giovedì 28 febbraio 2019

Disinnescare

<<Impara a sopportare questo dolore e sarai uomo>>, disse il vecchio al ragazzo.
    <<E quando sarò uomo, cosa potrò fare?>> rispose questi, asciugandosi gli occhi dalle lacrime con l'avambraccio.
    Il vecchio rimase per qualche secondo assorto, con lo sguardo perso in una dimensione che soltanto lui poteva scrutare. Poi, come se fosse tornato da un lungo viaggio, rispose: <<Sarai capace di sopportare altri dolori>>.
    Il ragazzo abbassò la testa, in un'espressione di delusione, e rimase a lungo in silenzio, meditabondo. Poi, d'improvviso, fissò il suo sguardo in quello del vecchio e gli disse: <<Sarebbe molto più facile sopportare tutti i dolori della nostra vita, se solo avessimo le risposte alle domande fondamentali che da sempre attanagliano la mente di noi uomini, e alle quali mai si è giunti a dare una risposta definitiva. Il senso della vita, dell'essere, di tutto quello che circonda noi e che è dentro di noi, il senso del nostro stesso dolore, come si può arrivare a dare risposta a queste domande?>>
    Il vecchio sorrise, poi disse: <<Bisogna intraprendere un lungo cammino di ricerca interiore, alla fine del quale si raggiunge l'illuminazione. Soltanto in questo stato di illuminazione le risposte ci vengono presentate davanti ai nostri occhi come se si trovassero ciascuna in una busta chiusa; a quel punto, noi non dobbiamo fare altro che aprire le buste e leggere le risposte>>
    <<Qualcuno ha mai raggiunto l'illuminazione?>>
    <<Accade raramente, ma accade in ogni generazione>>
    <<Anche adesso esistono al mondo persone illuminate?>>
    <<Certamente>>
    <<E queste persone, dunque, conoscono le risposte?>>
    <<Nient'affatto>>
    <<Ma come è possibile ciò?>>
    <<Vedi, un altro nome che viene dato all'illuminazione è liberazione. Una volta che ci si trova in tale stato, ogni questione filosofica, metafisica o spirituale, diviene affatto priva di significato. Si guardano le buste che contengono le risposte alle domande, e ci si rende subito conto che esse non hanno importanza; semplicemente, si voltano loro le spalle e si va via. Le domande innescano in noi il bisogno di immergerci nella lunga e faticosa ricerca, mentre pensiamo che il nostro obiettivo sia quello di trovare le risposte; ma il vero obiettivo non sta nelle risposte; il vero obiettivo sta nella liberazione dalle domande. L'illuminazione ci mette davanti le risposte, non ce le nega, ma allo stesso tempo disinnesca le domande, sicché alla fine non abbiamo più bisogno di risposte>>
    Il ragazzo rimase esterrefatto, ma subito incalzò il vecchio: <<Ma tu come fai a sapere queste cose? Non sarai mica uno di coloro che hanno raggiunto la liberazione?>>
    Il vecchio rise di gusto, si accese la pipa e disse: <<Se avessi raggiunto l'illuminazione, avrei disinnescato tutte le domande, invece ti ho solamente dato delle risposte>>
    <<Ma allora che valore hanno queste risposte? Parlano dell'illuminazione, ma provengono da chi non ha raggiunto l'illuminazione; e se anche fossero valide, in virtù del loro stesso contenuto, non avrebbero senso dal punto di vista dell'illuminazione>>
    <<In effetti sono affatto prive di significato…>>
    Ora il ragazzo rideva.

mercoledì 27 febbraio 2019

Romanzo social III

E così la nazione, mediante referendum popolare, aveva fatto la sua scelta. La votazione si era svolta nel seguente modo: voto su Feetbook: alluce in alto per conservare l'ordinamento democratico, dito medio se invece si preferiva optare per la nascente Scemocrazia. Il voto era stato pressoché unanime. I pochi dissidenti erano stati efficacemente repressi dalla Polizia dello Stato On Line: revoca dell'e-dentità e lavori social-media-mente utili; e forzati. Anche la campagna referendaria aveva assunto toni drammatici, ma alla fine Matteo Verini, dai rostri degli studi di Barbara Struzzo, Massimo Giacchetti, Maurizio Belpieno e Paolo Del Nebbio, era riuscito a far brillare il meglio della sua eloquenza. D'ora in avanti, le decisioni venivano prese esclusivamente dal popolo, su votazione on line, previo opportuno lavaggio del cervello mediatico, che il nuovo regime aveva preferito riformulare mediante la locuzione "igienizzazione del pensiero", e che aveva reso obbligatoria - si diceva con orgoglio - per motivi sanitari, onde evitare il diffondersi di pericolose epidemie, come il "buonismo", per esempio, che tanto aveva flagellato il pianeta agli inizi del terzo millennio, e di cui finalmente ci si era liberati, si sperava, per sempre.
    Il popolo aveva vinto. Nessuno sapeva cosa, ma tutti parlavano di vittoria, e in fondo un po' d'esultanza becera, dopo tanta merda quotidianamente ingoiata, non poteva che essere liberatoria.

Antonio Rivolta, "Romanzo social", Ischitella, Edizioni Amascè, 2017

sabato 23 febbraio 2019

OFFLINE: all'incirca duemila anni fa.

Orazio s'alzò dal letto sfatto e, appoggiata la schiena al vetro della finestra, si versò ancora del vino e se ne stette con aria trasognata a guardare la ragazza, la quale era intenta a decifrare un oroscopo. Quando lei, con mente affatto candida, gli chiese la data e l'ora esatta della sua nascita per potergli tracciare il destino, Orazio rimase per qualche secondo in silenzio e guardò fuori. Il mare urlava e spumeggiava, fiaccato dal vento e sbattuto con forza sulle scogliere che si stagliavano sullo sfondo di una giornata avara di luce, diffondente un grigiore spettrale. Il giovane parlò: <<Vedi quest'inverno qui fuori, che sfianca il mare e intristisce il cielo, e pare incombere con aria minacciosa sul nostro destino? A che giova, dimmi, sapere se è l'ultimo per noi, o se invece Dio ce ne ha serbati molti altri ancora? Non è lecito conoscere le sorti che sono state attribuite a me e a te dalla potestà divina! Ma poi, non è forse meglio, qualunque cosa avverrà, accettarla? Vedi, noi siamo qui e parliamo, parliamo... ma taci un attimo, ascolta: non senti il ritmo fluente del tempo, che scandisce la danza leggiadra dell'essere? Pare innocuo e silente, ma attenta! È invidioso della nostra giovinezza e, piano piano, ma inesorabilmente, ce la sta portando via! E allora cosa aspetti? Non essere sciocca: vieni qui, versati pure vino a volontà, e, dal momento che breve è la nostra vicenda, prendi ogni tua grande speranza e ritagliala ben bene in modo che stia comoda nel breve spazio che ci è concesso. Afferra ogni attimo di questa giornata, divora il presente. Per te esista soltanto oggi: sul domani, val la pena puntare un centesimo al massimo!>>


