α
Nella
stanza c'erano soltanto tre oggetti: una sedia di legno, un letto e
una valigia. Tra
di essi
si aggirava il mio fantasma. Dalla finestra poteva scorgersi la
vastità della pianura, scabra ed essenziale.
Quando
la luce del tramonto trasfigurava il paesaggio, rendendolo
evanescente, ero solito sedere davanti a quella finestra per
osservare il disco del
sole
ingigantirsi mentre sprofondava sotto la linea dell'orizzonte.
I
giorni scorrevano tutti uguali, talmente omogenei che il tempo
perdeva ogni consistenza e gli istanti rimanevano sospesi, quasi
indecisi se proseguire in avanti o tornare indietro.
Chissà
per quanto tempo sono rimasto in quel luogo.
Poche
erano le persone con cui avevo qualche labile contatto. Anzitutto,
c'era la padrona di casa, una vedova sui sessant'anni dall'aspetto
severo, ma in fondo buona: la regolare scansione delle preghiere
quotidiane e uno stile di vita austero erano tutto quello che le
serviva per rimanere amica alla sua coscienza e assicurarsi – ne
era certa – un posto d’onore in cielo.
Poi c'era il fattore, dai
baffi bianchi e il cappello di paglia sempre in testa. Infine, Maria
e Anna, la figlia e la moglie del fattore, che vedevo perennemente
chine alla fontana a lavare i panni. Questo era il mio mondo allora:
un piccolo frammento fuori dal tempo.
Per
fuggire da se stessi non è necessario morire. Anzi. Morendo si
cristallizza per sempre la propria identità. Per fuggire veramente
da se stessi bisogna morire alla propria identità. Soltanto quando
si abbandona il proprio nome e l'intricata rete di relazioni che ci
stringe, continuando tuttavia a sopravvivere, soltanto allora si può
guardare alla propria vicenda come se si leggesse la storia di un
estraneo.
Io
ero fuggito da me stesso, ero morto alla mia identità. E pensavo,
così facendo, di poter osservare con distacco quello che ero stato
prima, prendendone progressivamente le distanze.
Ricordo
bene il giorno della
fuga.
Era una mattina di settembre. Posso
ancora sentire
il profumo del mare nella brezza mattutina, il gridio dei gabbiani e
la mano affusolata di Angelica, intrecciata delicatamente ma non
senza fermezza nella mia. Quella mattina, io e mia moglie
passeggiavamo a piedi nudi sulla spiaggia. Potevo sentire l'acqua
fredda infiltrarsi tra le dita e provocarmi un lieve brivido,
infondendomi allo stesso tempo un sereno senso di libertà. Guardavo
il mare senza pensare a nulla di particolare, eppure sentivo i
pensieri fluire silenziosamente nella mia testa, una catena
ininterrotta di immagini, frasi, suoni. Sarebbe stato vano tentare di
prenderne il controllo per cercare di comporre un qualsivoglia
ordine, logico o cronologico che fosse.
A
un tratto fui sul punto di dire qualcosa, ma rimasi in silenzio e
abbassai la testa. Angelica abbassò la sua sotto la mia, mostrandomi
la semplicità del suo sorriso. Il vento soffiava fresco e leggero
tra i suoi capelli corvini e qualche ciocca le carezzava il viso. La
baciai.
Ricordo
poi che il resto della giornata scorse serenamente. Dopo la
passeggiata ci sedemmo al tavolino di un caffè, comprai il giornale
e lessi distrattamente la cronaca nazionale. Poi pranzammo in un
ristorante tranquillo, con un terrazzino che dava sul mare.
Il
pomeriggio scivolò via mentre eravamo sdraiati sulla spiaggia,
coccolati dal sole, dal vento e dall'indistinto rumorio delle
onde.
Giunse
la sera, e un forte odore di agrumi penetrava dalla finestra della
camera da letto, lo specchio sul mobile di fronte alla testiera
rifletteva la tenda candida, che svolazzava emettendo un lieve
fruscio. Io e Angelica ci unimmo in silenzio, assorti in una danza
che non potevamo fare a meno di ballare, con determinazione, quasi
fosse l'ultima volta in cui eravamo l'uno alla presenza dell'altra. E
in
effetti, il giorno dopo io partii e non feci più ritorno.
