giovedì 28 novembre 2019

Prima dell'esecuzione

Come sono inconsistenti i ricordi, che pure ci dominano. Chissà dov’è finito il passato, i giorni che furono, quegli attimi di cui allora pensammo: “Questo è il presente!”. 
    Non c’è mistero più grande dello scorrere del tempo: sono convinto che, se mai si svelasse questo, tutti gli altri enigmi della vita, grandi e piccoli, si dispiegherebbero uno per uno come panni stesi al sole in una mattina tersa d’estate.
    In questo pomeriggio semibuio novembrino, come potrei descrivere quest’assurda sensazione a metà strada tra l’esperienza mistica e il torpore che prelude al nulla eterno?
    Come un’intuizione che stenta a venire, fa capolino e di nuovo si cela; come essere piombati d’improvviso al di fuori del tempo, varcarne la soglia, fuggire al suo fluire, osservarlo dall’esterno e di lì riconoscere se stessi immersi nel suo scorrere…

Una mattina

E alla fine arrivò il grande giorno e Luca si stupì, guardando fuori dalla finestra, nel constatare che tutto era rimasto uguale a prima. Si era quasi aspettato che il mondo esterno sapesse e fosse in attesa. E invece niente.

    Per sicurezza non aveva spento il telefono. Erano le 7:59 in punto. Guardò l’orologio per un minuto intero e allo scoccare delle 8:00 fece uno squillo a Marco, poi a Giacomo. Ricevette immediatamente una risposta. Bene – pensò – tutto era tranquillo fino a quel momento. Il sole aveva preso a inondare la stanza con la sua viva luce, mentre le goccioline di condensa scivolavano sui vetri. Luca avviò il portatile e fece partire la musica. La colazione era pronta sul tavolo e sua mamma già si preparava per uscire a fare la spesa. <<Cosa fai oggi Lu’?>> <<Niente ma’, sbrigo un paio di faccende, penso che sarò di ritorno a casa per l’ora di pranzo.>>
    Lasciamo Luca tranquillo a fare colazione e torniamo qualche minuto indietro, a casa di Marco. Si faceva la barba quando ricevé lo squillo di Luca e tempestivamente mollò il rasoio per rispondergli. Finito di prepararsi uscì di casa, dirigendosi verso il bar. Camminando sui lastroni che formavano le strade vecchie della città ebbe un’improvvisa sensazione di nausea, una strana voglia di correre e una fitta cupa alla bocca dello stomaco. Probabilmente, la riunione della sera precedente, protrattasi sino a notte fonda, a colpi di rum e tabacco, lo aveva estenuato nel corpo e nella mente, con tutta quella maniacale ripetizione di ogni minimo particolare. Entrò nel bar e anche a lui concederemo un attimo di pausa per fargli fare la sua colazione.
    Giacomo non aveva chiuso occhio. Dei tre era il più agitato di tutti e il meno convinto. Tuttavia, l’organizzazione dei tempi e dei modi dipendeva esclusivamente da lui. Dopo aver risposto allo squillo di Luca, ingoiò di colpo un caffè amaro e, preparandosi una sigaretta, si sporse al davanzale respirando intensamente la fresca aria mattutina.
    Così cominciò la giornata dei nostri tre eroi. Oggi toccava a loro. Tentavano l’impresa, come molti altri prima. E tanti ne sarebbero arrivati dopo.
    Finito ch’ebbe di fare colazione Luca si vestì in fretta, uscì e si fermò dal tabaccaio sotto casa, dove comprò le sigarette. Poi si diresse tranquillamente a piedi verso la strada di campagna che conduceva al vecchio tiro a segno. Giunto lì, s’infilò le cuffie e cominciò a correre tranquillamente insieme a tanta altra gente che faceva lo stesso quotidianamente. Ai lati della strada scorrevano frondosi uliveti interrotti, di tanto in tanto, da piccoli campi di grano o da vigneti lussureggianti. Talvolta incrociava sulla strada un trattore, munito di fresa o altro attrezzo, guidato da contadini dalle facce dure e cupe. Giunto davanti al cancello della masseria abbandonata si fermò e, fingendo di fare qualche esercizio per distendere i muscoli delle gambe, si guardò bene attorno, assicurandosi che nessuno lo guardasse, dopodiché saltò il cancello sparendo dietro gli edifici diroccati. Non passarono cinque minuti che apparve Marco, anch’egli in tenuta sportiva, e dopo dieci minuti c’era anche Giacomo.
    I tre non si scambiarono neanche una parola ma alzarono il telone scoprendo l’auto che avevano rubato tre mesi addietro. Tirarono fuori dal bagagliaio le tute blu da meccanico e si cambiarono, dopodiché Marco si sedette alla guida e, aperta un’agenda, cominciò a stendervi tre grosse strisce di coca, mentre Giacomo e Luca controllavano che i mitra fossero carichi e il bazooka fosse pronto all’uso.
    Sulle pareti del vecchio edificio c’erano alcuni quadri quasi del tutto consumati: un vecchio patriarca dall’aria truce, sorretto da un bastone; una donna grassa in grembiule da cucina, una bimba angelica dai capelli d’oro e gli occhi adamantini. Tracce di vite passate e scomparse nel nulla, scaraventate nell’oblio dall’inesorabile corsa del tempo; in quella masseria, in quella campagna, gli eventi stagnavano, quasi che l’aria fosse gelosa dei brevi atti umani che l’avevano fatta vibrare.
    Tirarono la coca e s’infilarono in auto, ma per dieci minuti buoni rimasero immobili e ancora silenti. Ciascuno di loro era perso nei propri pensieri. Luca pensava a lei, al suo dolce viso, ai suoi occhi agghiaccianti; tornò ancora una volta a quel pomeriggio in cui la strinse forte al petto, baciandole le palpebre e accarezzandole l’odorosa chioma, quel pomeriggio in cui lei portò via la sua anima, per sempre. Marco pensò alla sua mamma, scomparsa improvvisamente durante la sua infanzia; la pensava e la chiamava e implorava il suo perdono. Giacomo era furioso, perché semplicemente non capiva cosa fosse quel tarlo che a poco a poco lo consumava dall’interno.
    Il motore s’avviò. Erano le 9:30. Il portavalori sarebbe passato davanti al passaggio a livello alle 10:00 circa; a quel punto un loro complice avrebbe fatto abbassare le sbarre e loro si sarebbero piazzati con l’auto dietro.
    Giunsero in prossimità della piccola stazione e si accostarono nella stradina che costeggiava i binari. Erano le 9:47. Marco preparò altre tre strisce di coca mentre gli altri due guardavano pensosi fuori dal finestrino. Tirarono. La gamba sinistra di Luca cominciò a tremare in maniera incontrollabile. In quell’auto la tensione era così densa che quasi vi si affogava. A un tratto la situazione divenne insostenibile: semplicemente ciascuno di loro non riusciva a sopportare la presenza degli altri ed evitava che s’incrociassero gli sguardi; tutto quello che sarebbe successo di lì a qualche minuto era totalmente ignoto. Un cane randagio appoggiò le zampe anteriori allo sportello, affacciandosi al finestrino di Luca, il quale lo accarezzò. Il cane si ritrasse e fuggì via. Le 10:00 colsero le nocche di Giacomo che diventavano prima paonazze e poi bianche mentre stringevano il mitra. Alle 10:09 il blindato fece capolino dalla strada principale. Marco fece volare la sigaretta fuori dal finestrino. Le tre teste scattarono alte all’unisono. Giunto in prossimità del passaggio a livello la sbarra s’abbassò bruscamente e la loro auto si frappose tra il blindato e la coda di vetture che lo seguivano.
    Ecco i tre che schizzano fuori dall’auto: Marco e Giacomo il mitra, Luca il bazooka. Uno tiene a bada le auto, l’altro i conducenti del blindato, Luca si piazza dietro e spara...
    Eccoli che corrono veloci sulla strada, il sacco pieno e il vento fresco sul viso; i campi sperano per loro.
    La volante li coglie all’incrocio e un colpo secco di pistola sfonda la fronte di Marco. Dormi fratello, riabbraccia la tua mamma.
    L’auto si ferma contro un muretto che priva Giacomo dell’uso di una gamba mentre Luca afferra il sacco e fugge alla volta dei campi.
    Corri fratello, corri nei campi di grano. Corri verso la libertà sperata, corri mentre mamma ti prepara il tuo piatto preferito, mentre quella pallottola raggiunge la nuca.
    Cadi e muori. Le banconote svolazzano posandosi sulle spighe; e sulle lacrime sporche della nostra terra.

domenica 24 novembre 2019

Gilgameš

Gilgameš, per un terzo uomo, per due terzi divino. Pure, doveva morire.

    Questo pensiero s’insinuò nella mia mente mentre rimettevo a posto sullo scaffale una copia del Don Chisciotte, e chissà mai per quale misteriosa associazione d’idee ero passato dalle strampalate avventure dell’hidalgo al dramma del re di Uruk.
    Fatto sta che, sedutomi sulla poltrona, il mio sguardo volò oltre la vetrata e s’immerse nel golfo abbracciato dal massiccio promontorio che si sdraiava con maestosa pigrizia sul mare. Subito, mi ritrovai a navigare su di un oceano sconfinato, lanciato in una batimetria fantastica, sonnacchiosa e inconcludente.
    Cosa rappresentavano mai le due frazioni di “un terzo” e “due terzi”? Probabilmente non volevano esprimere una stima precisa, quanto piuttosto l’idea della minoranza e della preponderanza. Come a dire che sarebbe bastata anche una sola goccia d’umanità immersa in un oceano di divinità per alterarne ineluttabilmente la natura. Se la peculiarità della divinità era l’essere immortali, al contrario l’essenza più intima dell’essere umano era costituita dalla mortalità, e quest’ultima prevaleva su quella non appena si fossero trovate nello stesso individuo, qualunque fosse il valore delle rispettive proporzioni. Tale era il pessimismo mesopotamico.