mercoledì 20 febbraio 2019

Aleph

Si dice che quando si muore si è soli, e questo è vero. Quello che però non si dice, perché tra i vivi non si sa, è che quando si muore, o meglio, subito dopo essere morti, non si ha la benché minima idea di cosa e come sia successo. La prima sensazione che si avverte è simile a un'immane e muta esplosione di immagini, ricordi e percezioni. L'io si frantuma in una miriade vorticosa di frammenti della propria esistenza, spinti a separarsi da una disgregante forza centrifuga, finché il concetto stesso di centro, di individuo, da cui si dipartono tutti questi elementi, svanisce. Ogni singolo istante vissuto, con tutto quello che la coscienza è riuscita a registrare, si ritrova sospeso nel nulla. Non vi sono più nessi logici, rapporti di causalità, ma solo un insieme di sequenze rimescolate e messe l'una di fianco all'altra in maniera casuale.
    Tutto ciò accade a partire dai primissimi istanti dopo la morte. Sono momenti che, per la quasi totalità della gente, priva di una sufficiente maturità spirituale, costituiscono un'esperienza di pura angoscia. Provate a immaginare che un bel giorno, mentre state camminando per strada o magari siete alla guida della vostra auto, d'improvviso, senza soluzione di continuità alcuna, vi ritrovate seduti in un banco di scuola, indossate un grembiule blu scuro e la maestra vi sta bacchettando perché non avete studiato la lezione. Subito dopo siete su una spiaggia affollata e avete vent'anni. Sentite la sensazione di caldo bruciante sulla pelle. La sete. Poi appare un emporio che vende cianfrusaglie per turisti, abbarbicato sulla cima di una viuzza stretta che sale sulla collina, in una bruciante notte di luglio. Il profumo di acqua di colonia mentre a dodici anni baciate la prima fidanzatina sotto le scale antincendio della scuola, il profumo dei biscotti della nonna, l'odore degli anfibi di gomma del poliziotto che vi colpisce la faccia durante la manifestazione, vostra madre seduta al balcone che sorride mestamente, e un sole grande, che vi trafigge lasciandovi ammutoliti e pensosi. La polvere a terra e i palazzi in alto, che soffocano le cime di sparuti alberi morenti. I panni stesi fuori dai balconi ad asciugare e un treno che corre su un vecchio ponte che calpesta il parco di quartiere. L'aria fredda e pungente di un mattino di gennaio che penetra nelle narici e si fa strada fino al cuore. Una leggera brezza che accarezza la pelle pregna di sale. Una lieve malinconia. Un'acuta angoscia. E mille altri eventi che possono comporre il mosaico della vita di una persona.
    Si passa da una scena all'altra senza controllo e non si capisce cosa stia accadendo. Di certo non si ha il minimo sospetto di essere morti, tanto più che la scena finale della propria vita è totalmente assente, rimossa. Potete immaginare lo spavento che tutto ciò comporta. Semplicemente non si capisce cosa stia succedendo e in quale modo si possa gestire tale situazione. Poi, a mano a mano che l'io si disgrega, non c'è più posto per nessun tipo di considerazione e giudizio generale, e l'angoscia svanisce. Rimangono solo i ricordi sospesi nel nulla. Anzi, non i ricordi. Le scene vengono vissute direttamente.    
    Questi fatti accadono poiché, subito dopo la morte, la coscienza, non avendo più il supporto materiale del cervello, perde ogni contatto con la realtà dell'universo fisico, e di conseguenza perde la capacità di innestarsi in un filone spazio-temporale univoco. E così le singole tessere del nostro mosaico personale si disgregano e noi cessiamo di essere un individuo. Si va avanti così incessantemente, rivivendo più volte gli stessi istanti, ogni volta con l'accento posto su percezioni sensoriali diverse, e, cosa più importante, tutti questi momenti vengono rimescolati in un ordine sempre diverso. Finché un giorno non capita che due eventi legati tra loro da un nesso di causalità, per pura casualità, si ritrovano a essere vissuti nel giusto ordine. Col passare del tempo, queste coppie di eventi riordinati si moltiplicano e a essi cominciano ad aggiungersi intere sequenze, e così pian piano, anche se il quadro generale rimane affatto confuso e frammentario, comincia nuovamente a farsi strada l'idea di una certa unitarietà, di essere un individuo. Si percepisce di essere stati qualcuno, anche se non si sa chi. E, soprattutto, si percepisce il fatto di essere stati e non di essere. Ma non ritorna la paura. Una volta che si è sicuri di trovarsi al di là del fatidico istante della propria morte, nulla ha più importanza.
    La prospettiva da cui si guardano le cose terrene da qui è ineffabile. La parola gioco sarebbe la più vicina ai vostri concetti, ma sotto molti aspetti tale termine è totalmente fuorviante. Il linguaggio umano è oltremodo mutilo.
    Una volta che si è capito di essere stati un individuo, la sensazione che si prova è di avere in mano un libro spaginato, le cui stesse pagine sono spesso lacerate. Si possono leggere frammenti di una storia che si intuisce soltanto essere stata unitaria.
    A volte, per un mero gioco del caso, si ricompone un'intera pagina.
    Ricordo, per esempio, il cimitero di una piccola cittadina, e una tomba immersa nella quiete sonnacchiosa che regna in quei luoghi. Fu lì che per la prima volta vidi Giulia, col suo sorriso triste e gli occhi grandi. Veniva a portare i fiori a suo papà, morto l'anno prima. Per due anni ci amammo. Ogni mattina passava da casa mia prima di andare a lavoro (io allora – mi pare – studiavo, o almeno ci provavo) e accarezzandomi il viso mi baciava, poi mi sorrideva e andava via. Sono quasi sicuro che in quei giorni pensavo davvero di essere felice. La sera trascorrevamo ore spensierate, forse le migliori della mia vita. Fu un amore tenero di cui conservo un dolce ricordo. Poi un giorno partii. Stetti un po' via, andai di qua e di là, sospinto dal vento dell’inquietudine: mi vedo, all’epoca, alquanto tormentato da mille pensieri che mi portavano a girare e rigirare a vuoto, senza concludere mai nulla di significativo. Insomma, pian piano ci perdemmo di vista. Ma è sempre così: le cose più belle della nostra vita finiscono senza fare rumore, quasi come se fossero eventi di scarsa importanza, né un finale tragico né un epilogo trionfale, svaniscono come i sogni all'alba quando apriamo gli occhi, e forse sono davvero soltanto sogni.
    È difficile conservare un ricordo preciso degli eventi che si succedettero. Alcuni episodi sono ancora scritti chiaramente nella mia memoria, altri sono ancora ridotti a brandelli. È passato tanto tempo. Ricordo un viaggio in Australia e una rissa in un pub, durante la quale ricevetti un pugno allo stomaco; ricordo un vagone abbandonato e una comunità di senzatetto che v'imputridiva; una volta fui arrestato, sbattuto in una stanza buia e picchiato selvaggiamente per tutta la notte, ma non chiedetemi il perché. Poi ricordo una vetta che si staglia nel cielo perdendosi tra le nuvole e due omini in tunica arancione o rossa, pelati, che mi sorridono tenendo le mani giunte.
