Accadde
tutto velocemente, in un mite pomeriggio di maggio inoltrato. L'aria
era pervasa da quei dolci odori che preannunciano l'arrivo
dell'estate. Odori che scatenano i sensi in un languido abbraccio con
la memoria. Memoria e pensieri. Memoria di tempi remoti e forse mai
vissuti, e pensieri di qualcosa di buono che potrebbe, se Dio vuole,
ancora fiutarsi nell'aria.
Camminava,
come al solito, lungo il viale alberato che lo avrebbe riportato a
casa dopo la solita giornata di lavoro. La gente alle fermate degli
autobus era il simulacro della stanchezza, ma, in un certo senso, era
anche il segnale che tutto era normale. In lontananza un cane
abbaiava col naso infilato nell'universo.
Giunto
davanti al portone, tirò fuori le chiavi e, con un gesto che ormai
ripeteva a occhi chiusi, girò la chiave nella toppa, spingendo
contemporaneamente la porta con l'altro braccio. Salì le scale.
Stessa operazione con la porta d'ingresso. Finalmente a casa. Dopo
aver posato la valigetta sul tavolo, spalancò la finestra, si accese
una sigaretta e posò i gomiti sul davanzale. Di fronte a lui
passavano i binari e sui binari i treni colmi di facce anonime e
scialbe; più in là la campagna: profumata e silenziosa, commuoveva
l'animo. S'immerse in una profonda meditazione.
A
un certo punto il telefono cominciò a squillare. Il suono, stridulo
e impiccione, si insinuò nell'appartamento e cominciò a vagarvi,
con piglio indagatore, stagliandosi nettamente nel silenzio. Per un
capriccio misterioso del suo inconscio, decise fermamente che non
avrebbe risposto, costi quel che costi. Ma il telefono insisteva,
maleducato e petulante. E allora, a poco a poco, la sua fermezza si
tramutò in fastidio; poi il fastidio divenne ansia; e ben presto gli
s'ammutolì il respiro in gola, il cuore prese a martellare
all'impazzata: si ritrovò, senza un motivo anche solo lontanamente
ragionevole, nel panico. Ma non voleva, anzi, ormai più non poteva,
rispondere. Assurdamente, la situazione aveva assunto il carattere
della tragicità: la giustificazione della propria esistenza, il
senso della storia, il destino ultimo dell'universo, tutto dipendeva
dal riuscire a non rispondere a quella chiamata.
Non
ebbe scelta. Lanciò la sigaretta fuori dalla finestra e si precipitò
verso la porta senza prendere né giacca, né portafogli, né altro
se non se stesso. Giunto sulle scale urtò il signor Mario, e prima
di uscire dal portone spintonò la signora Arianna, che se ne stava
ferma davanti alla cassetta postale, concentrata sui volantini
pubblicitari del supermercato, ostruendogli, per metà, il passaggio.
Si lanciò in una corsa a perdifiato lungo la strada, schivando,
quando poteva, i passanti; per poco non travolse un cameriere tra i
tavolini all'esterno di un bar. Percorse a ritroso il viale alberato
finché giunse davanti all'ingresso della stazione e si fermò nella
piazza antistante, piegato con le mani sulle ginocchia, ansante e
grondante di sudore. Cominciò a riflettere. Alcuni passanti si erano
fermati a osservarlo con una certa curiosità, poiché, vedendolo
correre a quel modo verso l'ingresso della stazione, si erano
aspettati che dovesse precipitarsi all'interno per non perdere il
treno, invece che fermarsi fuori. Ma lui non faceva caso a nessuno e
continuava a rimuginare tra sé e sé, cercando di capire da dove
fosse arrivato quell'impulso irrazionale.
Aveva
dei conti in sospeso con qualcuno? Debiti? Seccatori? Niente di tutto
questo. La sua vita scorreva tranquilla e discretamente appartata, se
non solitaria.
Sua
madre, di certo non avrebbe avuto problemi a risponderle. Quei
quattro amici che ancora frequentava, volentieri li avrebbe sentiti.
Pubblicità, promozioni, proposte di assicurazioni per la vita?
Niente di tutto questo aveva il potere di seccarlo o spaventarlo: di
solito ascoltava pazientemente quello che avevano da dire, lasciando
che l'operatore recitasse la solita cantilena, e poi, con molta
gentilezza e sorridendo cordialmente, rispondeva che no, proprio non
era interessato; e lo faceva quasi si scusasse, quasi volesse
farglielo, questo favore. Dunque, cosa?