<<Proclamerò al mondo le imprese di Gilgameš, l’uomo a cui erano note tutte le cose, il re che conobbe i paesi del mondo. Era saggio; vide misteri e conobbe cose segrete; un racconto egli ci recò dei giorni prima del Diluvio. Fece un lungo viaggio, fu esausto, consunto dalla fatica; quando tornò si riposò, su una pietra l’intera storia incise.

    Quando gli dèi crearono Gilgameš, gli diedero un corpo perfetto. Il sole glorioso Šamaš lo dotò di bellezza, Adad, dio della tempesta, lo dotò di coraggio, i grandi dei resero perfetta la sua bellezza, al di sopra di ogni altro, terribile come gran toro selvaggio. Per due terzi lo fecero dio e per un terzo uomo>>.

Il valoroso re di Uruk aveva affrontato un lungo viaggio, spinto dall’angoscia per aver perduto l’amato amico Enkidu.

<<E perché non dovrebbero essere emaciate le mie guance e teso il mio volto? La disperazione è nel mio cuore e il mio viso è il viso di chi ha compiuto un lungo viaggio, dal caldo e dal freddo fu riarso. Perché non dovrei vagare per i pascoli a cercare il vento? Il mio amico, il fratello minore, colui che cacciava l’onagro delle lande e la pantera delle pianure, il mio amico, il fratello minore che afferrò e uccise il Toro del Cielo e sconfisse Humbaba nella foresta dei cedri, l’amico mio che molto mi era caro e che accanto a me aveva affrontato pericoli, Enkidu, il fratello che io amavo, la fine di tutti i mortali l’ha raggiunto. Sette giorni e sette notti lo piansi, finché il verme non fu su di lui. A cagione di mio fratello ho paura della morte, a cagione di mio fratello vado ramingo per le lande e non trovo riposo. Ma ora, fanciulla che fai il vino, ora che ho visto il tuo volto fa’ che io non veda il volto della morte da me tanto temuta>>.

E la fanciulla che fa il vino, Siduri, così gli aveva risposto:

<<Gilgameš, dove ti affretti? Non troverai mai la vita che cerchi. Quando gli dèi crearono l’uomo, gli diedero in fato la morte, ma tennero la vita per sé. Quanto a te, Gilgameš, riempi il tuo ventre di cose buone; giorno e notte, notte e giorno, danza e sii lieto, banchetta e rallegrati. Siano linde le tue vesti, nell’acqua lavati, abbi caro il fanciullino che ti tiene per mano e nel tuo amplesso rendi felice tua moglie: poiché anche questo è il fato dell’uomo>>.

Ma Gilgameš replicò:

<<Come posso tacere? Come posso riposare, quando Enkidu che amo è polvere e anch'io morirò e verrò disteso nella terra? Tu vivi accanto alla riva del mare e guardi nel suo cuore; fanciulla, ora dimmi: qual è la via per Utnapištim, il figlio di Ubara-Tutu? Quali segni vi sono per la traversata? Dammi, oh, dammi quei segni. Se sarà possibile, attraverserò l’Oceano; altrimenti vagherò per le lande, ancor più lontano>>

Così giunse al cospetto di Utnapištim il Lontano, nella speranza di poter carpire da lui il segreto dell’immortalità, ma invano. Da lui apprese il racconto del Diluvio, ma non poté ottenere ciò che cercava.

    Gilgameš, dunque, come ogni altro essere umano, era destinato a lasciare tutto, anche se stesso.

Ci sono dei momenti in cui l’universo intero ci si presenta in tutta la sua banalità. Una banalità ingiusta, senza senso, un finale che non è un finale bensì una semplice interruzione, definitiva però. Ed è in tali momenti che ci si chiede come sia possibile l’esistenza di un dio disperato al punto da concepire la creazione. Alcune sere, alziamo la testa al cielo e le stesse stelle hanno un che di nauseabondo, l’intera sfera celeste appare in putrefazione. La vita si espande attorno nella sua provocante ottusità. In tali momenti si annusa l’odore di una grave punizione che ci viene impartita sin dal profondo degli eoni, o una presa in giro cosmica, che ci fa sentire intrappolati, vittime di un gioco beffardo, portati alla vergogna sino all’esasperazione, sacerdoti e sudditi della paura, vittime non vendicate della viltà. Ipocriti, falsi di fronte a noi stessi ci trasciniamo, elementi tra altri elementi, alla ricerca di una divinità la cui non esistenza è gridata da ogni singolo nostro cromosoma. Quella divinità vorremmo essere noi stessi, ma non si può e lo sappiamo: la nostra stessa ostinazione nell’irrealizzabile ci getta continuamente sterco sul viso. Quanto sarebbe meglio prostrarsi dinanzi a un sasso! In realtà è il tempo che ci infastidisce e lo spazio, stendardi dei nostri limiti, paladini della non fattibilità, senza di loro saremmo divini. Ma non si può uscire dal gioco. Al massimo si può impazzire e questo è l’unico modo per raggiungere la verità: pensate che traguardo, una verità che non esiste! Così si impazzisce e basta.

    Ecco, io ero stato improvvisamente preso da uno di quei momenti, ma siccome sapevo già che sono effimeri tanto quanto i momenti di gioia, cercai subito di divincolarmi. Guardai fuori. Una piccola imbarcazione veleggiava lenta sul mare, mentre il sole tramontava tranquillo. Mi alzai dalla poltrona, aprii la vetrata e uscii al balcone. Mi accesi il sigaro. Sotto di me la strada serpeggiava andandosi a perdere verso la spiaggia. Un tranquillo vociare e rumori di vita quotidiana giungevano alle mie orecchie rasserenando, finalmente, il mio animo.
    Rientrato così in uno stato d’animo neutrale, decisi di cominciare a prepararmi lentamente per la cena che mi aspettava quella sera.

mercoledì 18 settembre 2019

Sabato 13 novembre 1999

Camminavo per un sentiero di campagna. Il silenzio dominava incontrastato, penetrando nella mia anima e facendola esplodere in una miriade di pensieri che, a poco a poco, sfuggendo al controllo della mia coscienza, divenivano parte della realtà circostante e prendevano una forma autonoma. L'oscurità permeava l'intero essere della natura, infondendo allo stesso tempo un senso di gelo e di pace eterna. La solitudine era bella, imperitura e assassina. Il nulla troneggiava indifferente e impassibile. La morte era nel mio cuore. A un tratto mi fermai a guardare il cielo: vaghe stelle mi osservavano dalla profondità dello spazio, ma per quanto il mio sguardo vagasse tra gli astri alla ricerca di un disegno che ne facesse acquistare un senso, finiva sempre per perdersi nella vacuità universale. E all'improvviso m'accorsi di quanto indifferente fosse il mio dolore all'universo. Pensai che l'unico motivo per cui un uomo si strugge e si lamenta è la speranza che qualcosa al di sopra dell'umano abbia compassione di lui; anche e soprattutto chi non crede in nulla è sottoposto a questo meccanismo inconscio. Soltanto colui che non è più capace di soffrire ha perso davvero ogni speranza. Poiché sperare è soffrire. E io continuavo a essere dominato dal dolore: dunque speravo ancora? E perché mai, perché m'ostinavo ancora in questo pianto infantile, in questo puerile lamento? Non lo so, come non lo sapevo allora.
    Mi fermai lì dove il sentiero s'interrompeva diluendosi in quella che era stata l'aia di una fattoria ormai abbandonata. Esitante l'attraversai andandomi a sedere su di un sedile di pietra posto accanto al fabbricato. Mi accesi una sigaretta e ripresi a pensare. Mi dissi che la mia sofferenza derivava solamente dal fatto che avrei voluto essere diverso, un altro, ma chi? A questa domanda non c'era alcuna risposta; forse non volevo essere nessuno, non volevo esistere e basta. L'unica cosa di cui ero certo era che, se mi avesse visto l'io che avrei voluto essere, mi avrebbe preso a pugni. Allora cercai di definire il mio stato d'animo: non era noia, né depressione, né angoscia: era schifo. Per quanto questo termine potesse essere banale non riuscii a trovarne uno migliore; esso esprimeva in maniera potente tutto il mio essere, facendolo vibrare ogni volta che affiorava alla mia mente: schifo, schifo!
    Rimasi in compagnia di questi funesti pensieri per buona parte della notte, finché il sonno non sopraggiunse e m'addormentai come un bambino stanco dopo una lunga giornata di giochi. Quando al sorgere del sole aprii gli occhi, m'accorsi che il freddo era penetrato non solo nelle ossa, ma anche fin nel profondo della mia anima, e non lo avevo avvertito prima a causa delle mie riflessioni della notte precedente, che avevano funto quasi da scudo. Raggiunsi in fretta l'auto e mi portai fuori dalla campagna verso la città, e ancora una volta venni intrappolato dall'illusione della vita, con tutto il suo girare e rigirare a vuoto. Chissà cos'è veramente reale...

