’ultimo, tanto scrupolosa da cercare di dimostrare di essersi sbagliato quando aveva fatto una scoperta che all'epoca appariva alquanto maleducata; questi aveva stabilito che l’energia della luce è direttamente proporzionale alla sua frequenza, e distribuita in essa in maniera granulosa, piuttosto che continua. Lo sfaccendato ci aveva messo di nuovo lo zampino, stabilendo che questi granuli di cui era composta la luce, erano vere particelle, ciascuna con la sua frequenza e quindi con la sua propria energia; queste particelle non erano altro che…fotoni! E così il nostro eroe apprese che lo sfaccendato era l’uomo che gli aveva dato un’identità, riconoscendo lui e il suo popolo. Ma la cosa più importante era che adesso aveva una chiave per proseguire nelle sue ricerche. <<Dalla mia frequenza>> argomentò <<posso risalire al valore della mia energia; e una volta conosciuta questa conoscerò la massa che sono in grado di creare.>>
    Con una semplice moltiplicazione poté calcolare il suo contenuto energetico, e quando lo confrontò col valore delle masse dell’elettrone e del positrone venne investito da un’immensa gioia. Capì di essere un prescelto, di essere stato destinato sin dalla nascita a quella missione, la sua vita acquistò un nuovo significato. Ammirò la saggezza del Creatore. La sua energia, convertita in massa, corrispondeva esattamente alla somma delle masse della coppia elettrone-positrone in quiete, non un po’ di più né un po’ di meno. E così mise a punto il suo piano: l’idea era quella di sparire semplicemente e usare la propria energia per creare le due particelle, ferme. In questo modo avrebbe conservato la massa-energia rispettando la relativa legge di conservazione.
    Scampò l'arresto per miracolo! Infatti, un attimo prima di mettersi all'opera gli venne in mente un pensiero che gli avrebbe gelato il sangue nelle vene, se mai avesse avuto delle vene. Il nostro eroe non aveva affatto pensato alla conservazione dell’impulso! La questione stava pressappoco in questi termini: Gamma – questo era il suo nome di battesimo - oltre ad avere una certa quantità d’energia, era dotato di un certo ammontare di impulso, segno inequivocabile del suo indefesso viaggiare senza mai fermarsi. Se avesse creato una coppia in quiete, l’impulso totale di tale coppia sarebbe risultato nullo, e così sarebbe stato violato il principio di conservazione dell’impulso - uno dei principi cardine posti alle fondamenta del nostro Universo - in quanto l’impulso totale iniziale (quello di Gamma) era diverso da zero, mentre l’impulso totale finale (quello della coppia) era nullo. Come avrebbe potuto sbarazzarsi del suo impulso senza che nessuno se ne accorgesse? No no, lo avrebbero arrestato ben presto!
    <<E sia!>> pensò <<vediamo di sistemare questa storia dell’impulso, facciamo la volontà del Signore e non se ne parli più!>> Ormai cominciava a essere stanco di tutta questa storia. <<In fondo>> argomentava tra sé <<quello che devo fare è mettermi in un sistema di riferimento in cui elettrone e positrone non sono fermi, ma si muovono in maniera tale da dare un impulso totale pari a quello che io posseggo, sì da conservarlo.>> Tuttavia, prima di mettersi all'opera decise di informarsi meglio e, per la terza volta, si recò in biblioteca.
    Con quale disappunto apprese che ancora una volta le idee dello sfaccendato gli mettevano i bastoni tra le ruote! La questione era che, se c’era stata una violazione in un sistema di riferimento – quello in cui la coppia elettrone-positrone era in quiete – non è che cambiando riferimento le cose si potessero mettere a posto, per così dire, gratis. La violazione rimaneva eccome! Solo che veniva spostata dall'impulso all'energia, in quanto queste due grandezze erano intimamente connesse tra loro. Nel sistema di riferimento in cui l’impulso totale veniva conservato, tale impulso andava a formare un surplus di energia, chiamata energia cinetica, che andava a sommarsi all'energia di massa della coppia: ma il fotone – abbiamo già visto – poteva rendere conto soltanto dell’energia di massa delle due particelle!
    E così Gamma era di nuovo piombato nei guai. Passarono i giorni senza che potesse venire a capo di questo spinoso problema, poi le settimane; la timidezza leggiadra della primavera fece luogo all'ardore irruento dell’estate, le altre particelle sciamavano felici sulle spiagge, intrecciandosi in un’intricata coreografia di reazioni spettacolari, ma il nostro amico se ne stava chiuso in casa, cupo e intristito. Passò anche l’estate. Una sera d’autunno – una sottile nebbia inghiottiva pigramente le cose d’intorno – mentre se ne stava seduto in un bar tutto affranto, Gamma sentì un gruppo di giovani fotoni che parlavano di un loro compagno che era riuscito a creare una coppia elettrone-positrone grazie all'aiuto di un pesante