Si
dice che quando si muore si è soli, e questo è vero. Quello che
però non si dice, perché tra i vivi non si sa, è che quando si
muore, o meglio, subito dopo essere morti, non si ha la benché
minima idea di cosa e come sia successo. La prima sensazione che si
avverte è simile a un'immane e muta esplosione di immagini, ricordi
e percezioni. L'io si frantuma in una miriade vorticosa di frammenti
della propria esistenza, spinti a separarsi da una disgregante forza
centrifuga, finché il concetto stesso di centro, di individuo, da
cui si dipartono tutti questi elementi, svanisce. Ogni singolo
istante vissuto, con tutto quello che la coscienza è riuscita a
registrare, si ritrova sospeso nel nulla. Non vi sono
più nessi
logici,
rapporti
di causalità, ma solo un insieme di sequenze rimescolate e messe
l'una di fianco all'altra in maniera casuale.
Tutto
ciò accade a partire dai primissimi istanti dopo la morte. Sono
momenti che, per la quasi totalità della gente, priva di una
sufficiente maturità spirituale, costituiscono un'esperienza di pura
angoscia. Provate a immaginare che un bel giorno, mentre state
camminando per strada o magari siete alla guida della vostra auto,
d'improvviso, senza soluzione di continuità alcuna, vi ritrovate
seduti in un banco di scuola, indossate un grembiule blu scuro e la
maestra vi sta bacchettando perché non avete studiato la lezione.
Subito dopo siete su una spiaggia affollata e avete vent'anni.
Sentite
la
sensazione di caldo bruciante sulla pelle. La sete. Poi
appare
un
emporio che vende cianfrusaglie per turisti, abbarbicato sulla cima
di una viuzza stretta che sale sulla collina, in una bruciante notte
di luglio. Il profumo di acqua di colonia mentre a dodici anni
baciate la prima fidanzatina sotto le scale antincendio della scuola,
il profumo dei biscotti della nonna, l'odore degli anfibi di gomma
del poliziotto che vi colpisce la faccia durante la manifestazione,
vostra madre seduta al balcone che sorride mestamente, e un sole
grande, che vi trafigge lasciandovi ammutoliti e pensosi. La polvere
a terra e i palazzi in alto, che soffocano le cime di sparuti alberi
morenti. I panni stesi fuori dai balconi ad asciugare e un treno che
corre su un vecchio ponte che calpesta il parco di quartiere. L'aria
fredda e pungente di un mattino di gennaio che penetra nelle narici e
si fa strada fino al cuore. Una leggera brezza che accarezza la pelle
pregna di sale. Una lieve malinconia. Un'acuta angoscia. E mille
altri eventi che possono comporre il mosaico della vita di una
persona.
Si
passa da una scena all'altra senza controllo e non si capisce cosa
stia accadendo. Di certo non si ha il minimo sospetto di essere
morti, tanto più che la scena finale della propria vita è
totalmente assente, rimossa. Potete immaginare lo spavento che tutto
ciò comporta. Semplicemente non si capisce cosa stia succedendo e in
quale modo si possa gestire tale situazione. Poi, a mano a mano che
l'io si disgrega, non c'è più posto per nessun tipo di
considerazione e giudizio generale, e l'angoscia svanisce. Rimangono
solo i ricordi sospesi nel nulla. Anzi, non i ricordi. Le scene
vengono vissute direttamente.
Questi
fatti accadono poiché, subito dopo la morte, la coscienza, non
avendo più il supporto materiale del cervello, perde ogni contatto
con la realtà dell'universo fisico, e di conseguenza perde la
capacità di innestarsi in un filone spazio-temporale univoco. E così
le singole tessere del nostro mosaico personale si disgregano e noi
cessiamo di essere un individuo. Si va avanti così incessantemente,
rivivendo più volte gli stessi istanti, ogni volta con l'accento
posto su percezioni sensoriali diverse, e, cosa più importante,
tutti questi momenti vengono rimescolati in un ordine sempre diverso.