martedì 12 marzo 2019

Una splendida serata

Uscì dal bar come se fosse nato in quel momento. Tutto gli sembrava nuovo, i colori, gli odori, ma soprattutto i suoni, quel continuo sottofondo urbano dell'ora di punta che gli ricordava continuamente, per contrasto, il silenzio.
    Quando arrivò all'auto trovò un vigile che gli stava mettendo sotto il tergicristalli una multa per divieto di sosta. L'agente lo guardò severo, autoritario, come se si aspettasse una reazione di rispetto e di paura, ma lui gli sorrise e il vigile se ne andò indispettito, quasi come un bambino. Strappò la multa e s'infilò in auto.
    Il traffico cittadino gli ricordò che aveva bevuto: era troppo su di giri per stare lì inchiodato ad aspettare che l'auto che lo precedeva si muovesse di un metro al massimo. Arrivò al culmine quando, sbandando nella corsia opposta, un camion stava per venirgli addosso. Il camionista, un uomo corpulento e barbuto, gli gridò qualcosa contro sua madre dopo aver suonato il clacson, e lui si limitò a mostrargli il dito medio della mano sinistra.
    Finalmente arrivò a casa, parcheggiò di nuovo in divieto di sosta e salì le scale lentamente, dondolando la testa a destra e a sinistra a ogni gradino. Arrivato al secondo piano aprì la porta velocemente e si tuffò nel suo regno: un'accozzaglia di panni sporchi e rifiuti di cibo andato a male. Aprì il frigo, prese una birra e si mise a sedere sul divano. Dopo mezz'ora si alzò e si sprofondò nel letto pensando ironicamente che la sera che sarebbe sopraggiunta tra qualche ora sarebbe stata una splendida serata.
    La sera precedente, dopo essere stato al bar, si era ritrovato sul parapetto di un ponte. Aveva guardato giù, aveva sorriso. Il mondo continuava a girare imperterrito ed era così bello, talvolta, guardare dritto negli occhi l'abisso. L'abisso gli ricordava la sua impotenza e ciò gli dava un po' di pace.
    Insomma, cazzo, doveva pur esserci un modo per fregare il sistema, non poteva certo finire così, con la grande inculata della storia e moglie e figli e carte di credito e tessere d'ogni genere e film da noleggiare e vacanze da prenotare e “sabato vado a lavare l'auto”. Eppure, si diceva, tanta gente furba ce n'era stata nel corso della storia. E tutti che avevano capitolato? Finisce così? Guardò fuori dalla finestra verso l'interno di un bar: un ragazzo in jeans e maglietta faceva il pagliaccio con una ragazza che non la smetteva mai di ridere, le automobili sfrecciavano sulla strada facendo slittare le gomme e spandendo nell'aria la musica del momento. Erano le nove di sera, ed erano passati all’incirca duemila anni dalla resa di Cristo, e si chiedeva chi diavolo avrebbe parlato mai della sua resa. Se ne stava lì inebetito ancora a porsi la grande domanda e sì, insomma, sapeva bene che quando superi un tot di anni e stai ancora lì a porti la grande domanda allora sei finito, fuori, non hai più speranza. Antonio il grande, Antonio il matto, Antonio e Cristo sulla croce allegramente insieme ai due ladroni che ti guardano e ti fanno l'occhiolino... che senso avesse tutto ciò, solo la merda può saperlo, ora più di prima.
    Pensò: <<tutto sommato sei ancora vivo>>, si accese una sigaretta e prese in mano un libro di Bukowski. Lesse una delle sue storielle, poi posò il libro al suo fianco e rimase sul letto a fissare il vuoto. Anni persi, niente di più, questa era la sua leggenda personale. Non è bello essere fuori dal mondo, sentire di non appartenere più a esso e nello stesso tempo appartenervi in maniera inestricabile; non è bello smettere di essere animali, semplicemente. Quando smetti di essere un animale e diventi uomo allora non piaci più agli altri animali ed è per questo che tutti, prima o poi, si accontentano di restare animali. Sì, forse questa era la chiave di tutto, ma era poi così importante? Chiedete sempre alla merda.
    C'era stato un tempo in cui aveva creduto di avere le redini della sua vita in mano, un tempo in cui l'universo sembrava intelligibile, ma ora i suoi pensieri, ovunque tentassero di fuggire, sbattevano sempre con un rumore sordo contro le pareti della sua scatola cranica.
    E tu, li senti i pensieri che rimbalzano continuamente nella tua testa come le molecole di un gas in un recipiente?

domenica 3 marzo 2019

Sulla necessità di infrangere le leggi al fine di... rispettarle!

Il protagonista della nostra storia è un povero fotone. Eh sì, avete letto bene, proprio un fotone! Credete forse che le particelle elementari non siano invischiate nella giungla di leggi che le governano così come noi lo siamo con le nostre leggi umane? Ebbene, dopo essere venuti a conoscenza delle vicissitudini a cui il nostro eroe fu sottoposto cambierete idea. Quanti rischi ha dovuto correre il meschino per non trovarsi nei guai al cospetto di un Dio a cui, contrariamente a quanto sosteneva Einstein, piace molto giocare a dadi! Ha dovuto comportarsi un po’ come un dirigente d’azienda che, per far quadrare i conti, deve inserire dei falsi in bilancio. Per rispettare la legge ha dovuto infrangerla!

