sabato 9 dicembre 2023

Il Tao di Marco

A pagina 459 della monumentale opera A brief history of Southern Italy myths (Amascé, Totnes, 1899), l’autore, Mark Ham (dal cognome alcuni studiosi desumono una probabile discendenza dalla stirpe dei Presutti), scrive:

<<Some old men living in the little town known as Cerignola, situated in the middle of the low plain of Apulia, transmit a legend according to which the great traveler Marco Polo actually did not make his journeys in China, but his accounts are the result of a series of hallucinations caused by the ingestion of powerful drugs, which the Italian man received, during a visit in the mentioned town, by some people belonging to a little but strong settlement coming from the sect of al-Hashishiyyun in the middle-west Iran. The lack of any written document that confirm this tale relegate it to the realm of the fabulous, so that I shall not dare any conjecture.>>

Quando ho letto per la prima volta questo testo, la notizia, di per sé, non ha destato in me alcuno stupore, e subito mi sono trovato d’accordo con l’autore nel ritenerla infondata: sono ormai abituato alle stranezze che si raccontano sul conto del popolo della Daunia, e inoltre non mi risulta che a Cerignola si tramandino, o siano state tramandate, leggende riguardanti Marco Polo.
L’evento che, invece, ha suscitato in me una grande meraviglia, ed è stato il principio di una serie di rivelazioni susseguitesi in maniera tanto casuale e strana da giustificare ogni incredulità, si è verificato qualche mese dopo, in un rovente pomeriggio di luglio, mentre passeggiavo lungo la cosiddetta “strada di San Marco”, a Cerignola. Si tratta di un breve circuito che si immerge nella campagna per pochi chilometri, per poi ritornare nuovamente in città. Utilizzata una volta soltanto dagli agricoltori per raggiungere i propri terreni, oggi è assai frequentata da ciclisti, podisti e sfaccendati d’ogni genere.
La natura delle notizie che verranno rivelate nel seguito di queste note m’impone di non citare la vera identità delle persone coinvolte, per cui utilizzerò dei nomi di fantasia.
Passeggiavamo, dunque, lungo questa strada, io e Luke Aziz, mio amico di vecchia data, studioso sinceramente appassionato delle origini dei beduini del deserto arabico. L’imponente sinfonia delle cicale s’ergeva al di sopra delle nostre voci, quasi a voler censurare i futili discorsi che andavamo facendo, discorsi che passavano dal meteorismo di Paviglianiti alla questione omerica senza soluzione di continuità alcuna. A un tratto c’imbattemmo in George Thinks. Era, questi, un tipo assai strano, dal parlare raro e profetico. Non avevo molta confidenza con lui, a differenza di Luke, che invece lo frequentava non spesso ma con una certa regolarità. S’unì a noi.
Non mi soffermerò sui dettagli di quello che venne detto. Dirò soltanto che io e Luke continuammo i nostri discorsi senza troppo entusiasmo, mentre George intervenne poco e con altrettanto scarso interesse.
Quello che però accadde quel pomeriggio mi lasciò esterrefatto. A un certo punto, giunti nel punto che maggiormente s’immergeva nella campagna, c’imbattemmo in una biscia ferma al centro della strada. Con mio sommo stupore, vidi George Thinks scagliarsi a terra, prono, prosternandosi e recitando delle litanie in un idioma che non riuscii in alcun modo a identificare. Subito dopo dal cielo arrivò una cicogna, la quale, afferrata la biscia col becco, s’involò al di sopra degli uliveti fino a sparire nell’azzurro del cielo. In quell’istante, un gallo prese a cantare a squarciagola, lacerando l’aria circostante. Rimasi fermo, attonito, mentre George Thinks si rialzava, ripulendosi le vesti. Feci per aprire bocca ma Luke Aziz mi fece cenno di tacere, lasciandomi intendere che mi avrebbe spiegato più tardi. Continuammo a camminare, ero turbato.
Avevo sempre avuto la vaga idea che George fosse un tipo un po’ svitato, e quello che era appena accaduto non poteva che darmi la conferma di ciò, se non fosse per il fatto che tutto si era svolto con un’aura di serietà, in un’atmosfera di rituale millenario, con un incanto che non poteva non lasciarmi perplesso.
George Thinks decifrò sul mio viso la meraviglia e pronunciò le seguenti parole, che cito alla lettera:
<<Quello che hai appena visto è il risultato dello stravolgimento dell’ordine naturale delle cose che regna in questa terra, a seguito degli eventi che vi si verificarono. Le pietre, gli alberi, ogni vivente, qui vibra ancora dell’energia che fluisce dai Fatti>>