Si
guardò intorno concentrato, come se cercasse una risposta nella
realtà circostante, ma gli fu impossibile trovarne una. Allora pensò
che sarebbe stato meglio tornarsene a casa e dimenticare l'accaduto.
Nel frigorifero lo attendevano dei gamberetti surgelati e due lattine
di birra, di quella chiara, leggera, come piaceva a lui. Una bella
doccia, la cena e un paio d'ore davanti al televisore avrebbero
riportato ogni cosa alla normalità.
Così
si mosse di nuovo verso il viale, ma dopo qualche passo si bloccò:
se, giunto a casa, il telefono avesse ripreso a squillare,
sicuramente sarebbe ripiombato nel panico. Il pensiero del panico
potenziale nel futuro gli generò subito, per reazione, un panico
reale nel presente, e
non
poté fare altro che sedersi su una panchina, infastidito e irritato
con se stesso. Provò in tutti i modi a convincersi di quanto fosse
assurdo il suo comportamento, ma non ci fu niente da fare. Ogni volta
che tentava di alzarsi per dirigersi verso casa, le gambe
cominciavano a tremargli, il respiro si spezzava, la strada, i
passanti e tutto quanto vedeva in giro cominciava a vorticare
furiosamente.
S'alzò
e si risedette più volte. Poi si spazientì, si rizzò in piedi di
scatto e si mosse verso il porto, in direzione opposta a quella di
casa. Più s'allontanava, più si sentiva calmare i nervi. L'aria
distribuiva intorno un piacevole tepore. Tant'è – pensò –
stiamocene un po' in giro e poi si vedrà.
Inoltratosi
per le vie della città vecchia e diluitosi nell'ininterrotto
serpeggiare della folla sfaccendata del venerdì pomeriggio, avvenne
che l'ansia fece luogo piano piano a un vago senso di vittoria. Non
aveva voluto rispondere a quella chiamata e, a conti fatti, ci era
riuscito. Pure, non si sentiva completamente soddisfatto, poiché
desiderava poter dare un senso a quello che gli era accaduto.
Comunque, l'idea di non sapere quando sarebbe potuto tornare a casa
non lo inquietava affatto, poiché istintivamente sentiva che prima o
poi quel momento sarebbe giunto; a poco a poco l'insoddisfazione fece
luogo a un'irrazionale certezza che tutto, infine, avrebbe acquistato
il suo senso naturale. Sicché decise di andare a prendere un gelato
a uno dei tanti chioschetti presenti sul lungomare, sperando di
ingannare il tempo.
Il
sole s'immergeva ormai dietro ai palazzi e il cielo rosseggiava,
quando, dopo il gelato, si ritrovò a costeggiare un piccolo parco
quadrato immerso nel cemento urbano. Lungo il perimetro erano
disposte poche panchine e accanto a una di esse c'era una delle ormai
rare cabine telefoniche che ancora si vedevano in città. Si sedette
lì.
Era
stanco, l'aria si era rinfrescata e adesso stava considerando
seriamente l'idea di tornarsene a casa e mettersi a letto. Al diavolo
tutto quello che era successo in quell'assurda giornata. Eppure,
sentiva
che se
almeno avesse trovato una causa, anche solo insignificante, sarebbe
riuscito a dormire
più tranquillamente. Si
mise a riflettere intensamente per un ultima volta, e
allora gli venne l’idea. Capì,
o gli sembrò di aver capito, tutto. Immediatamente si alzò ed entrò
nella cabina telefonica. Infilatosi una mano in tasca vi estrasse una
moneta, la
inserì nell'apparecchio telefonico e compose il numero di casa sua.
Chiuse gli occhi e attese. Il telefono cominciò a squillare. Attese
con gli occhi chiusi, fortemente concentrato, mentre gli squilli
proseguivano, insistenti. Quando sentì che era passato un intervallo
di tempo sufficiente senza ottenere risposta, riagganciò. Uscì
dalla cabina e tornò a casa. Appena si fu messo a
letto chiuse gli occhi e dormì serenamente.
POSTILLA
La
storia di questo brevissimo
racconto
si snoda nel tempo attraverso un paio di episodi curiosi. Il testo
originale, datato 4 febbraio 2009, e intitolato “Aborto”,
è il seguente:
<<Accadde
tutto velocemente, in un mite pomeriggio di maggio inoltrato. L'aria
era pervasa da quei dolci odori che preannunciano l'arrivo
dell'estate. Odori che scatenano i sensi in un languido abbraccio con
la memoria. Memoria e pensieri. Memoria di tempi remoti e forse mai
vissuti e pensieri di qualcosa di buono che potrebbe, se Dio vuole,
ancora fiutarsi nell'aria.