    Un'altra pagina, non affatto correlata, per quanto ne sappia, agli eventi che ho appena ricordato, si svolse in un afoso pomeriggio di luglio, mentre ero sdraiato in un parco. L'imponente sinfonia delle cicale regnava incontrastata su quell'arida distesa di cemento che era la città pressoché deserta. Posso sentire ancora adesso la sensazione che tutti fossero fuggiti via, lasciando me solo e pochi altri intrappolati in un contesto che sfumava nell'irrealtà. Gli autobus si lasciavano dietro le pensiline vuote senza fermarsi; dalla radio di un chioschetto la voce del notiziario si perdeva nella vacuità delle strade imponendosi, senza ricevere alcuna resistenza, sul silenzio postprandiale; l'orizzonte tremolava inghiottendo i palazzi in un'inondazione illusoria. Tutto ciò mi dava l'impressione di trovarmi tra le vestigia di una realtà irrimediabilmente tramontata.
    A quell'ora anche il parco era deserto. Studiando con lo sguardo il profilo di una grossa nuvola, andavo considerando la natura del mio animo, e non senza pretenziosità la paragonavo a Ulisse. Anzi ai due Ulisse: quello di Omero, tormentato dal desiderio di ritornare a casa e occuparsi della sua famiglia; e quello di Dante, pungolato da un'inesauribile sete di conoscenza. Il primo tornò infine a casa, l'altro andò a morire dinnanzi alla montagna del Purgatorio, presso cui era stato portato dall'ansia di sapere. Pronunciavo il nome dell'eroe, e nella mente si configurava la sovrapposizione schizofrenica dei due personaggi. Io, fino a quel momento (almeno così credo di vedere ora), ero stato in pieno mediterraneo, sbalzato da forze sconosciute, e non sapevo ancora cosa avrei deciso, se mi sarei spinto oltre le mie colonne d'ercole oppure sarei finalmente tornato in patria.
    A poco a poco cominciava ad arrivare gente. Tre bambini si erano messi a giocare a palla alla mia sinistra. Di fronte, le loro mamme erano sedute alla panchina e chiacchieravano. Passò un uomo e mi chiese di fargli accendere la sigaretta. Gli porsi l'accendino e lo guardai mentre armeggiava con esso. Aveva i capelli radi che cercavano di coprire come meglio potevano una testa irregolare. Il viso era scarno e il naso prominente. Mi riconsegnò l'accendino fissandomi negli occhi. Io cercai di reggere a quello sguardo ma non riuscivo a evitare il disagio crescente che a poco a poco mi stava prendendo. Alla fine parlò chiedendomi se avessi bisogno di un lavoro. Non facevo niente da tre mesi e gli risposi di sì. Mi diede appuntamento l'indomani alle sette, presso un bar anonimo, in un quartiere residenziale, tranquillo. Mentre si allontanava fui colpito dalla sua magrezza, che esprimeva una grande energia interiore. Il giorno successivo incontrai quell'uomo all'ora stabilita, nel luogo stabilito, ma le mie memorie non vanno oltre.
    I ricordi, fissati mediante le percezioni sensoriali, si sedimentano silenziosamente nella parte più riposta della nostra coscienza, che altri chiama subconscio, e, anno dopo anno, vengono sommersi da una mole sempre crescente, mentre il nostro io cosciente vive nel presente, portandosi dietro di sé tutto l'apparato della memoria intellettuale, che tesse il vago romanzo della nostra identità esteriore, contraddittorio nelle sue giunture grossolane, ma tanto utile a che riusciamo a mantenerci nell'agire: fossero attivi nelle nostre menti tutti gli attimi autentici e necessariamente non correlati tra loro dei nostri presenti passati, invano cercheremmo l'azione nel presente presente, e ci sarebbe preclusa ogni possibilità di disegnare il futuro. Questo invece è ciò che accade quando ci si ritrova da questa parte. Al di là di qualche rara isola di coerenza, gli istanti vissuti si presentano in un ordine del tutto casuale, e ciò blocca totalmente ogni azione. Poiché ogni azione presuppone un’intenzione, e ogni intenzione un passato coerente e un’altrettanto coerente proiezione nel futuro.
    Pure, nel momento di massimo disordine, tutto acquista un senso mai intuito prima. Se abbracciate con un solo sguardo l'intera vostra vita, non vi troverete alcun senso. Se la guardate istante dopo istante, e tenete tali istanti ben separati l'uno dall'altro, ne confondete l'ordine, recidendo ogni apparente nesso di causalità, allora ogni istante avrà il suo significato, ineffabile, ma che riluce nella vostra anima, come le stelle in una dolce notte d'estate.
    Giunti a questo climax, si perde nuovamente, e definitivamente, la propria identità. Dopo aver colto il senso della mia personale esperienza, ho abbandonato completamente me stesso.
    Ciò che accade dopo è semplicemente inenarrabile. Proverò a dare soltanto una pallida traccia, un frammento infinitesimale, scorto il quale rimarrete ancora a distanza infinita dalla realtà.
    Sono stato fante in trincea durante la Grande Guerra. Amanuense in un’abbazia di benedettini, provai l'estasi ottusa di perdermi nel lavoro meccanico di far scorrere l'inchiostro sulla pergamena. Ho udito, dalla mia stessa voce, il suono del dialetto attico durante un processo nell'Atene di Pericle. Donna, in un'alba del IX secolo, fui violentata durante una scorreria saracena su una spiaggia daunia, sotto gli occhi atterriti del vecchio padre e dell’amato sposo. A Babilonia, ho atteso a lungo il ritorno di mio figlio dalla battaglia di Opis, invano. Ho mangiato carne cruda nel buio di una spelonca, sulle cui pareti avevo immortalato le più gloriose scene di caccia della mia tribù.
    In seguito, la disgregazione del mio io è passata in una nuova e più violenta fase. La mia essenza, qualunque cosa essa sia, si è letteralmente diluita nell'universo.
    Sono stato un ciottolo levigato dal mare e abbandonato per secoli su una spiaggia di poveri pescatori, porgendo ogni mattina il mio volto alla potenza gloriosa del sole nascente. Sono diventato un grano di polvere interstellare in una lontana galassia a spirale. Sono stato un fotone e ho vagato centinaia di migliaia di anni all'interno di una stella prima di venirne fuori. Sono stato un atomo di carbonio, respirato da una forma di vita primordiale in un'atmosfera aliena, durante un'alba con tre soli. Ancora fotone, ho rimbalzato tra gli anelli di un pianeta gassoso, prima di trasformarmi in una coppia elettrone-positrone. Sono stato dapprima l'elettrone, poi il positrone, poi entrambi in un ineffabile legame schizofrenico. Ho soffiato, come vento, tra le piante di una flora misteriosa e solitaria, nel crepuscolo di un pianeta appena svegliatosi alla vita. Ho attraversato l'orizzonte degli eventi di un buco nero massiccio al centro di una galassia vecchia e stanca. Ho visto la fine e l'inizio del tempo. Tutti i tempi, tutti i luoghi.
    Se posso raccontarvi la mia esperienza, è perché sono stato, a un certo punto, la coscienza di colui che sta scrivendo queste pagine. Io stesso non sarei memore di quello che vi ho detto, se non fosse per questo raro miracolo: l'estensione pressoché infinita, nel tempo e nello spazio, dell'esistenza rende questo evento assai meno probabile dell'improvviso ricomporsi di una figura umana da una folata di vento che spazzi un mucchio di polvere. Eppure adesso sono qui.
    Nella coscienza del mio ignaro ospite ho appreso i brandelli della mia storia, e della storia di molti altri; nella sua coscienza ho appreso il mio stato attuale; nella sua memoria ho letto di quell'uomo che disse che noi moriamo, ma l'Universo permane: e a lui ho dedicato queste pagine.
    Questo miracolo mi ha donato la fede nell'esistenza di Dio, ma essa durerà finché non abbandonerò la mente dell'autore. Poiché, ogni considerazione metafisica, ogni questione teologica, ogni filosofia, da questa parte, è affatto priva di significato.