    Tuttavia, si sa, non tutti i mali vengono per nuocere e nessuno d'altronde conosce i veri disegni del Creatore quando ci sottopone a delle prove che siamo soliti giudicare frettolosamente come aspre e ingiuste. A conti fatti, ciò che il nostro protagonista ha guadagnato dalla vicenda che mi accingo a raccontarvi vale certo le angosce da cui fu temporaneamente attanagliato. Ma veniamo ai fatti.
    Il nostro fotone viaggiava felice e sereno alla velocità della luce e il tempo per lui non scorreva, per cui si godeva in pace la sua eternità, non chiedendo altro che starsene così, sempre in viaggio, senza mai essere disturbato. Ma ahimè! Sappiamo tutti bene che la tranquillità non dura a lungo e che prima o poi arriva sempre qualcuno che ci mette i bastoni tra le ruote! Il guastafeste questa volta fu Dio in persona, il quale un giorno gli disse: <<O fotone, figlio mio, tu che porti la testimonianza della mia Luce, il tuo felice errare per le profondità dello spazio riempie il mio cuore di gioia; il tuo cammino indefesso illustra al viandante la trama stessa dello spazio-tempo, rivelandone le pieghe e gli strappi; la tua indolente corsa illumina la mia Opera. È giunto per te il momento di condividere l’energia che ti donai nel primiero tempo, affinché altri processi possano testimoniare la mia gloria. Molti sono i cammini che ti si stagliano dinnanzi: potresti venire assorbito da un elettrone facendolo saltellare d'eccitazione, oppure potresti essere semplicemente deviato da esso cambiando così la tua frequenza, o ancora potresti risalire l’erta di un campo gravitazionale e arrossarti dalla fatica, ma oggi a te chiedo di sparire semplicemente per dare luogo a una coppia di particelle costituita da un elettrone e un positrone! Fa’ un po’ come ti pare, ma sai bene che creai questo universo con delle ben determinate leggi ed esigo che si rispettino!>>
    Avreste dovuto vedere il nostro povero fotone con la fronte imperlata di sudore! Non aveva la più pallida idea circa il modo in cui avrebbe potuto esaudire il desiderio di Dio, ma si mise subito a pensarci su: non si infrangono mai le leggi impunemente!
    E così s’affrettò verso casa cercando nel frattempo di spolverare qualche vecchia nozione di fisica che gli era rimasta in mente dai tempi della scuola: ben poco, a dire il vero, perché il nostro amico in gioventù aveva preferito starsene a giocare con i suoi amici piuttosto che ascoltare le noiose lezioni del professore di scienze. Si ricordava certo delle ore passate a rincorrersi nel cortile della “Scuola delle particelle elementari”, con i bosoni W e Z che rimanevano sempre indietro rispetto ai compagni più leggeri, oppure di quando giocavano a nascondino e c’era quel loro compagno – si chiamava Higgs - che riusciva sempre a nascondersi dove nessuno poteva trovarlo; però delle lezioni di fisica non si ricordava proprio un bel niente. Decise così di passare dalla biblioteca universitaria per consultare qualche testo scientifico, nella speranza di rinfrescarsi la memoria e riuscire così a venire a capo del suo problema.    
    Dopo un paio d'ore di intensa lettura (tempo terrestre visto che per lui il tempo non scorreva) gli parve di poter fare il punto della situazione. Non è che avesse capito molto i dettagli, tuttavia era certo di una cosa: c’era bisogno di energia! Aveva appreso, infatti, che gli elettroni avevano dei gemelli chiamati antielettroni o anche positroni; tra i due non scorreva buon sangue e quando s’incontravano si azzuffavano in maniera talmente violenta da annientarsi l’un l’altro. Avevano la stessa massa, ma carica elettrica opposta. Queste le notizie sommarie ricavate sul loro conto. Di più, aveva letto che Dio era un economo maniacale: aveva creato l’Universo fissando le quantità dei vari ingredienti, e non tollerava che qualcosa fosse aggiunto o sottratto a quello che lui stesso aveva inizialmente inserito; ma il peggio era che pretendeva che tutti gli enti che fossero invischiati in un processo fisico seguissero il suo stesso esempio: se cominciavano a parteciparvi utilizzando certe quantità di diversi ingredienti, alla fine del processo le quantità, seppur rimescolate e redistribuite, dovevano rimanere sempre le stesse. Principi di conservazione venivano chiamate le leggi che stabilivano, per ciascun ingrediente, l’assoluto divieto di creare o distruggere quantità di esso al di fuori di quelle già presenti. E così, se la carica elettrica totale dei due gemelli nemici era nulla, nulla doveva essere la carica elettrica posseduta dal nostro eroe. Per fortuna il fotone non si era mai lasciato influenzare né dai campi elettrici né tantomeno dai campi magnetici, per cui sapeva di essere elettricamente neutro, e il principio di conservazione della carica elettrica era salvo. Le cose non andavano altrettanto bene però per la massa: elettrone e positrone ne possedevano, mentre il fotone – aveva appreso – non ne aveva affatto! Ora, se questo da un lato gli permetteva di scorrazzare liberamente alla velocità della luce senza sentire gli effetti del tempo, dall’altro gli impediva di realizzare i suoi piani. E non poteva certo prenderne in prestito o comprarne: doveva necessariamente attingere tutto da se stesso. Tuttavia, continuando la lettura, aveva letto la storia di un certo sfaccendato, un impiegato dell’ufficio brevetti di Berna, che ammazzava il tempo standosene con la testa tra le nuvole, sognando di cavalcare la luce o peggio (follie giovanili dell’epoca!) immaginando di lanciarsi nel vuoto all’interno di un ascensore dopo averne reciso il cavo; questo tizio, dall’aria tranquilla e irriverente, aveva scoperto che in fondo la massa e l’energia sono la stessa cosa. Ora, il nostro fotone, sebbene non si occupasse troppo del mondo che lo circondava, non era totalmente privo d’istruzione, e così sapeva che l’energia - la moneta corrente dell’universo - era la materia di cui lui stesso era fatto. Bastava così utilizzare la propria energia per creare la massa delle due particelle; l’unico problema era che, mentre coloro che avevano massa potevano semplicemente pesarsi con una bilancia, se volevano conoscerne il valore, il nostro caro amico non aveva la più pallida idea di come avrebbe potuto conoscere il suo contenuto energetico. E se la sua energia non fosse stata sufficiente a creare la coppia?
    Comunque decise che per quel giorno aveva faticato abbastanza. Guardò fuori dalla finestra e vide il sole che ormai rosseggiava all’orizzonte, riconsegnò la caterva di libri sotto cui si era letteralmente sepolto e uscì fuori all’aria aperta. L’aria mite e l’odore della primavera incipiente gli fecero dimenticare completamente il suo problema, almeno per quella sera. Giunto a casa si concesse una lunga doccia, poi si ricordò che era stato invitato alla festa a sorpresa che i leptoni avevano organizzato per un loro compagno muone, nato nell’alta atmosfera circa due milionesimi di secondo prima, e in procinto di ricevere una promozione al rango di elettrone: avrebbe seguito un corso di formazione che gli avrebbe dato la qualifica di “elettrone di valenza” e sarebbe così stato assunto in un’industria chimica, con il compito di sovrintendere a importanti reazioni.
    Quella sera il nostro fotone si divertì, spensierato ed ebbro, ballando al ritmo dell’incessante danza cosmica, assieme a tutte le altre particelle, elementari e non. Tornò a casa a notte fonda e si sprofondò nel letto, addormentandosi pressoché istantaneamente. Dormì come un bambino.
    Quando aprì gli occhi, all'alba, per qualche secondo il suo sguardo corse per la stanza, posandosi sugli oggetti a lui familiari, e questa vista consueta gli diede per poco l’illusione che tutto fosse come prima. Ma non appena la sua coscienza cominciò a poco a poco a ricomporsi, si rammentò del suo spinoso problema e fu pervaso dall’angoscia. Cosa non avrebbe dato per potersene tornare a correre nello spazio vuoto senza altre preoccupazioni! Quanto era stato stolto tutte le volte che si era lamentato della sua vita noiosa, sempre rivolta in linea retta o, come si dovrebbe dire meglio, geodetica! Mestamente, mise prima un piede poi l’altro sul pavimento e si tirò fuori dal letto. Una vertigine accompagnata da un senso di peso alla testa gli ricordarono quanto avesse bevuto la notte precedente. Si avvicinò al lavello e aprì l’acqua, chinandosi per berne un sorso. Poi, dopo essersi lavato la faccia, sollevò il busto, si guardò allo specchio ed ebbe il colpo di genio! Il fotone notò per la prima volta il suo colore!
    Ora, non dovete pensare che il nostro fotone avesse un colore come quelli che vediamo noi umani. I colori che possono assumere i fotoni sono molti di più di quelli che noi riusciamo a percepire con i nostri occhi. Se ci fossimo trovati di fronte a quello specchio assieme al nostro eroe, non avremmo visto un bel niente. Lui invece ci vide bene, eccome!
    <<Il mio colore>> pensò <<non esprime altro che la mia frequenza; deve esserci sicuramente un nesso tra frequenza ed energia, lo sento!>> E così si precipitò di nuovo in biblioteca, dove apprese di un contemporaneo dello sfaccendato dell’ufficio brevetti, una persona molto più seria di quest’ultimo, tanto scrupolosa da cercare di dimostrare di essersi sbagliato quando aveva fatto una scoperta che all'epoca appariva alquanto maleducata; questi aveva stabilito che l’energia della luce è direttamente proporzionale alla sua frequenza, e distribuita in essa in maniera granulosa, piuttosto che continua. Lo sfaccendato ci aveva messo di nuovo lo zampino, stabilendo che questi granuli di cui era composta la luce, erano vere particelle, ciascuna con la sua frequenza e quindi con la sua propria energia; queste particelle non erano altro che…fotoni! E così il nostro eroe apprese che lo sfaccendato era l’uomo che gli aveva dato un’identità, riconoscendo lui e il suo popolo. Ma la cosa più importante era che adesso aveva una chiave per proseguire nelle sue ricerche. <<Dalla mia frequenza>> argomentò <<posso risalire al valore della mia energia; e una volta conosciuta questa conoscerò la massa che sono in grado di creare.>>
    Con una semplice moltiplicazione poté calcolare il suo contenuto energetico, e quando lo confrontò col valore delle masse dell’elettrone e del positrone venne investito da un’immensa gioia. Capì di essere un prescelto, di essere stato destinato sin dalla nascita a quella missione, la sua vita acquistò un nuovo significato. Ammirò la saggezza del Creatore. La sua energia, convertita in massa, corrispondeva esattamente alla somma delle masse della coppia elettrone-positrone in quiete, non un po’ di più né un po’ di meno. E così mise a punto il suo piano: l’idea era quella di sparire semplicemente e usare la propria energia per creare le due particelle, ferme. In questo modo avrebbe conservato la massa-energia rispettando la relativa legge di conservazione.
    Scampò l'arresto per miracolo! Infatti, un attimo prima di mettersi all'opera gli venne in mente un pensiero che gli avrebbe gelato il sangue nelle vene, se mai avesse avuto delle vene. Il nostro eroe non aveva affatto pensato alla conservazione dell’impulso! La questione stava pressappoco in questi termini: Gamma – questo era il suo nome di battesimo - oltre ad avere una certa quantità d’energia, era dotato di un certo ammontare di impulso, segno inequivocabile del suo indefesso viaggiare senza mai fermarsi. Se avesse creato una coppia in quiete, l’impulso totale di tale coppia sarebbe risultato nullo, e così sarebbe stato violato il principio di conservazione dell’impulso - uno dei principi cardine posti alle fondamenta del nostro Universo - in quanto l’impulso totale iniziale (quello di Gamma) era diverso da zero, mentre l’impulso totale finale (quello della coppia) era nullo. Come avrebbe potuto sbarazzarsi del suo impulso senza che nessuno se ne accorgesse? No no, lo avrebbero arrestato ben presto!
    <<E sia!>> pensò <<vediamo di sistemare questa storia dell’impulso, facciamo la volontà del Signore e non se ne parli più!>> Ormai cominciava a essere stanco di tutta questa storia. <<In fondo>> argomentava tra sé <<quello che devo fare è mettermi in un sistema di riferimento in cui elettrone e positrone non sono fermi, ma si muovono in maniera tale da dare un impulso totale pari a quello che io posseggo, sì da conservarlo.>> Tuttavia, prima di mettersi all'opera decise di informarsi meglio e, per la terza volta, si recò in biblioteca.
    Con quale disappunto apprese che ancora una volta le idee dello sfaccendato gli mettevano i bastoni tra le ruote! La questione era che, se c’era stata una violazione in un sistema di riferimento – quello in cui la coppia elettrone-positrone era in quiete – non è che cambiando riferimento le cose si potessero mettere a posto, per così dire, gratis. La violazione rimaneva eccome! Solo che veniva spostata dall'impulso all'energia, in quanto queste due grandezze erano intimamente connesse tra loro. Nel sistema di riferimento in cui l’impulso totale veniva conservato, tale impulso andava a formare un surplus di energia, chiamata energia cinetica, che andava a sommarsi all'energia di massa della coppia: ma il fotone – abbiamo già visto – poteva rendere conto soltanto dell’energia di massa delle due particelle!
    E così Gamma era di nuovo piombato nei guai. Passarono i giorni senza che potesse venire a capo di questo spinoso problema, poi le settimane; la timidezza leggiadra della primavera fece luogo all'ardore irruento dell’estate, le altre particelle sciamavano felici sulle spiagge, intrecciandosi in un’intricata coreografia di reazioni spettacolari, ma il nostro amico se ne stava chiuso in casa, cupo e intristito. Passò anche l’estate. Una sera d’autunno – una sottile nebbia inghiottiva pigramente le cose d’intorno – mentre se ne stava seduto in un bar tutto affranto, Gamma sentì un gruppo di giovani fotoni che parlavano di un loro compagno che era riuscito a creare una coppia elettrone-positrone grazie all'aiuto di un pesante nucleo di piombo; trasalì al punto da lasciar cadere il bicchiere di whisky che teneva in mano, ma non fece in tempo a fermarli che già questi erano volati via alla velocità della luce e si sa, poiché niente viaggia più velocemente della luce, sebbene anch'esso viaggiasse a tale velocità, non poté mai raggiungerli in quanto erano partiti prima di lui. Tornò tuttavia a casa un po’ rincuorato e si mise subito a meditare sulla questione. Un nucleo di piombo… come avrebbe potuto aiutarlo? Pensò di picchiare direttamente contro di esso in maniera tale da esserne assorbito e rilasciare in seguito la coppia, ma no, non poteva funzionare! Se avesse picchiato contro il nucleo, quest’ultimo avrebbe rinculato, seppur di poco, ma tale rinculo gli avrebbe sottratto un po’ dell’energia che lui aveva giusta giusta per creare la coppia. Niente da fare! Sembrava proprio che il nostro eroe fosse condannato a subire le ire di un Dio alquanto capriccioso!
    Una sera stava facendo il bagno mentre si gustava un buon sigaro cubano. Sarà che esiste un nesso tra le vasche da bagno e il pensiero scientifico, oppure sarà soltanto una mera coincidenza ad accomunarlo ad Archimede, fatto sta che se ne stava assorto in un profondo stato meditativo e piano piano la sua mente scivolò ancora una volta verso il suo problema. Ormai era ossessionato da esso ma, ovunque muovesse il proprio pensiero, incorreva sempre in un vicolo cieco. Con i princìpi di conservazione non si scherza! Se solo avesse potuto infrangerli anche solo per un periodo breve e poi rimettere le cose a posto....
    Fu in quello stesso istante che i suoi occhi caddero sui diagrammi di Feynman che un suo collega gluone aveva dimenticato sul tavolo proprio quella mattina, e a cui lui non aveva dato granché peso… Ma certo! Il nostro fotone balzò subito fuori dalla vasca – ci mancò poco che esclamasse pure <<Eureka!>> - e corse verso la lavagna cominciando a disegnare una serie di diagrammi. Ormai l'idea era balenata nella sua mente e bastava solo un pochino d’analisi accurata per mettere a punto i dettagli, tanto più che, a causa di tutta questa storia, aveva ormai ampliato le sue letture di testi di fisica. La chiave di tutto stava nella relazione d’indeterminazione di Heisenbergnsull'energia e il tempo! I fatti stavano più o meno così: è consentita una violazione della conservazione dell’energia purché… si rimettano le cose al loro posto in un tempo breve! Quanto più vistosa è la violazione, tanto più breve deve essere fatto il lavoro e viceversa. L’importante è che Dio non abbia il tempo di accorgersene! E così il nostro fotone mise a punto il piano: <<Io dapprima sparisco creando una coppia, dotata di un impulso totale non nullo, pari all'impulso da me posseduto, sì da rispettarne la conservazione ma violando necessariamente la conservazione dell’energia; subito dopo (ma presto presto perché nessuno deve accorgersi di questa violazione) una delle due particelle create, poniamo l’elettrone, emette un nuovo fotone portandosi in un diverso stato energetico, mentre il positrone continua ad andarsene a spasso ormai libero: anche qui viene rispettata la conservazione dell’impulso ma distrutta quella dell’energia, per cui devo fare presto, ma poco importa! Ormai la coppia è creata! A questo punto ci saranno complessivamente un elettrone, un positrone e un fotone (non più io); quello che rimane da fare è sbarazzarmi del fotone, ed è qui che interviene il nucleo di piombo, il quale se l’assorbe: anche in questo processo si ha conservazione di impulso ma non conservazione di energia. Ricapitoliamo: in totale ci sono tre violazioni che, sfruttando il principio d’indeterminazione, posso far avvenire in un tempo molto breve, sì da evitare che qualcuno se ne accorga; in più faccio in modo che le violazioni si compensino tra di loro, in maniera tale che il risultato netto sia che l'energia viene conservata, e così alla fine mi ritrovo soltanto elettrone e positrone, e tutto è tranquillo! Durante il breve intervallo di tempo in cui avvengono questi processi rischio molto, ma una volta finito, l’energia finale sarà uguale a quella iniziale!>>
    E bravo il nostro Gamma! Un vero colpo di genio! Così facendo, il nostro eroe evitò le ire di Dio e in più, quando successivamente venne ricreato dopo l’annichilazione di una nuova coppia, decise di intraprendere lo studio della fisica e si iscrisse all'università. Dopo una lunga carriera densa di ricerche fruttuose nel campo delle particelle elementari (che, data la sua natura, era una ricerca di carattere più antropologico che fisico) gli fu anche assegnato il premio Nobel!    
    Ora continua a vagare felice e chissà.… magari è proprio lui quel fotone che, partendo dallo schermo del tuo pc o dalla pagina del libro che tieni in mano, sta attraversando il tuo occhio! Chissà…