nucleo di piombo; trasalì al punto da lasciar cadere il bicchiere di whisky che teneva in mano, ma non fece in tempo a fermarli che già questi erano volati via alla velocità della luce e si sa, poiché niente viaggia più velocemente della luce, sebbene anch'esso viaggiasse a tale velocità, non poté mai raggiungerli in quanto erano partiti prima di lui. Tornò tuttavia a casa un po’ rincuorato e si mise subito a meditare sulla questione. Un nucleo di piombo… come avrebbe potuto aiutarlo? Pensò di picchiare direttamente contro di esso in maniera tale da esserne assorbito e rilasciare in seguito la coppia, ma no, non poteva funzionare! Se avesse picchiato contro il nucleo, quest’ultimo avrebbe rinculato, seppur di poco, ma tale rinculo gli avrebbe sottratto un po’ dell’energia che lui aveva giusta giusta per creare la coppia. Niente da fare! Sembrava proprio che il nostro eroe fosse condannato a subire le ire di un Dio alquanto capriccioso!
    Una sera stava facendo il bagno mentre si gustava un buon sigaro cubano. Sarà che esiste un nesso tra le vasche da bagno e il pensiero scientifico, oppure sarà soltanto una mera coincidenza ad accomunarlo ad Archimede, fatto sta che se ne stava assorto in un profondo stato meditativo e piano piano la sua mente scivolò ancora una volta verso il suo problema. Ormai era ossessionato da esso ma, ovunque muovesse il proprio pensiero, incorreva sempre in un vicolo cieco. Con i princìpi di conservazione non si scherza! Se solo avesse potuto infrangerli anche solo per un periodo breve e poi rimettere le cose a posto....
    Fu in quello stesso istante che i suoi occhi caddero sui diagrammi di Feynman che un suo collega gluone aveva dimenticato sul tavolo proprio quella mattina, e a cui lui non aveva dato granché peso… Ma certo! Il nostro fotone balzò subito fuori dalla vasca – ci mancò poco che esclamasse pure <<Eureka!>> - e corse verso la lavagna cominciando a disegnare una serie di diagrammi. Ormai l'idea era balenata nella sua mente e bastava solo un pochino d’analisi accurata per mettere a punto i dettagli, tanto più che, a causa di tutta questa storia, aveva ormai ampliato le sue letture di testi di fisica. La chiave di tutto stava nella relazione d’indeterminazione di Heisenbergnsull'energia e il tempo! I fatti stavano più o meno così: è consentita una violazione della conservazione dell’energia purché… si rimettano le cose al loro posto in un tempo breve! Quanto più vistosa è la violazione, tanto più breve deve essere fatto il lavoro e viceversa. L’importante è che Dio non abbia il tempo di accorgersene! E così il nostro fotone mise a punto il piano: <<Io dapprima sparisco creando una coppia, dotata di un impulso totale non nullo, pari all'impulso da me posseduto, sì da rispettarne la conservazione ma violando necessariamente la conservazione dell’energia; subito dopo (ma presto presto perché nessuno deve accorgersi di questa violazione) una delle due particelle create, poniamo l’elettrone, emette un nuovo fotone portandosi in un diverso stato energetico, mentre il positrone continua ad andarsene a spasso ormai libero: anche qui viene rispettata la conservazione dell’impulso ma distrutta quella dell’energia, per cui devo fare presto, ma poco importa! Ormai la coppia è creata! A questo punto ci saranno complessivamente un elettrone, un positrone e un fotone (non più io); quello che rimane da fare è sbarazzarmi del fotone, ed è qui che interviene il nucleo di piombo, il quale se l’assorbe: anche in questo processo si ha conservazione di impulso ma non conservazione di energia. Ricapitoliamo: in totale ci sono tre violazioni che, sfruttando il principio d’indeterminazione, posso far avvenire in un tempo molto breve, sì da evitare che qualcuno se ne accorga; in più faccio in modo che le violazioni si compensino tra di loro, in maniera tale che il risultato netto sia che l'energia viene conservata, e così alla fine mi ritrovo soltanto elettrone e positrone, e tutto è tranquillo! Durante il breve intervallo di tempo in cui avvengono questi processi rischio molto, ma una volta finito, l’energia finale sarà uguale a quella iniziale!>>
    E bravo il nostro Gamma! Un vero colpo di genio! Così facendo, il nostro eroe evitò le ire di Dio e in più, quando successivamente venne ricreato dopo l’annichilazione di una nuova coppia, decise di intraprendere lo studio della fisica e si iscrisse all'università. Dopo una lunga carriera densa di ricerche fruttuose nel campo delle particelle elementari (che, data la sua natura, era una ricerca di carattere più antropologico che fisico) gli fu anche assegnato il premio Nobel!    
    Ora continua a vagare felice e chissà.… magari è proprio lui quel fotone che, partendo dallo schermo del tuo pc o dalla pagina del libro che tieni in mano, sta attraversando il tuo occhio! Chissà…