venerdì 15 febbraio 2019

La sfera

Non molto tempo fa mi è ritornato in mente Antonio Rivolta. Durante il periodo della mia adolescenza frequentava spesso casa nostra; lo ricordo come una persona assai distinta, piuttosto riservata. Vestiva con quella semplicità elegante che non è possibile imitare e che alcuni possiedono per natura sin dalla nascita.
    Appresi, qualche tempo dopo, che Antonio si era trasferito a Bruxelles per non so quali affari. Si occupava di alta finanza ed era sempre in giro per il mondo. Di lui mio padre aveva detto una volta: <<Proprio non capisco cosa ci faccia un uomo così nel mondo degli affari! Antonio, per sua stessa natura, è l'esatto opposto di quello che può definirsi uno speculatore, eppure di fatto lo fa di mestiere. Amante dei classici, dell'arte e della cultura in generale, è in grado di recitare a memoria interi passi dell'Iliade o della Divina Commedia. È dotato di una sensibilità e raffinatezza innate, ed è perfettamente consapevole dell'inconsistenza del denaro e di ogni attività votata all'accumulo di esso, di questa folle malattia dei nostri tempi, che considera degna di onore soltanto una vita vissuta nell'ansia del produrre per vendere per comprare e così via, in un ciclo senza fine. La straordinaria intelligenza di quest'uomo, tuttavia, si mostra proprio nel fatto che, nonostante la sua natura, non potendo fare a meno di vivere nel proprio tempo, ha deciso di calarsi in profondità in un ruolo che non gli appartiene e di diventare, in questo ruolo, il migliore di tutti noi>>.
    Un giorno, per puro caso, ero venuto a sapere, tramite non so più quale conoscente di conoscenti, che Antonio era stato riportato in città: si diceva che avesse mollato tutto e fosse uscito fuori di senno, e che risiedesse in una casa di cura chiamata Serenitas. La cosa, lì per lì, non destò in me alcuna impressione e subito dopo me ne dimenticai. In fondo Antonio non frequentava più casa mia da anni, e quando lo aveva fatto io ero troppo giovane per interessarmi a lui.
    Pure, qualche tempo fa, come ho già detto, la sua figura mi si ripresenta alla memoria nelle circostanze che seguono.
    È un mite pomeriggio di maggio e io mi ritrovo su un lungo viale alberato, in una zona della città da me mai frequentata prima. Sono circa le tre del pomeriggio e fa molto caldo. Cammino sotto una silenziosa pioggia di polline. Da qualche luogo arrivano due o tre note di flauto, appena accennate. Per il resto è silenzio. Lì vicino si trova l'albergo del mio cliente. Dobbiamo incontrarci alle sei e sono nervoso. Se non riesco a concludere l’affare perderò una grande occasione, non solo monetaria: devo confermare a tutti la mia forza, mantenere alta l'immagine. Traguardi sempre più ambiziosi: ormai non vivo più di questo, ma per questo. Non c'è tempo per altro. Mi siedo a una panchina mentre giocherello nervosamente con l'accendino e una goccia di sudore mi scende dalla tempia, giù sulla guancia. Allargo con le dita il collo della camicia: soffoco. Due ragazzini più in là giocano con un pallone. Li guardo distrattamente e mi chiedo se è vero che sia esistito un periodo della mia vita in cui masticavo lentamente il presente, sentendone vivo il sapore, invece di ingoiare tutt'intero il tempo senza neanche guardarlo. Ho bisogno di distrarmi. Mi alzo scrollandomi di dosso il polline e riprendo a camminare. Ho il telefono scarico e ciò mi procura ansia. Mi chiedo come diavolo mi sia venuta in mente l’idea di non farmi accompagnare dall’autista invece di venire qui a piedi come un povero Cristo qualunque. Sono isolato dal mondo, sono fuori dal tempo che conta, quello degli affari, che ora girano senza di me.
    Arrivato davanti al cancello di una villa immersa nel verde, alzo lo sguardo e leggo: Serenitas, ed è così che mi ricordo di Antonio. Non so quale impulso mi prenda – ultimamente mi comporto in maniera sempre più strana – ma mi sento pervadere da una smania incalzante e mi tornano alla mente vecchi ricordi che, intrecciandosi in un languido abbraccio con il pensiero della mia situazione presente, sconvolgono temporaneamente la mia coscienza. Mi decido ed entro.

Nel cassetto della scrivania di Antonio – mi dissero – avevano trovato una lettera.

<<La follia è l'unica via d'uscita ragionevole a quelle situazioni in cui la mente si chiude nel circolo vizioso della vacuità. Cadiamo nella trappola dell'apatia e dell'accidia e ci pare di essere all'interno di una sfera d'acciaio, perfettamente levigata, ermeticamente chiusa, priva di giunture; e non possiamo fare altro che starcene inebetiti a chiederci come diavolo abbiamo fatto ad entrarvi. La semplicità della situazione è talmente assurda che ci soffoca: sei chiuso e non esci. Punto. Di tanto in tanto scattiamo contro le pareti e inevitabilmente ci schiantiamo. Il pensiero gira in continuazione a vuoto, scrutando ogni singolo centimetro quadrato di tale superficie per scorgervi qualche differenza, qualche diavolo che possa salvarci, ma sistematicamente la situazione si presenta sempre uguale, banale, semplice: tu non puoi uscire. Eppure, periodicamente, torniamo sempre a scrutare la superficie; e ogni volta la frustrazione aumenta. Frustrazione e rabbia contro noi stessi che, nonostante sappiamo già non esserci via d'uscita, continuiamo tuttavia la nostra quotidiana e inutile analisi. È una situazione nauseante, stagnante, soffocante. Un continuo girare e rigirare a vuoto, ossessivamente, un accartocciarsi del nulla su se stesso. Il tempo diventa circolare, ma è talmente uguale in tutti i suoi istanti che a un certo punto scompare; e poi riappare e poi scompare… tutto diventa periodico di periodo nullo. Tutto gira e rigira su se stesso senza spostarsi neanche di uno iota.

   Escludendo il suicidio, soltanto un improvviso accesso di follia potrebbe catapultarci al di fuori di tale sfera. È solo precipitando nel baratro della demenza più nera che possiamo figurarci altrove, liberi e di nuovo rinfrancati, desiderosi, smaniosi, felici ignoranti. E non si tratta soltanto di illusione o immaginazione, no, la follia è un reale processo fisico che ci permette di superare certe barriere, così come l'effetto tunnel quantistico permette a una particella di trovarsi al di là di una barriera di energia potenziale. Se dopo tale atto riusciamo a tornare in noi stessi, allora saremo di nuovo liberi, altrimenti rimarremo per sempre folli, ma cosa importa, quando l'alternativa è comunque quella di rimanere all'interno della sfera?
Nietzsche, per esempio, era solito saltellare in continuazione dentro e fuori tale sfera, finché un giorno non è riuscito più a ritornare in sé ed è impazzito totalmente: si è liberato per sempre della sfera. Non poteva fare altrimenti poiché, ogni volta che ne usciva fuori, qualche forza misteriosa ve lo riportava dentro.
Eppure è possibile, come ho scritto prima, che qualcuno rinsavisca dopo essere diventato folle e non venga più intrappolato.
Dunque, se ne conclude che vale comunque la pena impazzire ed è meglio farlo con cognizione di causa: io so quello che sto facendo e se non ritornerò più sapete che l'ho fatto volutamente. Questo, eventualmente, è l'ultimo atto di lucidità estrema>>

Ripenso a queste parole e mi sento la gola talmente stretta che faccio fatica a respirare, e un'ansia incontrollabile s'impossessa dell'intera mia persona.
    Fermo davanti a un semaforo, in attesa di poter attraversare la strada, di riflesso mi si affacciano alla mente le seguenti parole del filosofo rumeno Bioran:

<<Talvolta qualcuno di noi arriva a sedersi, uscitone fuori, sulle sponde del grande fiume degli eventi e, tendendo l'orecchio, ode da lontano il fluire della storia e l'inutile frastuono della vita che scorre, e ne aborre. Un passo ulteriore, e quell'assordante rumore del tempo si sperderebbe nel nulla, donando la pace dell'essere. Ma un terrore più grande afferra i più, e li spinge a rituffarsi nel fiume, a continuare a cadere nel tempo>>

Rimango fulminato. Sento il bisogno di riprendere contatto con la realtà, così guardo davanti a me. Di fronte, dall'altra parte della strada, vedo un uomo in giacca e cravatta, scattato fuori da un'auto di grossa cilindrata. Parla al cellulare e si muove convulsamente, il viso arrossato, le vene gonfie sul collo. Sulla strada, la fila delle auto si scompone e ricompone freneticamente. Attraverso i finestrini scorgo dei manichini che pigiano meccanicamente sui clacson. La gente si accalca per salire e scendere dagli autobus. Una coppia litiga furiosamente ad alta voce, incurante degli sguardi, peraltro frettolosi e indifferenti, dei passanti. Per un attimo l'angoscia raggiunge il suo apice. Alzo lo sguardo e resto abbacinato dai raggi del sole, che fendono il mio sguardo col loro intricato gioco di riflessi sui vetri dei palazzi. Una gigantesca nausea mi sale dal profondo di me stesso e sento che sono sul punto di cedere. Poi scatta il verde e, raccolte tutte le forze che la paura è in grado di mettere a mia disposizione, attraverso la strada e m'immergo nella folla.