Per
molto tempo ho cercato di fare chiarezza nel mio animo, sondandone
gli spazi più riposti e le vastità vertiginose. I miei occhi
si posavano sul mondo esterno, nella mente si muoveva una misteriosa
tempesta che sconquassava ogni equilibrio che si veniva di tanto in
tanto a formare. Quante volte ho rivissuto
quella giornata! Ogni volta
si aggiungeva qualche nuovo particolare, mentre altri venivano
accantonati, pur rimanendo in qualche modo presenti, come se fossero
frasi scritte e poi cancellate, che tuttavia è possibile leggere
ancora chiaramente dietro ogni cancellatura. Ho cercato
ossessivamente le cause della mia fuga
nei fatti più insignificanti che accaddero in quel breve spazio di
ore, approdando
spesso alle più varie catene di assurdità. Sarà
stato forse quel passante che, urtandomi, mi fece cadere il giornale
di mano? Oppure la
vista di quella
donna, uscita al balcone per stendere un lenzuolo turchino, la cui
figura appariva, stagliandosi contro il disco solare, un sottile
tizzone nero? Perduto dietro a queste
illazioni deliranti,
mai sono giunto a ottenere una risposta.
Il
problema più grande, quando si muore alla propria identità, è
costituito dal fatto che, se non se ne ricostruisce un'altra, a poco
a poco il tessuto della propria esistenza si sfibra. La rete di
interazioni sociali non ci definisce soltanto agli occhi degli altri,
ma soprattutto ci identifica a noi stessi. Se è complessa e
articolata, allora noi siamo un'entità stabile e ben definita. Ma se
vengono allentati i nodi, il contatto col mondo reale diviene sempre
più sfumato; e allora memoria, percezione e immaginazione cominciano
a mescolarsi e a oscillare indistintamente tra realtà e finzione.
Essere
vuol dire determinarsi in qualche modo, definirsi, cioè limitarsi.
Quando si smette di essere qualcuno, allora si è liberi: l'universo
si dilata oltre ogni immaginazione e ci si ritrova a fare esperienza
di un nuovo stato del reale in cui vengono fuse, senza soluzione di
continuità alcuna, realtà materiale e realtà mentale. Ma a poco a
poco la coscienza sfuma nel nulla, e se non si ha il coraggio di
immergervisi completamente, allora quel briciolo di sé che rimane è
preso dal terrore. E così, ci si ritrova a correre lungo il ciglione
che s'affaccia alla follia.
Oggi,
la consapevolezza di tutto ciò non mi permette di eludere la
problematicità della mia esistenza e il senso di distanza che mi
isola profondamente da tutto. Una distanza incolmabile, essenziale:
l'angoscia che ne deriva è semplicemente ineffabile.
Anche
allora, chiuso nella mia stanza, la fronte imperlata di sudore, la
sedia davanti alla finestra, mentre cercavo di asciugarmi con un
fazzoletto di stoffa sottile, i ricordi di quella giornata (visioni?
fantasie?) mi tempestavano come una pioggia di meteoriti. Era un
affastellarsi di immagini e parole, suoni e colori, che di tanto in
tanto si concretizzavano in episodi: sempre gli stessi.
A
poco a poco mi ero estraniato dalla mia stessa identità, ero morto a
essa, ma ne ero diventato al contempo ossessionato.
Facevo
volare lo sguardo fuori, lungo i sentieri di campagna; passava il
fattore e
lo salutavo; scambiavo due parole con Maria e Anna; ma ero un
fantasma, un corpo animato che viveva per inerzia: la vera vicenda si
svolgeva a qualche centimetro dietro la mia fronte. La vicenda di un
altro che m'ostino a chiamare io, ma che non sono più io. Una
vicenda che non riesco a ricostruire né oltre né prima di quel
giorno di settembre, ma che lì ristagna senza alcuna evoluzione,
come se l'aver scelto di abbandonare la mia storia avesse comportato
la cancellazione di tutto quello che era accaduto precedentemente a
tale evento.