venerdì 1 marzo 2019

La caduta

Il pianeta Terra ormai era vicino e io già sentivo quelle immense vibrazioni che puoi avvertire solo qui, in questa strana atmosfera. Emozioni, le chiamano così. Oh sì, mi avevano avvisato, sapevo di quest'assurda alchimia che, unica, si è sviluppata in questo angolo remoto del cosmo. Mi è stato spiegato che si tratta di un'anomalia, qualcosa di totalmente inaspettato e incomprensibile. È questo il motivo per cui ci mandano qui. Ci addestrano sin dall'inizio, ma solo intellettualmente. Per cui, inevitabilmente, tutti ci perdiamo. E così, a seconda dei casi, ci ritroviamo a essere poeti, dannati, sfigati, pazzi, sbandati, barboni, disadattati o quant'altro. Fatto sta che quando arrivi qui, soffochi. Vieni sbattuto violentemente al suolo e, prima ancora che tu possa reagire, il tuo cuore puro è già avvelenato. Il mio maestro è stato quell'erma bifronte che cedette sotto i colpi impietosi di "capei d'oro a l'aura sparsi". Ora tocca a me, ma non sono all'altezza e ho paura.    
    Il pianeta terra ormai mi sovrastava e io ero già debole e stanco. La prima cosa che vidi fu il sole e lui mi sorrise e io l'amai. Rimasi per ore a parlargli e, sai, lui sorrideva. Finché non arrossì alle mie parole d'amore e scomparve sotto il mare. Il mare. Languore immenso, dolcezza infinita, sapore di morte inebriante… perché non m'inghiottisti allora? Venne sera e con essa si accompagnò la luna e per la terza volta il mio cuore cedette. Pallida e tersa, si ergeva tra gli astri sfregiando il buio. Poi giungesti tu. Ah eterne vicende mai vissute! Sottile languore, lieve tepore, vento fresco che m'accarezza il viso, profumo e colori sgargianti! In te mi perdo.
    Oggi ho in mente il tuo mistero, qui e ora. Seduto in questo prato, senza di te io mi sento nel nulla. Chiudo gli occhi e immagino che tu, d'improvviso, appaia qui. Sento quasi un tocco leggero sulla spalla... e aprire gli occhi e vederti! E invece non mi resta che questa immane solitudine e questa profonda e incolmabile distanza che mi separa da ogni cosa, come una galassia in fuga nel più remoto cosmo.
    Una volta, quindici miliardi di anni fa, siamo stati tutti insieme, nello stesso punto. Oggi, fuggiamo in una disperata lotta contro il nulla, ma il nulla è troppo grande, persino per l'universo intero.
    Continuerò a sognare per qualche anno ancora, dopodiché la danza ritmica che anima i miei atomi cesserà. E ne verranno altri, provando quello che provo io ora. Magari un atomo di carbonio o azoto che una volta appartenne a me farà parte di loro. E io, lo saprò mai? Il mistero è tutto ciò che sento...