venerdì 1 marzo 2019

La caduta

Il pianeta Terra ormai era vicino e io già sentivo quelle immense vibrazioni che puoi avvertire solo qui, in questa strana atmosfera. Emozioni, le chiamano così. Oh sì, mi avevano avvisato, sapevo di quest'assurda alchimia che, unica, si è sviluppata in questo angolo remoto del cosmo. Mi è stato spiegato che si tratta di un'anomalia, qualcosa di totalmente inaspettato e incomprensibile. È questo il motivo per cui ci mandano qui. Ci addestrano sin dall'inizio, ma solo intellettualmente. Per cui, inevitabilmente, tutti ci perdiamo. E così, a seconda dei casi, ci ritroviamo a essere poeti, dannati, sfigati, pazzi, sbandati, barboni, disadattati o quant'altro. Fatto sta che quando arrivi qui, soffochi. Vieni sbattuto violentemente al suolo e, prima ancora che tu possa reagire, il tuo cuore puro è già avvelenato. Il mio maestro è stato quell'erma bifronte che cedette sotto i colpi impietosi di "capei d'oro a l'aura sparsi". Ora tocca a me, ma non sono all'altezza e ho paura.    
    Il pianeta terra ormai mi sovrastava e io ero già debole e stanco. La prima cosa che vidi fu il sole e lui mi sorrise e io l'amai. Rimasi per ore a parlargli e, sai, lui sorrideva. Finché non arrossì alle mie parole d'amore e scomparve sotto il mare. Il mare. Languore immenso, dolcezza infinita, sapore di morte inebriante… perché non m'inghiottisti allora? Venne sera e con essa si accompagnò la luna e per la terza volta il mio cuore cedette. Pallida e tersa, si ergeva tra gli astri sfregiando il buio. Poi giungesti tu. Ah eterne vicende mai vissute! Sottile languore, lieve tepore, vento fresco che m'accarezza il viso, profumo e colori sgargianti! In te mi perdo.
    Oggi ho in mente il tuo mistero, qui e ora. Seduto in questo prato, senza di te io mi sento nel nulla. Chiudo gli occhi e immagino che tu, d'improvviso, appaia qui. Sento quasi un tocco leggero sulla spalla... e aprire gli occhi e vederti! E invece non mi resta che questa immane solitudine e questa profonda e incolmabile distanza che mi separa da ogni cosa, come una galassia in fuga nel più remoto cosmo.
    Una volta, quindici miliardi di anni fa, siamo stati tutti insieme, nello stesso punto. Oggi, fuggiamo in una disperata lotta contro il nulla, ma il nulla è troppo grande, persino per l'universo intero.
    Continuerò a sognare per qualche anno ancora, dopodiché la danza ritmica che anima i miei atomi cesserà. E ne verranno altri, provando quello che provo io ora. Magari un atomo di carbonio o azoto che una volta appartenne a me farà parte di loro. E io, lo saprò mai? Il mistero è tutto ciò che sento...

Jinn

Accadde tutto velocemente, in un mite pomeriggio di maggio inoltrato. L'aria era pervasa da quei dolci odori che preannunciano l'arrivo dell'estate. Odori che scatenano i sensi in un languido abbraccio con la memoria. Memoria e pensieri. Memoria di tempi remoti e forse mai vissuti, e pensieri di qualcosa di buono che potrebbe, se Dio vuole, ancora fiutarsi nell'aria.

    Camminava, come al solito, lungo il viale alberato che lo avrebbe riportato a casa dopo la solita giornata di lavoro. La gente alle fermate degli autobus era il simulacro della stanchezza, ma, in un certo senso, era anche il segnale che tutto era normale. In lontananza un cane abbaiava col naso infilato nell'universo.    
    Giunto davanti al portone, tirò fuori le chiavi e, con un gesto che ormai ripeteva a occhi chiusi, girò la chiave nella toppa, spingendo contemporaneamente la porta con l'altro braccio. Salì le scale. Stessa operazione con la porta d'ingresso. Finalmente a casa. Dopo aver posato la valigetta sul tavolo, spalancò la finestra, si accese una sigaretta e posò i gomiti sul davanzale. Di fronte a lui passavano i binari e sui binari i treni colmi di facce anonime e scialbe; più in là la campagna: profumata e silenziosa, commuoveva l'animo. S'immerse in una profonda meditazione.
    A un certo punto il telefono cominciò a squillare. Il suono, stridulo e impiccione, si insinuò nell'appartamento e cominciò a vagarvi, con piglio indagatore, stagliandosi nettamente nel silenzio. Per un capriccio misterioso del suo inconscio, decise fermamente che non avrebbe risposto, costi quel che costi. Ma il telefono insisteva, maleducato e petulante. E allora, a poco a poco, la sua fermezza si tramutò in fastidio; poi il fastidio divenne ansia; e ben presto gli s'ammutolì il respiro in gola, il cuore prese a martellare all'impazzata: si ritrovò, senza un motivo anche solo lontanamente ragionevole, nel panico. Ma non voleva, anzi, ormai più non poteva, rispondere. Assurdamente, la situazione aveva assunto il carattere della tragicità: la giustificazione della propria esistenza, il senso della storia, il destino ultimo dell'universo, tutto dipendeva dal riuscire a non rispondere a quella chiamata.
    Non ebbe scelta. Lanciò la sigaretta fuori dalla finestra e si precipitò verso la porta senza prendere né giacca, né portafogli, né altro se non se stesso. Giunto sulle scale urtò il signor Mario, e prima di uscire dal portone spintonò la signora Arianna, che se ne stava ferma davanti alla cassetta postale, concentrata sui volantini pubblicitari del supermercato, ostruendogli, per metà, il passaggio. Si lanciò in una corsa a perdifiato lungo la strada, schivando, quando poteva, i passanti; per poco non travolse un cameriere tra i tavolini all'esterno di un bar. Percorse a ritroso il viale alberato finché giunse davanti all'ingresso della stazione e si fermò nella piazza antistante, piegato con le mani sulle ginocchia, ansante e grondante di sudore. Cominciò a riflettere. Alcuni passanti si erano fermati a osservarlo con una certa curiosità, poiché, vedendolo correre a quel modo verso l'ingresso della stazione, si erano aspettati che dovesse precipitarsi all'interno per non perdere il treno, invece che fermarsi fuori. Ma lui non faceva caso a nessuno e continuava a rimuginare tra sé e sé, cercando di capire da dove fosse arrivato quell'impulso irrazionale.
    Aveva dei conti in sospeso con qualcuno? Debiti? Seccatori? Niente di tutto questo. La sua vita scorreva tranquilla e discretamente appartata, se non solitaria. Sua madre, di certo non avrebbe avuto problemi a risponderle. Quei quattro amici che ancora frequentava, volentieri li avrebbe sentiti. Pubblicità, promozioni, proposte di assicurazioni per la vita? Niente di tutto questo aveva il potere di seccarlo o spaventarlo: di solito ascoltava pazientemente quello che avevano da dire, lasciando che l'operatore recitasse la solita cantilena, e poi, con molta gentilezza e sorridendo cordialmente, rispondeva che no, proprio non era interessato; e lo faceva quasi si scusasse, quasi volesse farglielo, questo favore. Dunque, cosa? Si guardò intorno concentrato, come se cercasse una risposta nella realtà circostante, ma gli fu impossibile trovarne una. Allora pensò che sarebbe stato meglio tornarsene a casa e dimenticare l'accaduto. Nel frigorifero lo attendevano dei gamberetti surgelati e due lattine di birra, di quella chiara, leggera, come piaceva a lui. Una bella doccia, la cena e un paio d'ore davanti al televisore avrebbero riportato ogni cosa alla normalità.
    Così si mosse di nuovo verso il viale, ma dopo qualche passo si bloccò: se, giunto a casa, il telefono avesse ripreso a squillare, sicuramente sarebbe ripiombato nel panico. Il pensiero del panico potenziale nel futuro gli generò subito, per reazione, un panico reale nel presente, e non poté fare altro che sedersi su una panchina, infastidito e irritato con se stesso. Provò in tutti i modi a convincersi di quanto fosse assurdo il suo comportamento, ma non ci fu niente da fare. Ogni volta che tentava di alzarsi per dirigersi verso casa, le gambe cominciavano a tremargli, il respiro si spezzava, la strada, i passanti e tutto quanto vedeva in giro cominciava a vorticare furiosamente.
    S'alzò e si risedette più volte. Poi si spazientì, si rizzò in piedi di scatto e si mosse verso il porto, in direzione opposta a quella di casa. Più s'allontanava, più si sentiva calmare i nervi. L'aria distribuiva intorno un piacevole tepore. Tant'è – pensò – stiamocene un po' in giro e poi si vedrà.
    Inoltratosi per le vie della città vecchia e diluitosi nell'ininterrotto serpeggiare della folla sfaccendata del venerdì pomeriggio, avvenne che l'ansia fece luogo piano piano a un vago senso di vittoria. Non aveva voluto rispondere a quella chiamata e, a conti fatti, ci era riuscito. Pure, non si sentiva completamente soddisfatto, poiché desiderava poter dare un senso a quello che gli era accaduto. Comunque, l'idea di non sapere quando sarebbe potuto tornare a casa non lo inquietava affatto, poiché istintivamente sentiva che prima o poi quel momento sarebbe giunto; a poco a poco l'insoddisfazione fece luogo a un'irrazionale certezza che tutto, infine, avrebbe acquistato il suo senso naturale. Sicché decise di andare a prendere un gelato a uno dei tanti chioschetti presenti sul lungomare, sperando di ingannare il tempo.
    Il sole s'immergeva ormai dietro ai palazzi e il cielo rosseggiava, quando, dopo il gelato, si ritrovò a costeggiare un piccolo parco quadrato immerso nel cemento urbano. Lungo il perimetro erano disposte poche panchine e accanto a una di esse c'era una delle ormai rare cabine telefoniche che ancora si vedevano in città. Si sedette lì.
    Era stanco, l'aria si era rinfrescata e adesso stava considerando seriamente l'idea di tornarsene a casa e mettersi a letto. Al diavolo tutto quello che era successo in quell'assurda giornata. Eppure, sentiva che se almeno avesse trovato una causa, anche solo insignificante, sarebbe riuscito a dormire più tranquillamente. Si mise a riflettere intensamente per un ultima volta, e allora gli venne l’idea. Capì, o gli sembrò di aver capito, tutto. Immediatamente si alzò ed entrò nella cabina telefonica. Infilatosi una mano in tasca vi estrasse una moneta, la inserì nell'apparecchio telefonico e compose il numero di casa sua. Chiuse gli occhi e attese. Il telefono cominciò a squillare. Attese con gli occhi chiusi, fortemente concentrato, mentre gli squilli proseguivano, insistenti. Quando sentì che era passato un intervallo di tempo sufficiente senza ottenere risposta, riagganciò. Uscì dalla cabina e tornò a casa. Appena si fu messo a letto chiuse gli occhi e dormì serenamente.