Finché un giorno non capita che due eventi legati tra loro da un
nesso di causalità, per pura casualità, si ritrovano a essere
vissuti nel giusto ordine. Col passare del tempo, queste coppie di
eventi riordinati si moltiplicano e a essi cominciano ad aggiungersi
intere sequenze, e così pian piano, anche se il quadro generale
rimane affatto confuso e frammentario, comincia nuovamente a farsi
strada l'idea di una certa unitarietà, di essere un individuo. Si
percepisce di essere stati qualcuno, anche se non si sa chi. E,
soprattutto, si percepisce il fatto di essere stati e non di essere.
Ma non ritorna la paura. Una volta che si è sicuri di trovarsi al di
là del fatidico istante della propria morte, nulla ha più
importanza.
La
prospettiva da cui si guardano le cose terrene da qui è ineffabile.
La parola gioco sarebbe la più vicina ai vostri concetti, ma sotto
molti aspetti tale termine è totalmente fuorviante. Il linguaggio
umano è oltremodo mutilo.
Una
volta che si è capito di essere stati un individuo, la sensazione
che si prova è di avere in mano un libro spaginato, le cui stesse
pagine sono spesso lacerate. Si possono leggere frammenti di una
storia che si intuisce soltanto essere stata unitaria.
A
volte, per un mero gioco del caso, si ricompone un'intera pagina.
Ricordo,
per esempio, il cimitero di una piccola cittadina, e una tomba
immersa nella quiete sonnacchiosa che regna in quei luoghi. Fu lì
che per la prima volta vidi Giulia, col suo sorriso triste e gli
occhi grandi. Veniva a portare i fiori a suo papà, morto l'anno
prima. Per due anni ci amammo. Ogni mattina passava da casa mia prima
di andare a lavoro (io allora – mi
pare – studiavo,
o almeno ci provavo) e accarezzandomi il viso mi baciava, poi mi
sorrideva e andava via. Sono quasi sicuro che in quei giorni pensavo
davvero di essere felice. La sera trascorrevamo ore spensierate,
forse le migliori della mia vita. Fu un amore tenero di cui conservo
un dolce ricordo. Poi un giorno partii. Stetti un po' via, andai di
qua e di là, sospinto
dal
vento dell’inquietudine:
mi
vedo, all’epoca, alquanto
tormentato da mille pensieri che mi portavano a girare e rigirare a
vuoto, senza concludere mai nulla di significativo. Insomma, pian
piano ci perdemmo di vista. Ma è sempre così: le cose più belle
della nostra vita finiscono senza fare rumore, quasi come se fossero
eventi di scarsa importanza, né un finale tragico né un epilogo
trionfale, svaniscono come i sogni all'alba quando apriamo gli occhi,
e forse sono davvero soltanto sogni.
È
difficile conservare un ricordo preciso degli eventi che si
succedettero. Alcuni episodi sono ancora scritti chiaramente nella
mia memoria, altri sono ancora ridotti a brandelli. È passato tanto
tempo. Ricordo un viaggio in Australia e una
rissa
in un pub, durante la
quale ricevetti un pugno allo stomaco; ricordo un vagone abbandonato
e una comunità di senzatetto che v'imputridiva; una volta fui
arrestato, sbattuto in una stanza buia e picchiato selvaggiamente per
tutta la notte, ma non chiedetemi il perché. Poi ricordo una vetta
che si staglia nel cielo perdendosi tra le nuvole e due omini in
tunica arancione o rossa, pelati, che mi sorridono tenendo le mani
giunte.
Un'altra
pagina, non affatto correlata, per quanto ne sappia, agli eventi che
ho appena ricordato, si svolse in un afoso pomeriggio di luglio,
mentre
ero
sdraiato in
un
parco. L'imponente sinfonia delle cicale regnava incontrastata su
quell'arida distesa di cemento che era la città pressoché deserta.
Posso
sentire ancora adesso
la sensazione che tutti fossero fuggiti via, lasciando me solo e
pochi altri intrappolati in un contesto che sfumava nell'irrealtà.