Jinn

Accadde tutto velocemente, in un mite pomeriggio di maggio inoltrato. L'aria era pervasa da quei dolci odori che preannunciano l'arrivo dell'estate. Odori che scatenano i sensi in un languido abbraccio con la memoria. Memoria e pensieri. Memoria di tempi remoti e forse mai vissuti, e pensieri di qualcosa di buono che potrebbe, se Dio vuole, ancora fiutarsi nell'aria.

    Camminava, come al solito, lungo il viale alberato che lo avrebbe riportato a casa dopo la solita giornata di lavoro. La gente alle fermate degli autobus era il simulacro della stanchezza, ma, in un certo senso, era anche il segnale che tutto era normale. In lontananza un cane abbaiava col naso infilato nell'universo.    
    Giunto davanti al portone, tirò fuori le chiavi e, con un gesto che ormai ripeteva a occhi chiusi, girò la chiave nella toppa, spingendo contemporaneamente la porta con l'altro braccio. Salì le scale. Stessa operazione con la porta d'ingresso. Finalmente a casa. Dopo aver posato la valigetta sul tavolo, spalancò la finestra, si accese una sigaretta e posò i gomiti sul davanzale. Di fronte a lui passavano i binari e sui binari i treni colmi di facce anonime e scialbe; più in là la campagna: profumata e silenziosa, commuoveva l'animo. S'immerse in una profonda meditazione.
    A un certo punto il telefono cominciò a squillare. Il suono, stridulo e impiccione, si insinuò nell'appartamento e cominciò a vagarvi, con piglio indagatore, stagliandosi nettamente nel silenzio. Per un capriccio misterioso del suo inconscio, decise fermamente che non avrebbe risposto, costi quel che costi. Ma il telefono insisteva, maleducato e petulante. E allora, a poco a poco, la sua fermezza si tramutò in fastidio; poi il fastidio divenne ansia; e ben presto gli s'ammutolì il respiro in gola, il cuore prese a martellare all'impazzata: si ritrovò, senza un motivo anche solo lontanamente ragionevole, nel panico. Ma non voleva, anzi, ormai più non poteva, rispondere. Assurdamente, la situazione aveva assunto il carattere della tragicità: la giustificazione della propria esistenza, il senso della storia, il destino ultimo dell'universo, tutto dipendeva dal riuscire a non rispondere a quella chiamata.
    Non ebbe scelta. Lanciò la sigaretta fuori dalla finestra e si precipitò verso la porta senza prendere né giacca, né portafogli, né altro se non se stesso. Giunto sulle scale urtò il signor Mario, e prima di uscire dal portone spintonò la signora Arianna, che se ne stava ferma davanti alla cassetta postale, concentrata sui volantini pubblicitari del supermercato, ostruendogli, per metà, il passaggio. Si lanciò in una corsa a perdifiato lungo la strada, schivando, quando poteva, i passanti; per poco non travolse un cameriere tra i tavolini all'esterno di un bar. Percorse a ritroso il viale alberato finché giunse davanti all'ingresso della stazione e si fermò nella piazza antistante, piegato con le mani sulle ginocchia, ansante e grondante di sudore. Cominciò a riflettere. Alcuni passanti si erano fermati a osservarlo con una certa curiosità, poiché, vedendolo correre a quel modo verso l'ingresso della stazione, si erano aspettati che dovesse precipitarsi all'interno per non perdere il treno, invece che fermarsi fuori. Ma lui non faceva caso a nessuno e continuava a rimuginare tra sé e sé, cercando di capire da dove fosse arrivato quell'impulso irrazionale.