Romanzo social II


Francesco prese davvero coscienza degli effetti nefasti della sanzione ricevuta quando si trovò all'accettazione del pronto soccorso con uno squarcio che si apriva poco sopra l'orecchio sinistro. La Polizia dello Stato On-line gli aveva revocato per una settimana la sua e-dentità a causa di alcuni post ritenuti sospetti. La donna al banco gli disse: <<Mi dispiace, il suo nome non risulta nel nostro database. Non risulta presente in nessun social network o community. Non dispone di alcun profilo autenticato dall'autorità che possa dirci chi è lei. Non possiamo prestarle soccorso, perché lei, per l'e-stato, non esiste.>>

da Antonio Rivolta, "Romanzo social", Ischitella, Edizioni Amascè, 2017

Romanzo social I


Francesco, dopo aver condiviso la foto di San Zio, aggiunse il commento: <<amen>> e, con l'animo purificato di chi si sta meritando il paradiso, si spostò sulla pagina SE-NON-AMI-GLI-ANIMALI-SEI-UNA-BESTIA e lesse, sotto la foto di una cagnolina: <<Lulù, simpatica bastardina di tre anni: aiutiamola a trovare una famiglia!>>. Sotto, il commento di un tale Armando ( Army ) Spinoso diceva: <<Bastardi figli di p***na! Ma come. si fa a... lasciare un animale... abbandonarlo. Pezzi di m***da! Io a questi f***chi gli spaccherei il culo!>>. Francesco, chiudendo gli occhi e approvando con grande serietà, aggiunse un MIPIACE e scrisse: <<Concordo! Anzi io proporrei le CAMERE A GAS!>> poi volò su PIÙ-INDIGNATI-PIÙ-INFORMATI per leggervi la notizia, che arrivava direttamente dalla testata VERO-RELATIVO.COM, dell'approvazione da parte del governo di un piano di pulizia etnica nei confronti degli italiani, a favore degli immigrati. Schifato, andò comunque a verificare la notizia sulla pagina ufficiale del leader politico Matteo Verini, perché Francesco non era uno stupido, e le notizie le verificava da fonti sicure. Come temeva, tutto era vero. Allora si unì al rigurgito di commenti, ritrovandosi ben presto coinvolto in due o tre risse virtuali che lo lasciarono sfinito. Si sentì un vero guerriero al servizio della patria. Alzò lo sguardo dallo schermo del portatile e guardò fuori dalla finestra. Il sole inondava la strada, una leggera brezza coccolava i rami degli alberi, facendoli oscillare indolenti. Una donna avanzava lentamente sotto il peso delle borse della spesa. Per un attimo solo, la vita lo sfiorò. Poi, pensò alla patria tradita, alla grande cospirazione della casta e al male dilagante causato dalle scie chimiche, e concluse che non c'era tempo per mettersi a sognare: bisognava restare ancorati alla vera realtà e agire. Allora urlò: <<Maaaa'! Quando è pronta 'sta pasta?>>. Infine, pubblicato un selfie con la bocca a buco di culo, tornò a battere furiosamente sulla tastiera.


da Antonio Rivolta, "Romanzo social", Ischitella, Edizioni Amascè, 2017

lunedì 11 febbraio 2019

Strani anelli

α

Nella stanza c'erano soltanto tre oggetti: una sedia di legno, un letto e una valigia. Tra di essi si aggirava il mio fantasma. Dalla finestra poteva scorgersi la vastità della pianura, scabra ed essenziale. 
    Quando la luce del tramonto trasfigurava il paesaggio, rendendolo evanescente, ero solito sedere davanti a quella finestra per osservare il disco del sole ingigantirsi mentre sprofondava sotto la linea dell'orizzonte.
    I giorni scorrevano tutti uguali, talmente omogenei che il tempo perdeva ogni consistenza e gli istanti rimanevano sospesi, quasi indecisi se proseguire in avanti o tornare indietro.
    Chissà per quanto tempo sono rimasto in quel luogo.
    Poche erano le persone con cui avevo qualche labile contatto. Anzitutto, c'era la padrona di casa, una vedova sui sessant'anni dall'aspetto severo, ma in fondo buona: la regolare scansione delle preghiere quotidiane e uno stile di vita austero erano tutto quello che le serviva per rimanere amica alla sua coscienza e assicurarsi – ne era certa – un posto d’onore in cielo. Poi c'era il fattore, dai baffi bianchi e il cappello di paglia sempre in testa. Infine, Maria e Anna, la figlia e la moglie del fattore, che vedevo perennemente chine alla fontana a lavare i panni. Questo era il mio mondo allora: un piccolo frammento fuori dal tempo.
Per fuggire da se stessi non è necessario morire. Anzi. Morendo si cristallizza per sempre la propria identità. Per fuggire veramente da se stessi bisogna morire alla propria identità. Soltanto quando si abbandona il proprio nome e l'intricata rete di relazioni che ci stringe, continuando tuttavia a sopravvivere, soltanto allora si può guardare alla propria vicenda come se si leggesse la storia di un estraneo.
    Io ero fuggito da me stesso, ero morto alla mia identità. E pensavo, così facendo, di poter osservare con distacco quello che ero stato prima, prendendone progressivamente le distanze.
Ricordo bene il giorno della fuga. Era una mattina di settembre. Posso ancora sentire il profumo del mare nella brezza mattutina, il gridio dei gabbiani e la mano affusolata di Angelica, intrecciata delicatamente ma non senza fermezza nella mia. Quella mattina, io e mia moglie passeggiavamo a piedi nudi sulla spiaggia. Potevo sentire l'acqua fredda infiltrarsi tra le dita e provocarmi un lieve brivido, infondendomi allo stesso tempo un sereno senso di libertà. Guardavo il mare senza pensare a nulla di particolare, eppure sentivo i pensieri fluire silenziosamente nella mia testa, una catena ininterrotta di immagini, frasi, suoni. Sarebbe stato vano tentare di prenderne il controllo per cercare di comporre un qualsivoglia ordine, logico o cronologico che fosse. 
    A un tratto fui sul punto di dire qualcosa, ma rimasi in silenzio e abbassai la testa. Angelica abbassò la sua sotto la mia, mostrandomi la semplicità del suo sorriso. Il vento soffiava fresco e leggero tra i suoi capelli corvini e qualche ciocca le carezzava il viso. La baciai.
    Ricordo poi che il resto della giornata scorse serenamente. Dopo la passeggiata ci sedemmo al tavolino di un caffè, comprai il giornale e lessi distrattamente la cronaca nazionale. Poi pranzammo in un ristorante tranquillo, con un terrazzino che dava sul mare.