E
così il mio mondo di allora, come dicevo, era confinato in quella
stanza ed era caratterizzato dalle poche cose che prendevano vita lì
intorno. Le circostanze che mi avevano portato in quel luogo non mi
erano affatto chiare. Di certo vi giunsi durante una notte di fine
ottobre. Il caldo si era protratto fino alle porte dell'autunno e
soltanto quella sera una breve pioggia aveva attenuato, seppur di
poco, la mitezza dell'aria. Bussai alla porta e, mentre aspettavo che
qualcuno aprisse, guardai la luna che andava a nascondersi dietro i
pochi monti che si scorgevano in lontananza. Da un luogo non definito
provenivano poche, lente e struggenti note di una chitarra, che
immaginai fosse sospesa nel nulla e separata da me da una distanza
più temporale che spaziale.
Quando
l'anziana signora aprì la porta, stette a guardarmi a lungo dalla
testa ai piedi. Mi stava aspettando (non avrebbe mai aperto a uno
sconosciuto) eppure sentì il bisogno di ponderare la mia presenza
fisica per qualche minuto: accettarmi in casa o meno, questo si
decise in quei pochi istanti. Alla fine mi fece entrare.
Dopo
avermi fatto posare la valigia nella stanza mi mostrò la casa.
Durante la cena m'istruì scrupolosamente sulle poche ma fondamentali
regole da seguire. Sulla presenza in casa di donne e alcol non
transigeva, e in generale si aspettava da me un comportamento
morigerato. Io, d'altronde, ero ben disposto a rimanere tranquillo e
anonimo, il che viene spesso interpretato come un segno di
irreprensibilità.
Quella
notte abbozzai un racconto. Un'effimera ispirazione che solleticò
appena la mia fantasia, poche pagine che rimasero a languire con me
nella stanza. Parlava di un ragazzo alquanto tormentato, ma non
riuscii mai a dare forma alla sua storia. Per lunghi giorni, giorni
irreali, allucinati, credetti di avere rapporti esclusivamente con
quel ragazzo, di conversare soltanto con lui. Poi, non ci pensai più.
ω
Fu
in un ventoso pomeriggio di maggio che accadde quel fattaccio. Era
domenica, una di quelle domeniche in cui sembra quasi che vada tutto
bene, quando
invece quello che funziona bene è soltanto la nostra capacità di
essere stanchi di preoccuparci.
Antonio
e Giuseppe correvano in auto, mentre alle loro spalle il sole gigante
del tramonto si ergeva all'orizzonte incendiando il cielo, le nuvole,
la terra.
Una
curva presa troppo velocemente, e l'attrito tra le gomme e l'asfalto
passò repentinamente dal regime statico a quello dinamico, con tutte
le conseguenze che ciò comporta; tra le quali, ci fu la dipartita
immediata di Giuseppe, volato fuori dal finestrino e andatosi a
schiantare su quell'unico pezzo di guardrail rimasto su una strada
che per il resto ne era priva. Antonio, ferito e incastrato tra le
lamiere, urlava, sanguinava e piangeva, un po' per il dolore fisico e
un po' per l’angoscia di vedere l'amico finito in quel modo.
Fatto
sta che il vento si era di colpo fermato, mentre il sole pareva
ingigantirsi sempre più man mano che scendeva sotto la linea
dell'orizzonte. La campagna circostante s'ammutolì: tutto pareva
partecipare a quell'immane tragedia cosmica che aveva luogo in quel
momento.
Per
pochi secondi ad Antonio parve di sentire la melodia di un pianoforte
provenire da lontano, in direzione del mare, poi un suono cupo di
campana; infine, perse conoscenza.