Camminava,
come al solito, lungo il viale alberato che lo avrebbe riportato a
casa dopo la solita giornata di lavoro. La gente alle fermate degli
autobus era il simulacro della stanchezza, ma in un certo senso era
anche il segnale che tutto era normale. In lontananza un cane
abbaiava col naso infilato nell'universo.
Giunto
davanti al portone, tirò fuori le chiavi e, con un gesto che ormai
ripeteva ad occhi chiusi, girò la chiave nella toppa spingendo
contemporaneamente la porta con l'altro braccio. Salì per le scale.
Stessa operazione con la porta d'ingresso. Finalmente a casa. Dopo
aver posato la valigetta sul tavolo spalancò la finestra, si accese
una sigaretta e posò i gomiti sul davanzale. Di fronte a lui
passavano i binari e sui binari i treni colmi di facce anonime e
scialbe; più in là la campagna: profumata e silenziosa, commuoveva
l'animo.
Fu
a quel punto, mentre il nostro personaggio fumava, che io persi
l'ispirazione e fui colto dal sonno improvviso. Ora arranco di fronte
a questo schermo. Intanto lasciamolo fumare, anzi, visto che il mio
blocco potrebbe protrarsi a lungo, per evitare che si annoi, gli ho
comprato un pacchetto intero di sigarette. E gli ho riempito anche un
po' il frigo. Spero non me ne voglia per il disagio che gli sto
arrecando>>
Ricordo
ancora quella sera di febbraio mentre, a letto e col portatile
appoggiato sulla pancia, scrivevo svogliatamente queste righe, e poi
mi addormentavo in quella
stanza che ormai sfuma nella mia memoria divenendo una
sovrapposizione confusa delle diverse stanze che mi hanno ospitato
nel tempo.
Per
un
lungo periodo a quel racconto
non pensai più.
Intanto,
la primavera seguente mi era capitato un fatto curioso. Mentre
correvo
nel parco Lunetta-Gamberini a Bologna continuavo a rimuginare tra me
alcuni passi delle Operette
Morali,
tanto
che finì che quella
sera
mi
ritrovai
a
sognare di
entrare a palazzo Leopardi, in
cui non ero mai stato. Nel
sogno prendevo in mano dei libri firmati da Giacomo in persona, ma la
cosa strana era che si trattava di testi di fisica. Interpretai la
cosa come una classica bizzarria dei sogni e non ci pensai più.
Senonché,
alcuni anni dopo, nella
primavera del 2017, mi stavo
recando
in auto a Como da solo. Era una bellissima giornata e non avevo
fretta, così
decisi di concedermi una piccola
gita fermandomi
a visitare qualche luogo.
Giunto nelle Marche, decisi, per
chissà quale impulso,
di uscire a Recanati e
visitare la celebre biblioteca di Monaldo. Quale sorpresa quando, a
un certo punto, in
una sala a piano terra, mi
ritrovai davanti agli occhi dei
testi
di fisica composti
dal poeta recanatese come esercitazioni giovanili assegnategli dal
precettore. Subito mi venne in mente il sogno fatto anni prima,
quando non avevo la benché minima idea che Leopardi potesse aver
scritto tali testi!
Ora,
una
persona normale avrebbe pensato a una coincidenza. Rientrerebbe pure
quasi nella normalità l’anormalità di pensare a un sogno
premonitore,
che
anticipava un’esperienza che avrei fatto in futuro.
Ma
siccome
ho
sempre trovato un certo qual gusto nell’essere anormale anche tra
gli anormali, e mi era ricapitato tra le mani, in
quel periodo, un articolo dei fisici Lossev e Novikov intitolato "The
Jinn of the time machine: non-trivial self-consistent solutions",
che
avevo letto molto tempo addietro,
mi
piacque immaginare nella mia fantasia che quello che era accaduto è
che fossi stato io stesso, quel giorno di primavera del 2017, a
causare il sogno di tanti anni prima, che a sua volta mi aveva
spinto, anni dopo, a visitare palazzo Leopardi.
Preso
da questi piccoli deliri, ripresi
in mano il mio "Aborto"
e lo modificai nel modo in cui si presenta adesso, seguendo
questa idea bizzarra di un anello temporale. E proprio ora, mentre mi
accingo a concludere queste righe, mi rendo conto che, forse, “Jinn”
stesso potrebbe aver viaggiato indietro nel tempo, giungendo a quella
sera di febbraio, e inducendo il mio io di allora a comporre
“Aborto”,
che a sua volta ne
sarebbe
divenuto la causa...