Al mio crescente disorientamento e alla mia domanda di ulteriori chiarimenti rispose:
<<Poiché percepisco in te energie positive, ti dirò: come un gallo che canta al tramonto ha acceso la tua curiosità, così un gallo che canta al mattino la placherà, se sarai degno di conquistare la verità. Però>> continuò, alzando il dito in segno d’ammonimento <<stai attento! Queste non sono solo superstizioni!>>
Quando concluse, aveva la fronte imperlata di sudore, la pelle del viso diafana, gli occhi spiritati. Io, invece, ero attanagliato dall’angoscia e dalla confusione, e l’unica cosa che m’interessava era arrivare a casa, infilarmi sotto la doccia e non pensare più a tutto quello che stava succedendo. Rinunciavo a qualunque chiarimento, purché mi si lasciasse in pace.
Qualche sera più tardi, dopo cena, ero seduto al balcone. L’aria era immobile e si respirava a fatica. Non avevo più rivisto Luke Aziz, dopo quel fatidico pomeriggio, e avevo quasi dimenticato l’accaduto. Meccanicamente, aprii un’edizione delle favole di Esopo e cominciai a leggere. Il libro si era aperto casualmente alla pagina dove c’erano le favole “I due galli e l’aquila” e “I galli e la pernice”. Ciò mi riportò con la memoria alle parole di George Thinks: come un gallo che canta al tramonto ha acceso la tua curiosità, così un gallo che canta al mattino la placherà, se sarai degno di conquistare la verità. Mi chiesi quale senso potessero avere quelle parole e scherzosamente pensai che l’unico gallo che canta al mattino che mi veniva in mente in quel momento era il Cantico del gallo silvestre di Leopardi: l’autore, infatti, riferisce nelle righe iniziali, inventando, di voler tradurre un antico testo redatto in lingua ebraica, intitolato Cantico mattutino del gallo silvestre. Avevo in biblioteca una copia delle Operette Morali, che aprii alla pagina che mi interessava e cominciai a leggere, per la verità senza troppo interesse e senza grandi speranze.
Lessi il testo dall’inizio alla fine, senza che mi venisse in mente la benché minima idea. Quando ormai ero rassegnato a interrompere una ricerca che, con ogni evidenza, non mi avrebbe condotto a nessuna verità, distrattamente il mio sguardo cadde su una piccola nota dell’editore che avevo ignorato. La nota diceva: Composto a Recanati tra il 10 e il 16 novembre 1824, fu pubblicato per la prima volta nell’edizione Stella, Milano, 1827.
Rimasi folgorato. Da una zona recondita della mia mente affiorò il ricordo del breve profilo biografico di Mark Ham, che avevo letto nell’opera su citata. Ebbene, lo studioso inglese era nato a novembre del 1824 e il giorno di nascita non era conosciuto con certezza: si trattava di una data imprecisata tra il 10 e il 16 del mese! Cosa ancor più sconcertante, il padre di Ham, Sir Richard Ham, conte di Exeter, si era trasferito con la famiglia a Milano nel 1827 e a quanto pare aveva avuto qualche rapporto con l’editore Stella. Lo interpretai come un segno, contro ogni razionalità.
Ritornai con la mente alla leggenda su Marco Polo. Dapprima meditai, in seguito sognai e infine bramai un collegamento tra questa e i riferimenti misteriosi di Thinks. Sapevo che era tutto assurdo e frutto di insulse casualità, eppure qualcosa dentro me, forse un bisogno di evasione fantastica, mi spinse a seguire una pista improbabile.
Il giorno seguente telefonai a Luke Aziz, deciso a farmi dare quelle spiegazioni che mi aveva promesso. Sua madre mi disse che era partito il giorno prima per La Mecca e non sarebbe tornato prima di tre mesi. Decisi così di telefonare a Kevin Russel, direttore di diverse biblioteche a Londra e massimo esperto mondiale di ogni sorta di pubblicazioni storiografiche redatte in lingua inglese, e da lui appresi che Ham aveva mentito scrivendo di non possedere nessun documento che attestasse il racconto degli anziani cerignolesi!
Ormai il dado era tratto. Intrapresi una ricerca poderosa e rocambolesca, che mi portò nei posti più disparati: Londra, Dublino, Caracas, Ulan Bator, Ischitella. E molti altri ancora.
Non starò a raccontare i particolari di questa avventura: a tal fine bisognerebbe scrivere un romanzo.
Non starò neanche a esporre in dettaglio le fonti, le testimonianze, le argomentazioni e la catena di ragionamenti che hanno caratterizzato la mia ricerca: per questo ci vorrebbe un trattato poderoso.
Mi limiterò, invece, a riassumere assai brevemente le conclusioni a cui sono giunto. Ritengo sia giusto che queste verità rimangano e vengano trasmesse nella forma breve e lacunosa del mito.