Il
tardo pomeriggio scorse sul viso dei due amici lasciando spazio alla
sera, quando
la luna ebbe finalmente la meglio sul sole. Mentre le luci di un
aereo ammiccavano solcando il cielo, Antonio aprì di colpo gli
occhi. Dopo qualche secondo di torpore, la sua coscienza tornò a
focalizzarsi su ciò che era appena accaduto. E allora urlò. In
lontananza si sentivano abbaiare dei cani, ma dalla strada non
proveniva alcun rumore. Antonio cominciò a muovere piano le membra,
una per volta, con delicatezza, per saggiare la sua capacità di
muoversi. Mentre faceva ciò, si ricordò di Giuseppe e cercò di
guardare nel punto dove l'aveva visto prima di perdere i sensi, ma
non scorgeva altro che buio, atroce buio; e a un tratto, l'idea del
cadavere dell'amico che fluttuava lì da qualche parte in tutto quel
nero gli gelò il sangue nelle vene. Urlò di nuovo. Un irrefrenabile
terrore invase ogni cellula del suo corpo, un terrore che insinuava
nella sua mente una scarica di pura irrazionalità. Nel tentativo di
dimenare le braccia e le gambe incastrate nelle lamiere, si lacerò
profondamente e in più punti la pelle, ma non poteva fermarsi,
finché fu il suo corpo a cedere di colpo, e la sua mente, quasi a
volersi difendere dalla follia incipiente.
Rimase
fermo nel buio con la bocca aperta e gli occhi spalancati, per molto
tempo. Poi d'improvviso, una figura umana parve materializzarsi
nel buio e cominciò ad avvicinarsi al ragazzo. Quando l'ombra venne
illuminata dal chiarore lunare, Antonio, con uno stupore ormai privo
di terrore, vide la figura di una giovane donna dai lunghi capelli,
la veste bianca, i piedi nudi. Accostatasi al ragazzo gli carezzò il
viso, sorridendo. Questi alzò gli occhi verso il volto di lei e fu
trafitto da uno sguardo che lo lasciò ammutolito. La bellezza di
quella figura era ineffabile. La donna sorrise e gli porse
la mano; il ragazzo sentì le sue membra sciogliersi e si addormentò.
Quando
riaprì gli occhi si ritrovò in una stanza d'ospedale completamente
ingessato e dolorante. Il sole pomeridiano si faceva strada
attraverso le tende di una finestra, dalla quale si poteva scorgere
la sagoma di un albero, le cui foglie dondolavano lentamente al
vento. Sentiva le membra pesanti, come se fosse schiacciato sotto
un'enorme massa. Si voltò e vide suo padre addormentato sulla sedia,
con la testa appoggiata al muro, i capelli bianchi, il naso adunco.
Respirava
sollevando e riabbassando lentamente il petto e le spalle. Antonio
avrebbe voluto tendergli una mano per accarezzarlo, ma non poteva in
nessun modo muoversi. Non sapeva quanto tempo fosse passato
dall'incidente e si chiedeva dove fosse Giuseppe e se i suoi genitori
sapessero dell'accaduto.
La
famiglia del suo amico viveva lontano da lì e Giuseppe non aveva
nessun legame veramente stretto all'infuori di Antonio. Era sempre
stato un tipo schivo e riservato. Svolgeva ogni giorno il suo lavoro
in banca con meticolosità e cura, dopodiché si recava al bar dove
incontrava Antonio e pochi altri conoscenti per scambiare due
chiacchiere davanti a una birra. Talvolta si andava al cinema, più
raramente si usciva per qualche serata mondana nei locali della
città. I due ragazzi si erano conosciuti durante una festa a casa
della ex ragazza di Giuseppe, Daniela. Da quella sera non si erano
più separati. Antonio, invece, aveva una vita sociale più
varia rispetto all'amico. Viveva a casa del padre, un ricco
imprenditore locale. Sua madre era scomparsa quando il ragazzo aveva
poco più di nove anni. Gli affari procedevano bene e suo papà non
aveva bisogno dell'aiuto del figlio se non saltuariamente, per cui
Antonio, di tanto in tanto, viaggiava di qua e di là, sospinto
dall'inquietudine che lo caratterizzava.