    Il pomeriggio scivolò via mentre eravamo sdraiati sulla spiaggia, coccolati dal sole, dal vento e dall'indistinto rumorio delle onde.
    Giunse la sera, e un forte odore di agrumi penetrava dalla finestra della camera da letto, lo specchio sul mobile di fronte alla testiera rifletteva la tenda candida, che svolazzava emettendo un lieve fruscio. Io e Angelica ci unimmo in silenzio, assorti in una danza che non potevamo fare a meno di ballare, con determinazione, quasi fosse l'ultima volta in cui eravamo l'uno alla presenza dell'altra. E in effetti, il giorno dopo io partii e non feci più ritorno.
Per molto tempo ho cercato di fare chiarezza nel mio animo, sondandone gli spazi più riposti e le vastità vertiginose. I miei occhi si posavano sul mondo esterno, nella mente si muoveva una misteriosa tempesta che sconquassava ogni equilibrio che si veniva di tanto in tanto a formare. Quante volte ho rivissuto quella giornata! Ogni volta si aggiungeva qualche nuovo particolare, mentre altri venivano accantonati, pur rimanendo in qualche modo presenti, come se fossero frasi scritte e poi cancellate, che tuttavia è possibile leggere ancora chiaramente dietro ogni cancellatura. Ho cercato ossessivamente le cause della mia fuga nei fatti più insignificanti che accaddero in quel breve spazio di ore, approdando spesso alle più varie catene di assurdità. Sarà stato forse quel passante che, urtandomi, mi fece cadere il giornale di mano? Oppure la vista di quella donna, uscita al balcone per stendere un lenzuolo turchino, la cui figura appariva, stagliandosi contro il disco solare, un sottile tizzone nero? Perduto dietro a queste illazioni deliranti, mai sono giunto a ottenere una risposta.
    Il problema più grande, quando si muore alla propria identità, è costituito dal fatto che, se non se ne ricostruisce un'altra, a poco a poco il tessuto della propria esistenza si sfibra. La rete di interazioni sociali non ci definisce soltanto agli occhi degli altri, ma soprattutto ci identifica a noi stessi. Se è complessa e articolata, allora noi siamo un'entità stabile e ben definita. Ma se vengono allentati i nodi, il contatto col mondo reale diviene sempre più sfumato; e allora memoria, percezione e immaginazione cominciano a mescolarsi e a oscillare indistintamente tra realtà e finzione.
    Essere vuol dire determinarsi in qualche modo, definirsi, cioè limitarsi. Quando si smette di essere qualcuno, allora si è liberi: l'universo si dilata oltre ogni immaginazione e ci si ritrova a fare esperienza di un nuovo stato del reale in cui vengono fuse, senza soluzione di continuità alcuna, realtà materiale e realtà mentale. Ma a poco a poco la coscienza sfuma nel nulla, e se non si ha il coraggio di immergervisi completamente, allora quel briciolo di sé che rimane è preso dal terrore. E così, ci si ritrova a correre lungo il ciglione che s'affaccia alla follia.
    Oggi, la consapevolezza di tutto ciò non mi permette di eludere la problematicità della mia esistenza e il senso di distanza che mi isola profondamente da tutto. Una distanza incolmabile, essenziale: l'angoscia che ne deriva è semplicemente ineffabile.
    Anche allora, chiuso nella mia stanza, la fronte imperlata di sudore, la sedia davanti alla finestra, mentre cercavo di asciugarmi con un fazzoletto di stoffa sottile, i ricordi di quella giornata (visioni? fantasie?) mi tempestavano come una pioggia di meteoriti. Era un affastellarsi di immagini e parole, suoni e colori, che di tanto in tanto si concretizzavano in episodi: sempre gli stessi.
    A poco a poco mi ero estraniato dalla mia stessa identità, ero morto a essa, ma ne ero diventato al contempo ossessionato.
    Facevo volare lo sguardo fuori, lungo i sentieri di campagna; passava il fattore e lo salutavo; scambiavo due parole con Maria e Anna; ma ero un fantasma, un corpo animato che viveva per inerzia: la vera vicenda si svolgeva a qualche centimetro dietro la mia fronte. La vicenda di un altro che m'ostino a chiamare io, ma che non sono più io. Una vicenda che non riesco a ricostruire né oltre né prima di quel giorno di settembre, ma che lì ristagna senza alcuna evoluzione, come se l'aver scelto di abbandonare la mia storia avesse comportato la cancellazione di tutto quello che era accaduto precedentemente a tale evento.
E così il mio mondo di allora, come dicevo, era confinato in quella stanza ed era caratterizzato dalle poche cose che prendevano vita lì intorno. Le circostanze che mi avevano portato in quel luogo non mi erano affatto chiare. Di certo vi giunsi durante una notte di fine ottobre. Il caldo si era protratto fino alle porte dell'autunno e soltanto quella sera una breve pioggia aveva attenuato, seppur di poco, la mitezza dell'aria. Bussai alla porta e, mentre aspettavo che qualcuno aprisse, guardai la luna che andava a nascondersi dietro i pochi monti che si scorgevano in lontananza. Da un luogo non definito provenivano poche, lente e struggenti note di una chitarra, che immaginai fosse sospesa nel nulla e separata da me da una distanza più temporale che spaziale.
    Quando l'anziana signora aprì la porta, stette a guardarmi a lungo dalla testa ai piedi. Mi stava aspettando (non avrebbe mai aperto a uno sconosciuto) eppure sentì il bisogno di ponderare la mia presenza fisica per qualche minuto: accettarmi in casa o meno, questo si decise in quei pochi istanti. Alla fine mi fece entrare.
    Dopo avermi fatto posare la valigia nella stanza mi mostrò la casa. Durante la cena m'istruì scrupolosamente sulle poche ma fondamentali regole da seguire. Sulla presenza in casa di donne e alcol non transigeva, e in generale si aspettava da me un comportamento morigerato. Io, d'altronde, ero ben disposto a rimanere tranquillo e anonimo, il che viene spesso interpretato come un segno di irreprensibilità.
    Quella notte abbozzai un racconto. Un'effimera ispirazione che solleticò appena la mia fantasia, poche pagine che rimasero a languire con me nella stanza. Parlava di un ragazzo alquanto tormentato, ma non riuscii mai a dare forma alla sua storia. Per lunghi giorni, giorni irreali, allucinati, credetti di avere rapporti esclusivamente con quel ragazzo, di conversare soltanto con lui. Poi, non ci pensai più.