POSTILLA

La storia di questo brevissimo racconto si snoda nel tempo attraverso un paio di episodi curiosi. Il testo originale, datato 4 febbraio 2009, e intitolato “Aborto, è il seguente:

<<Accadde tutto velocemente, in un mite pomeriggio di maggio inoltrato. L'aria era pervasa da quei dolci odori che preannunciano l'arrivo dell'estate. Odori che scatenano i sensi in un languido abbraccio con la memoria. Memoria e pensieri. Memoria di tempi remoti e forse mai vissuti e pensieri di qualcosa di buono che potrebbe, se Dio vuole, ancora fiutarsi nell'aria.

    Camminava, come al solito, lungo il viale alberato che lo avrebbe riportato a casa dopo la solita giornata di lavoro. La gente alle fermate degli autobus era il simulacro della stanchezza, ma in un certo senso era anche il segnale che tutto era normale. In lontananza un cane abbaiava col naso infilato nell'universo.
    Giunto davanti al portone, tirò fuori le chiavi e, con un gesto che ormai ripeteva ad occhi chiusi, girò la chiave nella toppa spingendo contemporaneamente la porta con l'altro braccio. Salì per le scale. Stessa operazione con la porta d'ingresso. Finalmente a casa. Dopo aver posato la valigetta sul tavolo spalancò la finestra, si accese una sigaretta e posò i gomiti sul davanzale. Di fronte a lui passavano i binari e sui binari i treni colmi di facce anonime e scialbe; più in là la campagna: profumata e silenziosa, commuoveva l'animo.
    Fu a quel punto, mentre il nostro personaggio fumava, che io persi l'ispirazione e fui colto dal sonno improvviso. Ora arranco di fronte a questo schermo. Intanto lasciamolo fumare, anzi, visto che il mio blocco potrebbe protrarsi a lungo, per evitare che si annoi, gli ho comprato un pacchetto intero di sigarette. E gli ho riempito anche un po' il frigo. Spero non me ne voglia per il disagio che gli sto arrecando>>

Ricordo ancora quella sera di febbraio mentre, a letto e col portatile appoggiato sulla pancia, scrivevo svogliatamente queste righe, e poi mi addormentavo in quella stanza che ormai sfuma nella mia memoria divenendo una sovrapposizione confusa delle diverse stanze che mi hanno ospitato nel tempo. Per un lungo periodo a quel racconto non pensai più.    

    Intanto, la primavera seguente mi era capitato un fatto curioso. Mentre correvo nel parco Lunetta-Gamberini a Bologna continuavo a rimuginare tra me alcuni passi delle Operette Morali, tanto che finì che quella sera mi ritrovai a sognare di entrare a palazzo Leopardi, in cui non ero mai stato. Nel sogno prendevo in mano dei libri firmati da Giacomo in persona, ma la cosa strana era che si trattava di testi di fisica. Interpretai la cosa come una classica bizzarria dei sogni e non ci pensai più.
    Senonché, alcuni anni dopo, nella primavera del 2017, mi stavo recando in auto a Como da solo. Era una bellissima giornata e non avevo fretta, così decisi di concedermi una piccola gita fermandomi a visitare qualche luogo. Giunto nelle Marche, decisi, per chissà quale impulso, di uscire a Recanati e visitare la celebre biblioteca di Monaldo. Quale sorpresa quando, a un certo punto, in una sala a piano terra, mi ritrovai davanti agli occhi dei testi di fisica composti dal poeta recanatese come esercitazioni giovanili assegnategli dal precettore. Subito mi venne in mente il sogno fatto anni prima, quando non avevo la benché minima idea che Leopardi potesse aver scritto tali testi!
    Ora, una persona normale avrebbe pensato a una coincidenza. Rientrerebbe pure quasi nella normalità l’anormalità di pensare a un sogno premonitore, che anticipava un’esperienza che avrei fatto in futuro. Ma siccome ho sempre trovato un certo qual gusto nell’essere anormale anche tra gli anormali, e mi era ricapitato tra le mani, in quel periodo, un articolo dei fisici Lossev e Novikov intitolato "The Jinn of the time machine: non-trivial self-consistent solutions", che avevo letto molto tempo addietro, mi piacque immaginare nella mia fantasia che quello che era accaduto è che fossi stato io stesso, quel giorno di primavera del 2017, a causare il sogno di tanti anni prima, che a sua volta mi aveva spinto, anni dopo, a visitare palazzo Leopardi.
    Preso da questi piccoli deliri, ripresi in mano il mio "Aborto" e lo modificai nel modo in cui si presenta adesso, seguendo questa idea bizzarra di un anello temporale. E proprio ora, mentre mi accingo a concludere queste righe, mi rendo conto che, forse, “Jinn” stesso potrebbe aver viaggiato indietro nel tempo, giungendo a quella sera di febbraio, e inducendo il mio io di allora a comporre “Aborto”, che a sua volta ne sarebbe divenuto la causa...

giovedì 28 febbraio 2019

Disinnescare

<<Impara a sopportare questo dolore e sarai uomo>>, disse il vecchio al ragazzo.
    <<E quando sarò uomo, cosa potrò fare?>> rispose questi, asciugandosi gli occhi dalle lacrime con l'avambraccio.
    Il vecchio rimase per qualche secondo assorto, con lo sguardo perso in una dimensione che soltanto lui poteva scrutare. Poi, come se fosse tornato da un lungo viaggio, rispose: <<Sarai capace di sopportare altri dolori>>.
    Il ragazzo abbassò la testa, in un'espressione di delusione, e rimase a lungo in silenzio, meditabondo. Poi, d'improvviso, fissò il suo sguardo in quello del vecchio e gli disse: <<Sarebbe molto più facile sopportare tutti i dolori della nostra vita, se solo avessimo le risposte alle domande fondamentali che da sempre attanagliano la mente di noi uomini, e alle quali mai si è giunti a dare una risposta definitiva. Il senso della vita, dell'essere, di tutto quello che circonda noi e che è dentro di noi, il senso del nostro stesso dolore, come si può arrivare a dare risposta a queste domande?>>
    Il vecchio sorrise, poi disse: <<Bisogna intraprendere un lungo cammino di ricerca interiore, alla fine del quale si raggiunge l'illuminazione. Soltanto in questo stato di illuminazione le risposte ci vengono presentate davanti ai nostri occhi come se si trovassero ciascuna in una busta chiusa; a quel punto, noi non dobbiamo fare altro che aprire le buste e leggere le risposte>>
    <<Qualcuno ha mai raggiunto l'illuminazione?>>
    <<Accade raramente, ma accade in ogni generazione>>
    <<Anche adesso esistono al mondo persone illuminate?>>
    <<Certamente>>
    <<E queste persone, dunque, conoscono le risposte?>>
    <<Nient'affatto>>
    <<Ma come è possibile ciò?>>
    <<Vedi, un altro nome che viene dato all'illuminazione è liberazione. Una volta che ci si trova in tale stato, ogni questione filosofica, metafisica o spirituale, diviene affatto priva di significato. Si guardano le buste che contengono le risposte alle domande, e ci si rende subito conto che esse non hanno importanza; semplicemente, si voltano loro le spalle e si va via. Le domande innescano in noi il bisogno di immergerci nella lunga e faticosa ricerca, mentre pensiamo che il nostro obiettivo sia quello di trovare le risposte; ma il vero obiettivo non sta nelle risposte; il vero obiettivo sta nella liberazione dalle domande. L'illuminazione ci mette davanti le risposte, non ce le nega, ma allo stesso tempo disinnesca le domande, sicché alla fine non abbiamo più bisogno di risposte>>
    Il ragazzo rimase esterrefatto, ma subito incalzò il vecchio: <<Ma tu come fai a sapere queste cose? Non sarai mica uno di coloro che hanno raggiunto la liberazione?>>
    Il vecchio rise di gusto, si accese la pipa e disse: <<Se avessi raggiunto l'illuminazione, avrei disinnescato tutte le domande, invece ti ho solamente dato delle risposte>>
    <<Ma allora che valore hanno queste risposte? Parlano dell'illuminazione, ma provengono da chi non ha raggiunto l'illuminazione; e se anche fossero valide, in virtù del loro stesso contenuto, non avrebbero senso dal punto di vista dell'illuminazione>>
    <<In effetti sono affatto prive di significato…>>
    Ora il ragazzo rideva.