Gli autobus si lasciavano dietro le pensiline vuote senza fermarsi;
dalla radio di un chioschetto la voce del notiziario si perdeva nella
vacuità delle strade imponendosi, senza ricevere alcuna resistenza,
sul silenzio postprandiale; l'orizzonte tremolava inghiottendo i
palazzi in un'inondazione illusoria. Tutto
ciò mi dava
l'impressione di trovarmi tra le vestigia di una realtà
irrimediabilmente tramontata.
A
quell'ora anche il parco era deserto. Studiando con lo sguardo il
profilo di una grossa nuvola, andavo considerando la natura del mio
animo, e non senza pretenziosità la paragonavo a Ulisse. Anzi ai due
Ulisse: quello di Omero, tormentato
dal desiderio di ritornare a casa e occuparsi della sua famiglia; e
quello di Dante, pungolato da un'inesauribile sete di conoscenza. Il
primo tornò infine a casa, l'altro andò a morire dinnanzi alla
montagna del Purgatorio, presso cui era stato
portato
dall'ansia di sapere. Pronunciavo il nome dell'eroe, e nella mente si
configurava la sovrapposizione schizofrenica dei due personaggi. Io,
fino a quel momento (almeno
così credo
di
vedere
ora),
ero stato in pieno mediterraneo, sbalzato da forze sconosciute, e non
sapevo ancora cosa avrei deciso, se mi sarei spinto oltre le mie
colonne d'ercole oppure sarei finalmente tornato in patria.
A
poco a poco cominciava ad arrivare gente. Tre bambini si erano messi
a giocare a palla alla mia sinistra. Di fronte, le loro mamme erano
sedute alla panchina e chiacchieravano. Passò un uomo e mi chiese di
fargli accendere la sigaretta. Gli porsi l'accendino e lo guardai
mentre armeggiava con esso. Aveva i capelli radi che cercavano di
coprire come meglio potevano una testa irregolare. Il viso era scarno
e il naso prominente. Mi riconsegnò l'accendino fissandomi negli
occhi. Io cercai di reggere a quello sguardo ma non riuscivo a
evitare il disagio crescente che a poco a poco mi stava prendendo.
Alla fine parlò chiedendomi se avessi bisogno di un lavoro. Non
facevo niente da tre mesi e gli risposi di sì. Mi diede appuntamento
l'indomani alle sette, presso un bar anonimo, in un quartiere
residenziale, tranquillo. Mentre si allontanava fui
colpito dalla
sua magrezza, che
esprimeva una grande energia interiore. Il giorno successivo
incontrai quell'uomo all'ora stabilita, nel luogo stabilito, ma
le mie memorie
non vanno oltre.
I
ricordi, fissati mediante le percezioni sensoriali, si sedimentano
silenziosamente nella parte più riposta della nostra coscienza, che
altri chiama subconscio, e, anno dopo anno, vengono sommersi da una
mole sempre crescente, mentre il nostro io cosciente vive nel
presente, portandosi dietro di sé tutto l'apparato della memoria
intellettuale, che tesse il vago romanzo della nostra identità
esteriore, contraddittorio nelle sue giunture grossolane, ma tanto
utile a che riusciamo a mantenerci nell'agire: fossero attivi nelle
nostre menti tutti gli attimi autentici e necessariamente non
correlati tra loro dei nostri presenti passati, invano cercheremmo
l'azione nel presente presente, e ci sarebbe preclusa ogni
possibilità di disegnare il futuro. Questo
invece
è ciò
che accade quando ci si ritrova da questa parte. Al di là di qualche
rara isola di coerenza, gli istanti vissuti si presentano in un
ordine del tutto casuale, e ciò blocca totalmente ogni azione.
Poiché
ogni azione presuppone un’intenzione, e ogni intenzione un passato
coerente e un’altrettanto coerente proiezione nel futuro.