L'infermiere
entrò tenendo una flebo in mano, seguito dal dottore. Il papà di
Antonio si svegliò di soprassalto e si mise in piedi. <<Allora
ragazzo>>, disse il dottore, <<per questa volta ti è
andata bene, ma non c'è un osso del tuo corpo che non sia rotto. Per
fortuna sei forte, in breve tempo ti rimetterai in sesto>>. Mentre
il dottore parlava, l'infermiere infilò l'ago della flebo nel
braccio del ragazzo e questi, a sua volta, infilò lo sguardo negli
occhi del padre: <<Dov'è Giuseppe?>>, disse senza
scomporsi, fissando implacabilmente l'uomo.<<Antonio, sei
ancora debole, stanco, cerca di riposare…>> - <<Giuseppe
è morto papà! L'ho visto coi miei occhi! Dove sono i suoi genitori?
Qualcuno li ha informati? Quando potrò rimettermi in piedi? Devo
avvisarli!>> - <<Antonio, cerca di calmarti. I
genitori di Giuseppe sono stati già avvisati dalla polizia, sono
arrivati ieri, li ho fatti sistemare a casa nostra. Tu adesso devi
solo riposare, più tardi verrà qualcuno a farti qualche domanda>>
- <<Non voglio parlare con nessuno, lasciatemi in pace!>>
- <<Ma Antonio…>>, il papà fu interrotto dal dottore
che gli fece cenno di non aggiungere altro e di uscire dalla stanza.
I tre uomini si chiusero la porta dietro le spalle e il ragazzo
rimase solo.
Passarono
i giorni e
il funerale ebbe luogo. Antonio riuscì finalmente a rimettersi in
piedi. La normalità, a poco a poco, si faceva strada ineluttabile,
caparbia. Insensibile e indiscreta, s'insinuava tra le pieghe del
dolore, modificandone per lenti ma inesorabili cambiamenti la
qualità. Certo qualcosa nell'animo del ragazzo era irreversibilmente
mutato. Il silenzio prese il posto del suo amico, e i suoi
vagabondaggi divennero via via più irrequieti e più frequenti.
Più
di una volta si ritrovò sul luogo dell'incidente, a brancolare alla
ricerca di qualcosa, che nel suo animo tormentato non riusciva a
prendere una forma definita. Cercava la pace, cercava una
motivazione, cercava… ma forse non cercava affatto.
L'animo
umano, stretto nella morsa dell'inquietudine, è obbligato, suo
malgrado, a subire l'azione di un continuo pungolo, a essere
tormentato da forze misteriose, il cui unico scopo pare essere quello
di negare la quiete. Si è soliti chiamare questo movimento emotivo -
quando è continuo e non lascia requie - ricerca interiore, e invece
è soltanto tortura dell'anima, non necessariamente destinata a
risolversi verso una qualsivoglia finalità. Gli eventi tragici che
accadono nella vita, e che sembrano determinare questa disposizione
d'animo, sono in realtà soltanto dei catalizzatori. Questi
temperamenti agitati, queste anime ad alto rischio sismico, vengono
sconquassati di tanto in tanto da immani scosse, che si alternano a
lunghi periodi di modesta ma continua attività. Ma dopo ogni grande
evento, la normalità ristabilita non è mai la stessa di prima. La
realtà prende a essere illuminata da una luce diversa. L'aria
circostante ha sì assorbito l'onda d'urto, ma pare sfibrata, stanca,
quasi spaventata.
A
ogni modo la vita quotidiana, formidabile medicina naturale, prese il
sopravvento.
Una
sera di metà luglio, qualche tempo dopo, Antonio passeggiava per le
strade di Versailles. Erano più o meno le venti e c'era ancora molta
luce. Il ragazzo avanzava lentamente in rue de Savoie, immerso in
un'atmosfera trasognata, ascoltando l'eco dei propri passi. Le strade
erano pressoché deserte. Dalle case proveniva il rumore delle
stoviglie, stralci di notiziari alla televisione, qualche scampolo di
conversazione tra adulti e improvvisi scoppi d'ilarità di bambini.
Tutto ciò concorreva a comporre una singolare sonata del quotidiano,
che donava un'inattesa sensazione di pace all'animo del ragazzo. Per
il resto, in strada regnava il silenzio, e l'aria sembrava quasi
brillare di una luce bianca.