Di seguito elenco alcuni punti chiave che chiariscono una volta per tutte la questione.
Marco Polo non ha mai viaggiato in Oriente. Mi rendo conto che questo fatto possa sconvolgere l’intero establishment storiografico. Sono pronto a difendere questa tesi in sede privata con chiunque fosse interessato.
Una notte, sul finire della sua vita, il mercante veneziano sogna un uomo che si presenta come un vecchio storico greco, il quale gli dice che avrebbe dovuto recarsi nella città del fulmine, laddove anticamente si potevano cambiare i cavalli, se avesse voluta salva l’anima.
Ignorando il greco antico e la storiografia, come del resto la maggior parte degli uomini allora in occidente, Marco Polo consulta Leonzio Pilato, proveniente dalla Calabria, dove ancora sopravviveva qualche memoria della cultura ellenica.
Leonzio Pilato gli parla di un passo di Polibio, in cui cita la città di Keraunilia (Keraunòs in greco vuol dire fulmine), antico luogo di scambio di cavalli o posta.
Keraunilia è il nucleo antico da cui deriva Cerignola. Marco Polo vi si reca.
A Cerignola viene in contatto con un gruppo proveniente dagli al-Hashishiyyun (coloro che sono dediti all’hashish). Costoro, provenienti dall’Iran, hanno sviluppato una forma non ortodossa di Islam, in cui l’iniziazione consiste nell’assunzione di massicce quantità di sostanze psicotrope prima di intraprendere, in solitudine, un cammino circolare che si immerge nella campagna. Tale cammino coincide con l’odierna “strada di San Marco”.
Marco Polo viene iniziato, e durante il cammino immagina i viaggi che confluiranno nel Milione.
Nei secoli seguenti, alcuni monaci cinesi seguaci del Tao, apprendono la storia di Marco Polo e riconoscono il valore spirituale del cammino da lui effettuato. Da quel momento la strada verrà chiamata Il Tao di Marco e diverrà meta di pellegrinaggi della portata del Cammino di Santiago.
Agli inizi del secolo XIX la comunità cerignolese degli al-Hashishiyyun si oppone all’ingerenza ormai schiacciante della religione del Tao e intraprende una svolta fondamentalista che cancella ogni traccia della religione dell’estremo oriente.
Nel 1855, tuttavia, i Cattolici prendono definitivamente il sopravvento. Grazie a un ingente lascito di Paolo Tonti in futuro si costruirà la cattedrale. Per cancellare ogni traccia delle religioni passate il nome della strada viene convertito da Il Tao di Marco a La strada di Marco e, successivamente, per enfatizzare il dominio cattolico, si giunge all’attuale denominazione La strada di San Marco.
Esistono a tutt’oggi, a Cerignola, dei discendenti degli al-Hashishiyyun (basta considerare cognomi come Sciscio, Sciusco etc.). Si dice che essi abbiano eletto simbolicamente a luogo sacro la cattedrale della città: cinque volte al giorno, segretamente, ovunque essi si trovino, si prostrano in preghiera rivolti verso di essa.
Luke Aziz e Joe Thinks appartengono a una setta segreta di matrice zoroastriana, dedita al culto del Serpente e della Cicogna.
Infine, per quanto riguarda i galli che cantano al tramonto, il mistero si è risolto casualmente in maniera assai triviale. Ho appreso sul giornale di un maxi blitz condotto dalle forze dell’ordine contro degli allevatori che somministravano metanfetamina ai galli, al fine di tenerli in continuazione svegli e carichi di testosterone, sì da rendere continua la fecondazione delle galline. Niente di arcano, dunque, almeno in questo. Forse.

venerdì 25 agosto 2023

Romanzo social VI

 OFFLINE

Nei tardi pomeriggi estenuati di fine agosto, il tempo si sdraia sfatto lungo i marciapiedi di cemento, o ai bordi di una superstrada che infilza un cavalcavia. A lato, piante e immondizia si fondono in un tripudio d'arte suburbano. Nella spazzatura, se ascolti bene, si sente l'eco di innumerevoli vicende che s'intrecciano in maniera complicata, frammenti di esistenze rimbalzate lì per caso lasciando una traccia a languire tra le altre. Tra una calza nera di nylon e un guanto da forno bruciato, una folata di vento solleva un sacchetto di patatine sbiadito dal sole e lo appiccica contro un cartellone pubblicitario sul bordo della strada, tenendolo fermo lì per alcuni secondi.