Pure,
nel momento di massimo disordine, tutto acquista un senso mai intuito
prima. Se abbracciate
con un solo sguardo l'intera vostra
vita, non vi troverete
alcun senso. Se la guardate
istante
dopo istante, e tenete
tali istanti ben separati l'uno dall'altro, ne confondete
l'ordine, recidendo ogni apparente nesso di causalità, allora ogni
istante avrà il suo significato, ineffabile, ma che riluce nella
vostra
anima, come le stelle in una dolce notte d'estate.
Giunti
a questo
climax, si perde nuovamente, e definitivamente, la propria identità.
Dopo aver colto il senso della mia personale esperienza, ho
abbandonato completamente me stesso.
Ciò
che accade dopo è semplicemente inenarrabile. Proverò a dare
soltanto una pallida traccia, un
frammento infinitesimale, scorto il quale rimarrete ancora a distanza
infinita dalla realtà.
Sono
stato fante in trincea durante la Grande Guerra. Amanuense in
un’abbazia di benedettini, provai l'estasi ottusa di perdermi nel
lavoro meccanico di far scorrere l'inchiostro sulla pergamena. Ho
udito, dalla mia stessa voce, il suono del dialetto attico durante un
processo nell'Atene di Pericle. Donna, in un'alba del IX secolo, fui
violentata durante una scorreria saracena su una spiaggia daunia,
sotto gli occhi atterriti del vecchio padre e dell’amato sposo. A
Babilonia, ho atteso a lungo il ritorno di mio figlio dalla battaglia
di Opis, invano. Ho mangiato carne cruda nel buio di una spelonca,
sulle cui pareti avevo immortalato le più gloriose scene di caccia
della mia tribù.
In
seguito, la disgregazione del mio io è passata in una nuova e più
violenta fase. La mia essenza, qualunque cosa essa sia, si è
letteralmente diluita nell'universo.
Sono
stato un ciottolo levigato dal mare e abbandonato per secoli su una
spiaggia di poveri pescatori, porgendo ogni mattina il mio volto alla
potenza gloriosa del sole nascente. Sono diventato un grano di
polvere interstellare in una lontana galassia a spirale. Sono stato
un fotone e ho vagato centinaia di migliaia di anni all'interno di
una stella prima di venirne fuori. Sono stato un atomo di carbonio,
respirato da una forma di vita primordiale in un'atmosfera aliena,
durante un'alba con tre soli. Ancora fotone, ho rimbalzato tra gli
anelli di un pianeta gassoso, prima di trasformarmi in una coppia
elettrone-positrone. Sono stato dapprima l'elettrone, poi il
positrone, poi entrambi in un ineffabile legame schizofrenico. Ho
soffiato, come vento, tra le piante di una flora misteriosa e
solitaria, nel crepuscolo di un pianeta appena svegliatosi alla vita.
Ho attraversato l'orizzonte degli eventi di un buco nero massiccio al
centro di una galassia vecchia e stanca. Ho visto la fine e l'inizio
del tempo. Tutti i tempi, tutti i luoghi.
Se
posso raccontarvi la mia esperienza, è perché sono stato, a un
certo punto, la coscienza di colui che sta scrivendo queste pagine.
Io stesso non sarei memore di quello che vi ho detto, se non fosse
per questo raro miracolo: l'estensione pressoché infinita, nel tempo
e nello spazio, dell'esistenza rende questo evento assai meno
probabile dell'improvviso ricomporsi di una figura umana da una
folata di vento che spazzi un mucchio di polvere. Eppure adesso sono
qui.
Nella
coscienza del mio ignaro ospite ho appreso i brandelli della mia
storia, e della storia di molti altri; nella sua coscienza ho appreso
il mio stato attuale; nella sua memoria ho letto di quell'uomo che
disse che noi moriamo, ma l'Universo permane: e a lui ho dedicato
queste pagine.
Questo
miracolo mi ha donato la fede nell'esistenza di Dio, ma essa durerà
finché non abbandonerò la mente dell'autore. Poiché, ogni
considerazione metafisica, ogni questione teologica, ogni filosofia,
da questa parte, è affatto priva di significato.