    Aveva dei conti in sospeso con qualcuno? Debiti? Seccatori? Niente di tutto questo. La sua vita scorreva tranquilla e discretamente appartata, se non solitaria. Sua madre, di certo non avrebbe avuto problemi a risponderle. Quei quattro amici che ancora frequentava, volentieri li avrebbe sentiti. Pubblicità, promozioni, proposte di assicurazioni per la vita? Niente di tutto questo aveva il potere di seccarlo o spaventarlo: di solito ascoltava pazientemente quello che avevano da dire, lasciando che l'operatore recitasse la solita cantilena, e poi, con molta gentilezza e sorridendo cordialmente, rispondeva che no, proprio non era interessato; e lo faceva quasi si scusasse, quasi volesse farglielo, questo favore. Dunque, cosa? Si guardò intorno concentrato, come se cercasse una risposta nella realtà circostante, ma gli fu impossibile trovarne una. Allora pensò che sarebbe stato meglio tornarsene a casa e dimenticare l'accaduto. Nel frigorifero lo attendevano dei gamberetti surgelati e due lattine di birra, di quella chiara, leggera, come piaceva a lui. Una bella doccia, la cena e un paio d'ore davanti al televisore avrebbero riportato ogni cosa alla normalità.
    Così si mosse di nuovo verso il viale, ma dopo qualche passo si bloccò: se, giunto a casa, il telefono avesse ripreso a squillare, sicuramente sarebbe ripiombato nel panico. Il pensiero del panico potenziale nel futuro gli generò subito, per reazione, un panico reale nel presente, e non poté fare altro che sedersi su una panchina, infastidito e irritato con se stesso. Provò in tutti i modi a convincersi di quanto fosse assurdo il suo comportamento, ma non ci fu niente da fare. Ogni volta che tentava di alzarsi per dirigersi verso casa, le gambe cominciavano a tremargli, il respiro si spezzava, la strada, i passanti e tutto quanto vedeva in giro cominciava a vorticare furiosamente.
    S'alzò e si risedette più volte. Poi si spazientì, si rizzò in piedi di scatto e si mosse verso il porto, in direzione opposta a quella di casa. Più s'allontanava, più si sentiva calmare i nervi. L'aria distribuiva intorno un piacevole tepore. Tant'è – pensò – stiamocene un po' in giro e poi si vedrà.
    Inoltratosi per le vie della città vecchia e diluitosi nell'ininterrotto serpeggiare della folla sfaccendata del venerdì pomeriggio, avvenne che l'ansia fece luogo piano piano a un vago senso di vittoria. Non aveva voluto rispondere a quella chiamata e, a conti fatti, ci era riuscito. Pure, non si sentiva completamente soddisfatto, poiché desiderava poter dare un senso a quello che gli era accaduto. Comunque, l'idea di non sapere quando sarebbe potuto tornare a casa non lo inquietava affatto, poiché istintivamente sentiva che prima o poi quel momento sarebbe giunto; a poco a poco l'insoddisfazione fece luogo a un'irrazionale certezza che tutto, infine, avrebbe acquistato il suo senso naturale. Sicché decise di andare a prendere un gelato a uno dei tanti chioschetti presenti sul lungomare, sperando di ingannare il tempo.
    Il sole s'immergeva ormai dietro ai palazzi e il cielo rosseggiava, quando, dopo il gelato, si ritrovò a costeggiare un piccolo parco quadrato immerso nel cemento urbano. Lungo il perimetro erano disposte poche panchine e accanto a una di esse c'era una delle ormai rare cabine telefoniche che ancora si vedevano in città. Si sedette lì.
    Era stanco, l'aria si era rinfrescata e adesso stava considerando seriamente l'idea di tornarsene a casa e mettersi a letto. Al diavolo tutto quello che era successo in quell'assurda giornata. Eppure, sentiva che se almeno avesse trovato una causa, anche solo insignificante, sarebbe riuscito a dormire più tranquillamente. Si mise a riflettere intensamente per un ultima volta, e allora gli venne l’idea. Capì, o gli sembrò di aver capito, tutto. Immediatamente si alzò ed entrò nella cabina telefonica. Infilatosi una mano in tasca vi estrasse una moneta, la inserì nell'apparecchio telefonico e compose il numero di casa sua. Chiuse gli occhi e attese. Il telefono cominciò a squillare. Attese con gli occhi chiusi, fortemente concentrato, mentre gli squilli proseguivano, insistenti. Quando sentì che era passato un intervallo di tempo sufficiente senza ottenere risposta, riagganciò. Uscì dalla cabina e tornò a casa. Appena si fu messo a letto chiuse gli occhi e dormì serenamente.