mercoledì 27 febbraio 2019

Romanzo social III

E così la nazione, mediante referendum popolare, aveva fatto la sua scelta. La votazione si era svolta nel seguente modo: voto su Feetbook: alluce in alto per conservare l'ordinamento democratico, dito medio se invece si preferiva optare per la nascente Scemocrazia. Il voto era stato pressoché unanime. I pochi dissidenti erano stati efficacemente repressi dalla Polizia dello Stato On Line: revoca dell'e-dentità e lavori social-media-mente utili; e forzati. Anche la campagna referendaria aveva assunto toni drammatici, ma alla fine Matteo Verini, dai rostri degli studi di Barbara Struzzo, Massimo Giacchetti, Maurizio Belpieno e Paolo Del Nebbio, era riuscito a far brillare il meglio della sua eloquenza. D'ora in avanti, le decisioni venivano prese esclusivamente dal popolo, su votazione on line, previo opportuno lavaggio del cervello mediatico, che il nuovo regime aveva preferito riformulare mediante la locuzione "igienizzazione del pensiero", e che aveva reso obbligatoria - si diceva con orgoglio - per motivi sanitari, onde evitare il diffondersi di pericolose epidemie, come il "buonismo", per esempio, che tanto aveva flagellato il pianeta agli inizi del terzo millennio, e di cui finalmente ci si era liberati, si sperava, per sempre.
    Il popolo aveva vinto. Nessuno sapeva cosa, ma tutti parlavano di vittoria, e in fondo un po' d'esultanza becera, dopo tanta merda quotidianamente ingoiata, non poteva che essere liberatoria.

Antonio Rivolta, "Romanzo social", Ischitella, Edizioni Amascè, 2017

sabato 23 febbraio 2019

OFFLINE: all'incirca duemila anni fa.

Orazio s'alzò dal letto sfatto e, appoggiata la schiena al vetro della finestra, si versò ancora del vino e se ne stette con aria trasognata a guardare la ragazza, la quale era intenta a decifrare un oroscopo. Quando lei, con mente affatto candida, gli chiese la data e l'ora esatta della sua nascita per potergli tracciare il destino, Orazio rimase per qualche secondo in silenzio e guardò fuori. Il mare urlava e spumeggiava, fiaccato dal vento e sbattuto con forza sulle scogliere che si stagliavano sullo sfondo di una giornata avara di luce, diffondente un grigiore spettrale. Il giovane parlò: <<Vedi quest'inverno qui fuori, che sfianca il mare e intristisce il cielo, e pare incombere con aria minacciosa sul nostro destino? A che giova, dimmi, sapere se è l'ultimo per noi, o se invece Dio ce ne ha serbati molti altri ancora? Non è lecito conoscere le sorti che sono state attribuite a me e a te dalla potestà divina! Ma poi, non è forse meglio, qualunque cosa avverrà, accettarla? Vedi, noi siamo qui e parliamo, parliamo... ma taci un attimo, ascolta: non senti il ritmo fluente del tempo, che scandisce la danza leggiadra dell'essere? Pare innocuo e silente, ma attenta! È invidioso della nostra giovinezza e, piano piano, ma inesorabilmente, ce la sta portando via! E allora cosa aspetti? Non essere sciocca: vieni qui, versati pure vino a volontà, e, dal momento che breve è la nostra vicenda, prendi ogni tua grande speranza e ritagliala ben bene in modo che stia comoda nel breve spazio che ci è concesso. Afferra ogni attimo di questa giornata, divora il presente. Per te esista soltanto oggi: sul domani, val la pena puntare un centesimo al massimo!>>