Giunto
alla svolta per rue d'Angiviller, Antonio riconobbe di non essere più
in grado di trovare l'albergo dove alloggiava. Decise di
risalire verso Boulevard du Roi per poi continuare ancora su rue
d'Angiviller e raggiungere la stazione Rive Droite, nella speranza di
poter chiedere informazioni a qualcuno. Fu lì che conobbe
Juliette. Chiacchierarono a lungo e di cose futili. La ragazza
lavorava in una boutique a Montmartre. Conduceva una vita semplice,
scandita dalle giornate a lavoro e dalle serate con gli amici. Suo
padre, francese, era un pilota di linea, mentre sua madre, italiana,
dipingeva. Il giorno seguente lei presentò Antonio alla sua
compagnia e da quel momento si inaugurò una serie di serate
spensierate per le vie di Parigi.
In
una di queste serate, Antonio conobbe Jean Paul, studente di
filosofia, un ragazzo allampanato, dagli occhi trasognati,
interamente posseduto dal demone della cultura ellenica. L'ultima
alba del mese colse i due nuovi amici che partivano alla volta di
Atene. Di lì poi si spostarono sull'isola di Evia, ospiti in una
villa su una collina denominata Panorama, a Eretria. Dal balcone si
dominava con lo sguardo il golfo. Una strada serpeggiava tra i boschi
e conduceva alla città. A metà di essa, vegliava solitaria una
cabina telefonica. Antonio l'utilizzò ogni sera, lasciando di
proposito il telefono cellulare in camera, per avere il pretesto di
fare due passi in solitudine. Chiamò suo padre, Juliette, Daniela.
Non ebbe il coraggio di chiamare i genitori di Giuseppe.
A
Skiathos conobbero Armando, un pizzaiolo italiano, che d'estate
lavorava in quell'isola, mentre d'inverno viveva in Germania. E
questi, un giorno, a Glossa, presentò ad Antonio Eva, una donna di
trentacinque anni, longilinea, dai capelli neri e lisci, con cui ebbe
una breve relazione.
Partì
con lei alla volta di Buenos Aires, dove la donna lavorava alla
Biblioteca Nazionale. Quando si lasciarono, Antonio non rientrò in
Italia.
Quello
che accadde dopo, e le circostanze che lo portarono dove lo
portarono, non è affatto chiaro. Di certo vi giunse durante una
notte di fine ottobre. Il caldo si era protratto fino alle porte
dell'autunno e soltanto quella sera una breve pioggia aveva
attenuato, seppur di poco, la mitezza dell'aria. Bussò alla porta e,
mentre aspettava che qualcuno aprisse, guardò la luna che andava a
nascondersi dietro i pochi monti che si scorgevano in lontananza. Da
un luogo non definito provenivano poche, lente e struggenti note di
una chitarra, che immaginò fosse sospesa nel nulla e separata da lui
da una distanza più temporale che spaziale.
Quando
l'anziana signora aprì la porta, stette a guardarlo a lungo dalla
testa ai piedi. Lo stava aspettando (non avrebbe mai aperto a uno
sconosciuto) eppure sentì il bisogno di ponderare la sua presenza
fisica per qualche minuto: accettarlo in casa o meno, questo si
decise in quei pochi istanti. Alla fine lo fece entrare.
Dopo
avergli fatto posare la valigia nella stanza gli mostrò la casa.
Durante la cena l'istruì scrupolosamente sulle poche ma fondamentali
regole da seguire. Sulla presenza in casa di donne e alcol non
transigeva, e in generale si aspettava da lui un comportamento
morigerato. Lui, d'altronde, era ben disposto a rimanere tranquillo e
anonimo, il che viene spesso interpretato come un segno di
irreprensibilità.
Quella
notte abbozzò un racconto. Un'effimera ispirazione che solleticò
appena la sua fantasia, poche pagine che rimasero a languire con lui
nella stanza. Parlava di un uomo alquanto tormentato, ma non riuscì
mai a dare forma alla sua storia. Per lunghi giorni, giorni irreali,
allucinati, credette di avere rapporti esclusivamente con quell’uomo,
di conversare soltanto con lui. Poi, non ci pensò più.