POSTILLA

La storia di questo brevissimo racconto si snoda nel tempo attraverso un paio di episodi curiosi. Il testo originale, datato 4 febbraio 2009, e intitolato “Aborto, è il seguente:

<<Accadde tutto velocemente, in un mite pomeriggio di maggio inoltrato. L'aria era pervasa da quei dolci odori che preannunciano l'arrivo dell'estate. Odori che scatenano i sensi in un languido abbraccio con la memoria. Memoria e pensieri. Memoria di tempi remoti e forse mai vissuti e pensieri di qualcosa di buono che potrebbe, se Dio vuole, ancora fiutarsi nell'aria.

    Camminava, come al solito, lungo il viale alberato che lo avrebbe riportato a casa dopo la solita giornata di lavoro. La gente alle fermate degli autobus era il simulacro della stanchezza, ma in un certo senso era anche il segnale che tutto era normale. In lontananza un cane abbaiava col naso infilato nell'universo.
    Giunto davanti al portone, tirò fuori le chiavi e, con un gesto che ormai ripeteva ad occhi chiusi, girò la chiave nella toppa spingendo contemporaneamente la porta con l'altro braccio. Salì per le scale. Stessa operazione con la porta d'ingresso. Finalmente a casa. Dopo aver posato la valigetta sul tavolo spalancò la finestra, si accese una sigaretta e posò i gomiti sul davanzale. Di fronte a lui passavano i binari e sui binari i treni colmi di facce anonime e scialbe; più in là la campagna: profumata e silenziosa, commuoveva l'animo.
    Fu a quel punto, mentre il nostro personaggio fumava, che io persi l'ispirazione e fui colto dal sonno improvviso. Ora arranco di fronte a questo schermo. Intanto lasciamolo fumare, anzi, visto che il mio blocco potrebbe protrarsi a lungo, per evitare che si annoi, gli ho comprato un pacchetto intero di sigarette. E gli ho riempito anche un po' il frigo. Spero non me ne voglia per il disagio che gli sto arrecando>>

Ricordo ancora quella sera di febbraio mentre, a letto e col portatile appoggiato sulla pancia, scrivevo svogliatamente queste righe, e poi mi addormentavo in quella stanza che ormai sfuma nella mia memoria divenendo una sovrapposizione confusa delle diverse stanze che mi hanno ospitato nel tempo. Per un lungo periodo a quel racconto non pensai più.    

    Intanto, la primavera seguente mi era capitato un fatto curioso. Mentre correvo nel parco Lunetta-Gamberini a Bologna continuavo a rimuginare tra me alcuni passi delle Operette Morali, tanto che finì che quella sera mi ritrovai a sognare di entrare a palazzo Leopardi, in cui non ero mai stato. Nel sogno prendevo in mano dei libri firmati da Giacomo in persona, ma la cosa strana era che si trattava di testi di fisica. Interpretai la cosa come una classica bizzarria dei sogni e non ci pensai più.
    Senonché, alcuni anni dopo, nella primavera del 2017, mi stavo recando in auto a Como da solo. Era una bellissima giornata e non avevo fretta, così decisi di concedermi una piccola gita fermandomi a visitare qualche luogo. Giunto nelle Marche, decisi, per chissà quale impulso, di uscire a Recanati e visitare la celebre biblioteca di Monaldo. Quale sorpresa quando, a un certo punto, in una sala a piano terra, mi ritrovai davanti agli occhi dei testi di fisica composti dal poeta recanatese come esercitazioni giovanili assegnategli dal precettore. Subito mi venne in mente il sogno fatto anni prima, quando non avevo la benché minima idea che Leopardi potesse aver scritto tali testi!
    Ora, una persona normale avrebbe pensato a una coincidenza. Rientrerebbe pure quasi nella normalità l’anormalità di pensare a un sogno premonitore, che anticipava un’esperienza che avrei fatto in futuro. Ma siccome ho sempre trovato un certo qual gusto nell’essere anormale anche tra gli anormali, e mi era ricapitato tra le mani, in quel periodo, un articolo dei fisici Lossev e Novikov intitolato "The Jinn of the time machine: non-trivial self-consistent solutions", che avevo letto molto tempo addietro, mi piacque immaginare nella mia fantasia che quello che era accaduto è che fossi stato io stesso, quel giorno di primavera del 2017, a causare il sogno di tanti anni prima, che a sua volta mi aveva spinto, anni dopo, a visitare palazzo Leopardi.
    Preso da questi piccoli deliri, ripresi in mano il mio "Aborto" e lo modificai nel modo in cui si presenta adesso, seguendo questa idea bizzarra di un anello temporale. E proprio ora, mentre mi accingo a concludere queste righe, mi rendo conto che, forse, “Jinn” stesso potrebbe aver viaggiato indietro nel tempo, giungendo a quella sera di febbraio, e inducendo il mio io di allora a comporre “Aborto”, che a sua volta ne sarebbe divenuto la causa...