ω

Fu in un ventoso pomeriggio di maggio che accadde quel fattaccio. Era domenica, una di quelle domeniche in cui sembra quasi che vada tutto bene, quando invece quello che funziona bene è soltanto la nostra capacità di essere stanchi di preoccuparci.
    Antonio e Giuseppe correvano in auto, mentre alle loro spalle il sole gigante del tramonto si ergeva all'orizzonte incendiando il cielo, le nuvole, la terra.
    Una curva presa troppo velocemente, e l'attrito tra le gomme e l'asfalto passò repentinamente dal regime statico a quello dinamico, con tutte le conseguenze che ciò comporta; tra le quali, ci fu la dipartita immediata di Giuseppe, volato fuori dal finestrino e andatosi a schiantare su quell'unico pezzo di guardrail rimasto su una strada che per il resto ne era priva. Antonio, ferito e incastrato tra le lamiere, urlava, sanguinava e piangeva, un po' per il dolore fisico e un po' per l’angoscia di vedere l'amico finito in quel modo.
    Fatto sta che il vento si era di colpo fermato, mentre il sole pareva ingigantirsi sempre più man mano che scendeva sotto la linea dell'orizzonte. La campagna circostante s'ammutolì: tutto pareva partecipare a quell'immane tragedia cosmica che aveva luogo in quel momento.
    Per pochi secondi ad Antonio parve di sentire la melodia di un pianoforte provenire da lontano, in direzione del mare, poi un suono cupo di campana; infine, perse conoscenza.
    Il tardo pomeriggio scorse sul viso dei due amici lasciando spazio alla sera, quando la luna ebbe finalmente la meglio sul sole. Mentre le luci di un aereo ammiccavano solcando il cielo, Antonio aprì di colpo gli occhi. Dopo qualche secondo di torpore, la sua coscienza tornò a focalizzarsi su ciò che era appena accaduto. E allora urlò. In lontananza si sentivano abbaiare dei cani, ma dalla strada non proveniva alcun rumore. Antonio cominciò a muovere piano le membra, una per volta, con delicatezza, per saggiare la sua capacità di muoversi. Mentre faceva ciò, si ricordò di Giuseppe e cercò di guardare nel punto dove l'aveva visto prima di perdere i sensi, ma non scorgeva altro che buio, atroce buio; e a un tratto, l'idea del cadavere dell'amico che fluttuava lì da qualche parte in tutto quel nero gli gelò il sangue nelle vene. Urlò di nuovo. Un irrefrenabile terrore invase ogni cellula del suo corpo, un terrore che insinuava nella sua mente una scarica di pura irrazionalità. Nel tentativo di dimenare le braccia e le gambe incastrate nelle lamiere, si lacerò profondamente e in più punti la pelle, ma non poteva fermarsi, finché fu il suo corpo a cedere di colpo, e la sua mente, quasi a volersi difendere dalla follia incipiente.
    Rimase fermo nel buio con la bocca aperta e gli occhi spalancati, per molto tempo. Poi d'improvviso, una figura umana parve materializzarsi nel buio e cominciò ad avvicinarsi al ragazzo. Quando l'ombra venne illuminata dal chiarore lunare, Antonio, con uno stupore ormai privo di terrore, vide la figura di una giovane donna dai lunghi capelli, la veste bianca, i piedi nudi. Accostatasi al ragazzo gli carezzò il viso, sorridendo. Questi alzò gli occhi verso il volto di lei e fu trafitto da uno sguardo che lo lasciò ammutolito. La bellezza di quella figura era ineffabile.  La donna sorrise e gli porse la mano; il ragazzo sentì le sue membra sciogliersi e si addormentò.
    Quando riaprì gli occhi si ritrovò in una stanza d'ospedale completamente ingessato e dolorante. Il sole pomeridiano si faceva strada attraverso le tende di una finestra, dalla quale si poteva scorgere la sagoma di un albero, le cui foglie dondolavano lentamente al vento. Sentiva le membra pesanti, come se fosse schiacciato sotto un'enorme massa. Si voltò e vide suo padre addormentato sulla sedia, con la testa appoggiata al muro, i capelli bianchi, il naso adunco. Respirava sollevando e riabbassando lentamente il petto e le spalle. Antonio avrebbe voluto tendergli una mano per accarezzarlo, ma non poteva in nessun modo muoversi. Non sapeva quanto tempo fosse passato dall'incidente e si chiedeva dove fosse Giuseppe e se i suoi genitori sapessero dell'accaduto.
    La famiglia del suo amico viveva lontano da lì e Giuseppe non aveva nessun legame veramente stretto all'infuori di Antonio. Era sempre stato un tipo schivo e riservato. Svolgeva ogni giorno il suo lavoro in banca con meticolosità e cura, dopodiché si recava al bar dove incontrava Antonio e pochi altri conoscenti per scambiare due chiacchiere davanti a una birra. Talvolta si andava al cinema, più raramente si usciva per qualche serata mondana nei locali della città. I due ragazzi si erano conosciuti durante una festa a casa della ex ragazza di Giuseppe, Daniela. Da quella sera non si erano più separati. Antonio, invece, aveva una vita sociale più varia rispetto all'amico. Viveva a casa del padre, un ricco imprenditore locale. Sua madre era scomparsa quando il ragazzo aveva poco più di nove anni. Gli affari procedevano bene e suo papà non aveva bisogno dell'aiuto del figlio se non saltuariamente, per cui Antonio, di tanto in tanto, viaggiava di qua e di là, sospinto dall'inquietudine che lo caratterizzava.
    L'infermiere entrò tenendo una flebo in mano, seguito dal dottore. Il papà di Antonio si svegliò di soprassalto e si mise in piedi. <<Allora ragazzo>>, disse il dottore, <<per questa volta ti è andata bene, ma non c'è un osso del tuo corpo che non sia rotto. Per fortuna sei forte, in breve tempo ti rimetterai in sesto>>. Mentre il dottore parlava, l'infermiere infilò l'ago della flebo nel braccio del ragazzo e questi, a sua volta, infilò lo sguardo negli occhi del padre: <<Dov'è Giuseppe?>>, disse senza scomporsi, fissando implacabilmente l'uomo.<<Antonio, sei ancora debole, stanco, cerca di riposare…>> - <<Giuseppe è morto papà! L'ho visto coi miei occhi! Dove sono i suoi genitori? Qualcuno li ha informati? Quando potrò rimettermi in piedi? Devo avvisarli!>> - <<Antonio, cerca di calmarti. I genitori di Giuseppe sono stati già avvisati dalla polizia, sono arrivati ieri, li ho fatti sistemare a casa nostra. Tu adesso devi solo riposare, più tardi verrà qualcuno a farti qualche domanda>> - <<Non voglio parlare con nessuno, lasciatemi in pace!>> - <<Ma Antonio…>>, il papà fu interrotto dal dottore che gli fece cenno di non aggiungere altro e di uscire dalla stanza. I tre uomini si chiusero la porta dietro le spalle e il ragazzo rimase solo.
Passarono i giorni e il funerale ebbe luogo. Antonio riuscì finalmente a rimettersi in piedi. La normalità, a poco a poco, si faceva strada ineluttabile, caparbia. Insensibile e indiscreta, s'insinuava tra le pieghe del dolore, modificandone per lenti ma inesorabili cambiamenti la qualità. Certo qualcosa nell'animo del ragazzo era irreversibilmente mutato. Il silenzio prese il posto del suo amico, e i suoi vagabondaggi divennero via via più irrequieti e più frequenti.
    Più di una volta si ritrovò sul luogo dell'incidente, a brancolare alla ricerca di qualcosa, che nel suo animo tormentato non riusciva a prendere una forma definita. Cercava la pace, cercava una motivazione, cercava… ma forse non cercava affatto.
    L'animo umano, stretto nella morsa dell'inquietudine, è obbligato, suo malgrado, a subire l'azione di un continuo pungolo, a essere tormentato da forze misteriose, il cui unico scopo pare essere quello di negare la quiete. Si è soliti chiamare questo movimento emotivo - quando è continuo e non lascia requie - ricerca interiore, e invece è soltanto tortura dell'anima, non necessariamente destinata a risolversi verso una qualsivoglia finalità. Gli eventi tragici che accadono nella vita, e che sembrano determinare questa disposizione d'animo, sono in realtà soltanto dei catalizzatori. Questi temperamenti agitati, queste anime ad alto rischio sismico, vengono sconquassati di tanto in tanto da immani scosse, che si alternano a lunghi periodi di modesta ma continua attività. Ma dopo ogni grande evento, la normalità ristabilita non è mai la stessa di prima. La realtà prende a essere illuminata da una luce diversa. L'aria circostante ha sì assorbito l'onda d'urto, ma pare sfibrata, stanca, quasi spaventata.
    A ogni modo la vita quotidiana, formidabile medicina naturale, prese il sopravvento.
    Una sera di metà luglio, qualche tempo dopo, Antonio passeggiava per le strade di Versailles. Erano più o meno le venti e c'era ancora molta luce. Il ragazzo avanzava lentamente in rue de Savoie, immerso in un'atmosfera trasognata, ascoltando l'eco dei propri passi. Le strade erano pressoché deserte. Dalle case proveniva il rumore delle stoviglie, stralci di notiziari alla televisione, qualche scampolo di conversazione tra adulti e improvvisi scoppi d'ilarità di bambini. Tutto ciò concorreva a comporre una singolare sonata del quotidiano, che donava un'inattesa sensazione di pace all'animo del ragazzo. Per il resto, in strada regnava il silenzio, e l'aria sembrava quasi brillare di una luce bianca.
    Giunto alla svolta per rue d'Angiviller, Antonio riconobbe di non essere più in grado di trovare l'albergo dove alloggiava. Decise di risalire verso Boulevard du Roi per poi continuare ancora su rue d'Angiviller e raggiungere la stazione Rive Droite, nella speranza di poter chiedere informazioni a qualcuno. Fu lì che conobbe Juliette. Chiacchierarono a lungo e di cose futili. La ragazza lavorava in una boutique a Montmartre. Conduceva una vita semplice, scandita dalle giornate a lavoro e dalle serate con gli amici. Suo padre, francese, era un pilota di linea, mentre sua madre, italiana, dipingeva. Il giorno seguente lei presentò Antonio alla sua compagnia e da quel momento si inaugurò una serie di serate spensierate per le vie di Parigi.
    In una di queste serate, Antonio conobbe Jean Paul, studente di filosofia, un ragazzo allampanato, dagli occhi trasognati, interamente posseduto dal demone della cultura ellenica. L'ultima alba del mese colse i due nuovi amici che partivano alla volta di Atene. Di lì poi si spostarono sull'isola di Evia, ospiti in una villa su una collina denominata Panorama, a Eretria. Dal balcone si dominava con lo sguardo il golfo. Una strada serpeggiava tra i boschi e conduceva alla città. A metà di essa, vegliava solitaria una cabina telefonica. Antonio l'utilizzò ogni sera, lasciando di proposito il telefono cellulare in camera, per avere il pretesto di fare due passi in solitudine. Chiamò suo padre, Juliette, Daniela. Non ebbe il coraggio di chiamare i genitori di Giuseppe.
    A Skiathos conobbero Armando, un pizzaiolo italiano, che d'estate lavorava in quell'isola, mentre d'inverno viveva in Germania. E questi, un giorno, a Glossa, presentò ad Antonio Eva, una donna di trentacinque anni, longilinea, dai capelli neri e lisci, con cui ebbe una breve relazione.
    Partì con lei alla volta di Buenos Aires, dove la donna lavorava alla Biblioteca Nazionale. Quando si lasciarono, Antonio non rientrò in Italia.