mercoledì 20 febbraio 2019

Aleph

Si dice che quando si muore si è soli, e questo è vero. Quello che però non si dice, perché tra i vivi non si sa, è che quando si muore, o meglio, subito dopo essere morti, non si ha la benché minima idea di cosa e come sia successo. La prima sensazione che si avverte è simile a un'immane e muta esplosione di immagini, ricordi e percezioni. L'io si frantuma in una miriade vorticosa di frammenti della propria esistenza, spinti a separarsi da una disgregante forza centrifuga, finché il concetto stesso di centro, di individuo, da cui si dipartono tutti questi elementi, svanisce. Ogni singolo istante vissuto, con tutto quello che la coscienza è riuscita a registrare, si ritrova sospeso nel nulla. Non vi sono più nessi logici, rapporti di causalità, ma solo un insieme di sequenze rimescolate e messe l'una di fianco all'altra in maniera casuale.
    Tutto ciò accade a partire dai primissimi istanti dopo la morte. Sono momenti che, per la quasi totalità della gente, priva di una sufficiente maturità spirituale, costituiscono un'esperienza di pura angoscia. Provate a immaginare che un bel giorno, mentre state camminando per strada o magari siete alla guida della vostra auto, d'improvviso, senza soluzione di continuità alcuna, vi ritrovate seduti in un banco di scuola, indossate un grembiule blu scuro e la maestra vi sta bacchettando perché non avete studiato la lezione. Subito dopo siete su una spiaggia affollata e avete vent'anni. Sentite la sensazione di caldo bruciante sulla pelle. La sete. Poi appare un emporio che vende cianfrusaglie per turisti, abbarbicato sulla cima di una viuzza stretta che sale sulla collina, in una bruciante notte di luglio. Il profumo di acqua di colonia mentre a dodici anni baciate la prima fidanzatina sotto le scale antincendio della scuola, il profumo dei biscotti della nonna, l'odore degli anfibi di gomma del poliziotto che vi colpisce la faccia durante la manifestazione, vostra madre seduta al balcone che sorride mestamente, e un sole grande, che vi trafigge lasciandovi ammutoliti e pensosi. La polvere a terra e i palazzi in alto, che soffocano le cime di sparuti alberi morenti. I panni stesi fuori dai balconi ad asciugare e un treno che corre su un vecchio ponte che calpesta il parco di quartiere. L'aria fredda e pungente di un mattino di gennaio che penetra nelle narici e si fa strada fino al cuore. Una leggera brezza che accarezza la pelle pregna di sale. Una lieve malinconia. Un'acuta angoscia. E mille altri eventi che possono comporre il mosaico della vita di una persona.
    Si passa da una scena all'altra senza controllo e non si capisce cosa stia accadendo. Di certo non si ha il minimo sospetto di essere morti, tanto più che la scena finale della propria vita è totalmente assente, rimossa. Potete immaginare lo spavento che tutto ciò comporta. Semplicemente non si capisce cosa stia succedendo e in quale modo si possa gestire tale situazione. Poi, a mano a mano che l'io si disgrega, non c'è più posto per nessun tipo di considerazione e giudizio generale, e l'angoscia svanisce. Rimangono solo i ricordi sospesi nel nulla. Anzi, non i ricordi. Le scene vengono vissute direttamente.    
    Questi fatti accadono poiché, subito dopo la morte, la coscienza, non avendo più il supporto materiale del cervello, perde ogni contatto con la realtà dell'universo fisico, e di conseguenza perde la capacità di innestarsi in un filone spazio-temporale univoco. E così le singole tessere del nostro mosaico personale si disgregano e noi cessiamo di essere un individuo. Si va avanti così incessantemente, rivivendo più volte gli stessi istanti, ogni volta con l'accento posto su percezioni sensoriali diverse, e, cosa più importante, tutti questi momenti vengono rimescolati in un ordine sempre diverso. Finché un giorno non capita che due eventi legati tra loro da un nesso di causalità, per pura casualità, si ritrovano a essere vissuti nel giusto ordine. Col passare del tempo, queste coppie di eventi riordinati si moltiplicano e a essi cominciano ad aggiungersi intere sequenze, e così pian piano, anche se il quadro generale rimane affatto confuso e frammentario, comincia nuovamente a farsi strada l'idea di una certa unitarietà, di essere un individuo. Si percepisce di essere stati qualcuno, anche se non si sa chi. E, soprattutto, si percepisce il fatto di essere stati e non di essere. Ma non ritorna la paura. Una volta che si è sicuri di trovarsi al di là del fatidico istante della propria morte, nulla ha più importanza.
    La prospettiva da cui si guardano le cose terrene da qui è ineffabile. La parola gioco sarebbe la più vicina ai vostri concetti, ma sotto molti aspetti tale termine è totalmente fuorviante. Il linguaggio umano è oltremodo mutilo.
    Una volta che si è capito di essere stati un individuo, la sensazione che si prova è di avere in mano un libro spaginato, le cui stesse pagine sono spesso lacerate. Si possono leggere frammenti di una storia che si intuisce soltanto essere stata unitaria.
    A volte, per un mero gioco del caso, si ricompone un'intera pagina.
    Ricordo, per esempio, il cimitero di una piccola cittadina, e una tomba immersa nella quiete sonnacchiosa che regna in quei luoghi. Fu lì che per la prima volta vidi Giulia, col suo sorriso triste e gli occhi grandi. Veniva a portare i fiori a suo papà, morto l'anno prima. Per due anni ci amammo. Ogni mattina passava da casa mia prima di andare a lavoro (io allora – mi pare – studiavo, o almeno ci provavo) e accarezzandomi il viso mi baciava, poi mi sorrideva e andava via. Sono quasi sicuro che in quei giorni pensavo davvero di essere felice. La sera trascorrevamo ore spensierate, forse le migliori della mia vita. Fu un amore tenero di cui conservo un dolce ricordo. Poi un giorno partii. Stetti un po' via, andai di qua e di là, sospinto dal vento dell’inquietudine: mi vedo, all’epoca, alquanto tormentato da mille pensieri che mi portavano a girare e rigirare a vuoto, senza concludere mai nulla di significativo. Insomma, pian piano ci perdemmo di vista. Ma è sempre così: le cose più belle della nostra vita finiscono senza fare rumore, quasi come se fossero eventi di scarsa importanza, né un finale tragico né un epilogo trionfale, svaniscono come i sogni all'alba quando apriamo gli occhi, e forse sono davvero soltanto sogni.
    È difficile conservare un ricordo preciso degli eventi che si succedettero. Alcuni episodi sono ancora scritti chiaramente nella mia memoria, altri sono ancora ridotti a brandelli. È passato tanto tempo. Ricordo un viaggio in Australia e una rissa in un pub, durante la quale ricevetti un pugno allo stomaco; ricordo un vagone abbandonato e una comunità di senzatetto che v'imputridiva; una volta fui arrestato, sbattuto in una stanza buia e picchiato selvaggiamente per tutta la notte, ma non chiedetemi il perché. Poi ricordo una vetta che si staglia nel cielo perdendosi tra le nuvole e due omini in tunica arancione o rossa, pelati, che mi sorridono tenendo le mani giunte.
    Un'altra pagina, non affatto correlata, per quanto ne sappia, agli eventi che ho appena ricordato, si svolse in un afoso pomeriggio di luglio, mentre ero sdraiato in un parco. L'imponente sinfonia delle cicale regnava incontrastata su quell'arida distesa di cemento che era la città pressoché deserta. Posso sentire ancora adesso la sensazione che tutti fossero fuggiti via, lasciando me solo e pochi altri intrappolati in un contesto che sfumava nell'irrealtà. Gli autobus si lasciavano dietro le pensiline vuote senza fermarsi; dalla radio di un chioschetto la voce del notiziario si perdeva nella vacuità delle strade imponendosi, senza ricevere alcuna resistenza, sul silenzio postprandiale; l'orizzonte tremolava inghiottendo i palazzi in un'inondazione illusoria. Tutto ciò mi dava l'impressione di trovarmi tra le vestigia di una realtà irrimediabilmente tramontata.
    A quell'ora anche il parco era deserto. Studiando con lo sguardo il profilo di una grossa nuvola, andavo considerando la natura del mio animo, e non senza pretenziosità la paragonavo a Ulisse. Anzi ai due Ulisse: quello di Omero, tormentato dal desiderio di ritornare a casa e occuparsi della sua famiglia; e quello di Dante, pungolato da un'inesauribile sete di conoscenza. Il primo tornò infine a casa, l'altro andò a morire dinnanzi alla montagna del Purgatorio, presso cui era stato portato dall'ansia di sapere. Pronunciavo il nome dell'eroe, e nella mente si configurava la sovrapposizione schizofrenica dei due personaggi. Io, fino a quel momento (almeno così credo di vedere ora), ero stato in pieno mediterraneo, sbalzato da forze sconosciute, e non sapevo ancora cosa avrei deciso, se mi sarei spinto oltre le mie colonne d'ercole oppure sarei finalmente tornato in patria.
    A poco a poco cominciava ad arrivare gente. Tre bambini si erano messi a giocare a palla alla mia sinistra. Di fronte, le loro mamme erano sedute alla panchina e chiacchieravano. Passò un uomo e mi chiese di fargli accendere la sigaretta. Gli porsi l'accendino e lo guardai mentre armeggiava con esso. Aveva i capelli radi che cercavano di coprire come meglio potevano una testa irregolare. Il viso era scarno e il naso prominente. Mi riconsegnò l'accendino fissandomi negli occhi. Io cercai di reggere a quello sguardo ma non riuscivo a evitare il disagio crescente che a poco a poco mi stava prendendo. Alla fine parlò chiedendomi se avessi bisogno di un lavoro. Non facevo niente da tre mesi e gli risposi di sì. Mi diede appuntamento l'indomani alle sette, presso un bar anonimo, in un quartiere residenziale, tranquillo. Mentre si allontanava fui colpito dalla sua magrezza, che esprimeva una grande energia interiore. Il giorno successivo incontrai quell'uomo all'ora stabilita, nel luogo stabilito, ma le mie memorie non vanno oltre.
    I ricordi, fissati mediante le percezioni sensoriali, si sedimentano silenziosamente nella parte più riposta della nostra coscienza, che altri chiama subconscio, e, anno dopo anno, vengono sommersi da una mole sempre crescente, mentre il nostro io cosciente vive nel presente, portandosi dietro di sé tutto l'apparato della memoria intellettuale, che tesse il vago romanzo della nostra identità esteriore, contraddittorio nelle sue giunture grossolane, ma tanto utile a che riusciamo a mantenerci nell'agire: fossero attivi nelle nostre menti tutti gli attimi autentici e necessariamente non correlati tra loro dei nostri presenti passati, invano cercheremmo l'azione nel presente presente, e ci sarebbe preclusa ogni possibilità di disegnare il futuro. Questo invece è ciò che accade quando ci si ritrova da questa parte. Al di là di qualche rara isola di coerenza, gli istanti vissuti si presentano in un ordine del tutto casuale, e ciò blocca totalmente ogni azione. Poiché ogni azione presuppone un’intenzione, e ogni intenzione un passato coerente e un’altrettanto coerente proiezione nel futuro.
    Pure, nel momento di massimo disordine, tutto acquista un senso mai intuito prima. Se abbracciate con un solo sguardo l'intera vostra vita, non vi troverete alcun senso. Se la guardate istante dopo istante, e tenete tali istanti ben separati l'uno dall'altro, ne confondete l'ordine, recidendo ogni apparente nesso di causalità, allora ogni istante avrà il suo significato, ineffabile, ma che riluce nella vostra anima, come le stelle in una dolce notte d'estate.
    Giunti a questo climax, si perde nuovamente, e definitivamente, la propria identità. Dopo aver colto il senso della mia personale esperienza, ho abbandonato completamente me stesso.
    Ciò che accade dopo è semplicemente inenarrabile. Proverò a dare soltanto una pallida traccia, un frammento infinitesimale, scorto il quale rimarrete ancora a distanza infinita dalla realtà.
    Sono stato fante in trincea durante la Grande Guerra. Amanuense in un’abbazia di benedettini, provai l'estasi ottusa di perdermi nel lavoro meccanico di far scorrere l'inchiostro sulla pergamena. Ho udito, dalla mia stessa voce, il suono del dialetto attico durante un processo nell'Atene di Pericle. Donna, in un'alba del IX secolo, fui violentata durante una scorreria saracena su una spiaggia daunia, sotto gli occhi atterriti del vecchio padre e dell’amato sposo. A Babilonia, ho atteso a lungo il ritorno di mio figlio dalla battaglia di Opis, invano. Ho mangiato carne cruda nel buio di una spelonca, sulle cui pareti avevo immortalato le più gloriose scene di caccia della mia tribù.
    In seguito, la disgregazione del mio io è passata in una nuova e più violenta fase. La mia essenza, qualunque cosa essa sia, si è letteralmente diluita nell'universo.
    Sono stato un ciottolo levigato dal mare e abbandonato per secoli su una spiaggia di poveri pescatori, porgendo ogni mattina il mio volto alla potenza gloriosa del sole nascente. Sono diventato un grano di polvere interstellare in una lontana galassia a spirale. Sono stato un fotone e ho vagato centinaia di migliaia di anni all'interno di una stella prima di venirne fuori. Sono stato un atomo di carbonio, respirato da una forma di vita primordiale in un'atmosfera aliena, durante un'alba con tre soli. Ancora fotone, ho rimbalzato tra gli anelli di un pianeta gassoso, prima di trasformarmi in una coppia elettrone-positrone. Sono stato dapprima l'elettrone, poi il positrone, poi entrambi in un ineffabile legame schizofrenico. Ho soffiato, come vento, tra le piante di una flora misteriosa e solitaria, nel crepuscolo di un pianeta appena svegliatosi alla vita. Ho attraversato l'orizzonte degli eventi di un buco nero massiccio al centro di una galassia vecchia e stanca. Ho visto la fine e l'inizio del tempo. Tutti i tempi, tutti i luoghi.
    Se posso raccontarvi la mia esperienza, è perché sono stato, a un certo punto, la coscienza di colui che sta scrivendo queste pagine. Io stesso non sarei memore di quello che vi ho detto, se non fosse per questo raro miracolo: l'estensione pressoché infinita, nel tempo e nello spazio, dell'esistenza rende questo evento assai meno probabile dell'improvviso ricomporsi di una figura umana da una folata di vento che spazzi un mucchio di polvere. Eppure adesso sono qui.
    Nella coscienza del mio ignaro ospite ho appreso i brandelli della mia storia, e della storia di molti altri; nella sua coscienza ho appreso il mio stato attuale; nella sua memoria ho letto di quell'uomo che disse che noi moriamo, ma l'Universo permane: e a lui ho dedicato queste pagine.
    Questo miracolo mi ha donato la fede nell'esistenza di Dio, ma essa durerà finché non abbandonerò la mente dell'autore. Poiché, ogni considerazione metafisica, ogni questione teologica, ogni filosofia, da questa parte, è affatto priva di significato.