Quello che accadde dopo, e le circostanze che lo portarono dove lo portarono, non è affatto chiaro. Di certo vi giunse durante una notte di fine ottobre. Il caldo si era protratto fino alle porte dell'autunno e soltanto quella sera una breve pioggia aveva attenuato, seppur di poco, la mitezza dell'aria. Bussò alla porta e, mentre aspettava che qualcuno aprisse, guardò la luna che andava a nascondersi dietro i pochi monti che si scorgevano in lontananza. Da un luogo non definito provenivano poche, lente e struggenti note di una chitarra, che immaginò fosse sospesa nel nulla e separata da lui da una distanza più temporale che spaziale.
    Quando l'anziana signora aprì la porta, stette a guardarlo a lungo dalla testa ai piedi. Lo stava aspettando (non avrebbe mai aperto a uno sconosciuto) eppure sentì il bisogno di ponderare la sua presenza fisica per qualche minuto: accettarlo in casa o meno, questo si decise in quei pochi istanti. Alla fine lo fece entrare.
    Dopo avergli fatto posare la valigia nella stanza gli mostrò la casa. Durante la cena l'istruì scrupolosamente sulle poche ma fondamentali regole da seguire. Sulla presenza in casa di donne e alcol non transigeva, e in generale si aspettava da lui un comportamento morigerato. Lui, d'altronde, era ben disposto a rimanere tranquillo e anonimo, il che viene spesso interpretato come un segno di irreprensibilità.
    Quella notte abbozzò un racconto. Un'effimera ispirazione che solleticò appena la sua fantasia, poche pagine che rimasero a languire con lui nella stanza. Parlava di un uomo alquanto tormentato, ma non riuscì mai a dare forma alla sua storia. Per lunghi giorni, giorni irreali, allucinati, credette di avere rapporti esclusivamente con quell’uomo, di conversare soltanto con lui. Poi, non ci pensò più.

domenica 10 febbraio 2019

In trincea

La pioggia cadeva ininterrottamente da una settimana. C’era fango dappertutto. Faceva freddo e la ferita al ginocchio mi tormentava ormai quotidianamente con febbre alta e delirio. E poi c'era la fame, tanta fame. Eravamo poco più che ragazzini e ci guardavamo l'un l'altro sperando di trovare anche solo una briciola di coraggio nel viso del compagno. Pensavamo che, se ci fosse stato almeno uno di noi a non aver paura, allora ci saremmo potuti affidare alla sua sicurezza. Invece provavamo tutti la stessa sensazione e ciò rendeva il terrore reale. Un terrore reale immerso in un'atmosfera d'irrealtà.
    Ogni tanto riuscivo a guardare la foto di Maria senza correre il pericolo d'impazzire. Ma solo ogni tanto. Devi farlo, devi dimenticare che esiste un mondo esterno, una vita normale, quando sei infilato dentro quel buco.
    Quando ero a casa, scavavo dalla mattina alla sera assieme a mio padre per più di dieci ore al giorno e la paga bastava a malapena per comprare un pugno di farina. Bisognava sfamare la mamma e i fratellini e spesso io e lui non mangiavamo nulla. Come ci reggevamo in piedi, Dio solo lo sa, ma non è questo il punto. Quella vita, quella povertà estrema, piena di lavoro e stenti, era comunque un nemico che ti sfidava a viso aperto. La gente come noi l'affrontava da sempre. In quella trincea, invece, tutto era sospeso e le cose potevano precipitare da un momento all'altro. Il nemico aveva vagamente l'aspetto di una bandiera e il colore di una divisa, ma per il resto era invisibile e per questo ci terrorizzava.
    L'attesa tra un assalto e l'altro straziava l'anima, strappandola in tanti minuti brandelli sanguinolenti. E dopo ogni battaglia qualche amico non tornava più. Non sapevi se era morto o agonizzava in qualche putrido stagno, magari a qualche metro  da te, senza avere la voce per chiedere aiuto, e tu non potevi andare a cercarlo. No, meglio dimenticare di essere uomini. È più facile.
    Una volta la vidi, Maria. Mi si avvicinò piano e mi strinse la mano. Piangeva. Mi sollevai di scatto cercando di abbracciarla e in quello stesso istante s'alzò il grido: <<Avanti Savoia!>> Maria scomparve. Imbracciai la baionetta e saltai fuori. Il ginocchio mi sanguinava e caddi. Mi rialzai e cercai di riprendere la corsa. Pensavo a mamma. Fui arrestato da un colpo secco al petto, sordo; subito dopo un bruciore intenso ma brevissimo. Caddi in ginocchio, stupito. Poi nero.

Incipit

Ero di nuovo al verde. E sulla strada. Ricominciare tutto daccapo, a trent'anni. Il tempo delle esperienze è circolare, non il tempo biologico però. 
    Un atroce silenzio pervadeva il ponte, l'oscurità serpeggiava tra nuvole di nebbia. Una sigaretta e un cerino erano tutto quello che possedevo. La sigaretta tra qualche minuto si sarebbe tolta il pensiero, il cerino pure, ma io no, io e questo ponte e la città e tutti i fottuti disperati che, loro malgrado, calpestano il suolo amaro di una vita vissuta senza capire.
    Guardai l'acqua sotto di me e l'acqua mi guardò e sorrise invitandomi. L'istinto di conservazione mostra chiaramente che è tutta una truffa, tutto manovrato da chissà chi o cosa, altrimenti perché non saltare da quel ponte, sentire lo schianto dell'acqua dura sulla faccia e farla finita, se è questo quello che vuoi?
    Mi portavo il mio inferno sulle spalle, col capo chino, e vedevo chiaramente l'inferno altrui. È incredibile constatare come l'amore e l'odio siano maledettamente simili. Ancora più incredibile è cercare di sondare i confini dell'animo umano e confondersi nella loro continua sfuggevolezza. Il mare del bene lambisce in continuazione le spiagge del male, nella stessa persona, nello stesso momento. Tutto ciò che è umano è stato costruito su una, assoluta assunzione: l'uomo è coerente. Niente di più sbagliato. Perché mai, sennò, dopo millenni di storia, nulla funziona ancora?
    Questi erano pressappoco i miei pensieri quando giunsi davanti alla stazione. Un barbone mi fece cenno d'avvicinarmi e mi disse: <<Amico, non hai una bella faccia, c'è qualcosa che tormenta la tua anima>>. <<È la mia stessa anima, che tormenta la mia anima>>, risposi, prima di voltarmi e proseguire verso la mia meta.
    La mia meta era un vagone abbandonato, che riposava su binari morti. Prima di sprofondarmi nel sonno, mi fermai un attimo fuori e decisi di accendermi la mia ultima sigaretta. Fumavo e pensavo. L'odore buono dell'erba, il sapore del sangue in bocca, quel primo bacio dato proprio lì, sotto casa mia, un abbraccio scambiato in una mite sera di settembre, il bucato steso al sole e la gioia la sconfitta la depressione la malvagità l'affetto profondo. Questo sono io. Questo sei tu. Nient'altro. 
    Guardavo le stelle e l'universo intero moriva in uno spasimo senza poesia. Oppure ero io che morivo? Quando si muore si rimane soli, dunque io da sempre continuavo a morire...
    Poi d'un tratto s'alzò un venticello fresco, che mi accarezzò il viso. Guardai verso il cielo e la luna mi fece l'occhiolino. Mi sedetti a terra, poggiando la schiena al vagone. Chiusi gli occhi.
    In fondo va tutto bene. Anche se sono lontano anni luce dal riuscire a esprimere quello che sento, e ciò mi tormenta. Un altro tentativo andato a vuoto.