    <<Bevimi, e a ogni sorso vivrai un'esperienza inimitabile>>, dice la birra Dream dal cartellone. <<Come scusa? Dici a me?>>, risponde il sacchetto di patatine, guardando la bottiglia negli occhi mentre si stacca e scivola lentamente verso il suolo.
    <<Dico a te, dico a tutti. Regalo una vita fantastica, ricca di avventure. Bevimi!>>.
    <<Ma come è possibile che un sorso a una bibita possa far vivere un'esperienza? e addirittura a ogni sorso un'esperienza nuova!>>
    <<Quando ci avrai indossato capirai come sia possibile sperimentare sensazioni nuove e sorprendenti!>> replicano i jeans J&J dal cartellone di fronte.
    <<Sciocchezze!>>, inveisce il pannolone per adulti Freedom, <<la vera esperienza la regalo io!>>. E mentre tutti gli altri cartelloni scoppiano a ridere, il sacchetto di patatine nel frattempo si posa a terra di fianco a una batteria di cellulare buttata via.
    <<Non capisco, ma allora cos’è un’esperienza?>> dice.
    <<Esattamente noi non sappiamo cos’è>> risponde la birra <<ma di certo è qualcosa che le persone comprano con noi, e quando lo fanno sono contente, per qualche minuto, poi corrono a comprare l’esperienza successiva>>.
    Intanto la batteria si accosta all’orecchio del sacchetto di patatine e gli sussura: <<Non dare loro retta, io so cosa sono le esperienze, ne ho viste tante durante la mia breve vita. Si tratta di foto, qualche volta accompagnate da un breve testo. È un processo misterioso: nel momento in cui vengono condivise, la persona in questione riceve l’esperienza e sta bene; se dopo qualche minuto arriva qualche segno di approvazione, l’esperienza si amplifica e si sta ancora meglio. Tutto però svanisce in fretta, e per rimuovere il senso di vuoto che ne deriva bisogna passare subito all’esperienza successiva>>.
    Mentre la batteria dice queste cose, alcune gocce cominciano a cadere al suolo, bagnando in parte il sacchetto di patatine. Mentre Francesco finisce di pisciare, nota il sole che tramonta sotto l’orizzonte incendiando il cielo. Una brezza fresca gli accarezza il viso, chiude gli occhi e si accorge di non aver mai notato prima tutto ciò, sebbene passi ogni giorno di lì. Prima che il benessere che ha iniziato a sperimentare raggiunga l’apice, si precipita nell’auto parcheggiata sul ciglio della strada per prendere il telefonino e scattare una foto, ma quando apre la portiera e allunga il braccio un senso di vertigine gli fa apparire una smorfia sul viso. Due notifiche attirano la sua attenzione, si siede sul sedile e non ci pensa più. Intanto, il sole è scappato via, e la pianura respira.


Antonio Rivolta, "Romanzo social", Ischitella, Edizioni Amascè, 2017

Romanzo social V

Da un po' di tempo Francesco sentiva di avere grandi cose da raccontare al mondo e così, una mattina, dopo averci riflettuto a lungo per l'ennesima volta, posò la tazzina di caffè nel lavello, rifece il letto, ripiegò il suo pigiama e quello di Livia mettendoli sotto ai rispettivi cuscini ed esclamò: <<Sì, scriverò un libro!>>.
    <<Scriverò un libro>> ripeté a Marcello, sollevando la tazzina di caffè e muovendo furtivamente gli occhi intorno, nella sala affollata del bar, per vedere se qualche persona, magari di sesso femminile, magari bella, potesse ascoltare con ammirazione quello che aveva intenzione di fare.
    <<Ho deciso di mettere per iscritto le conclusioni filosofiche a cui sono giunto, di svelare alla gente l'inanità della propria esistenza, la trappola sociale che stritola quotidianamente le persone nella morsa dell'anonimato, le spinge alla ricerca di una felicità effimera nel consumo, raggiungibile attraverso la schiavitù incondizionata a un padrone che esso stesso è schiavo del sistema, un sistema che...>>
    <<France’, che cazzo stai dicendo?>>, lo interruppe Marcello, che se n'era stato ad ascoltare l'amico senza troppa convinzione, osservando, tra uno sbadiglio e l'altro, i clienti che, seduti allo sgabello, si scialacquavano i soldi al videopoker, <<non avevamo deciso di non fumare più canne di prima mattina? Poi Livia s'incazza con me perché ti vede sempre rincoglionito>>. Ma Francesco continuò imperterrito: <<È una cosa seria scemo! È arrivato il momento di far vedere a tutti quanto valgo e mettere a frutto le mie capacità intellettuali. Ho deciso di raccontare a tutti la verità!>>
    <<Cioè che sei un perdigiorno mantenuto per metà dalla tua ragazza e per metà dalla tua famiglia?>>
    <<Ma no testa vuota! La verità è che la gente si ammazza di fatica dalla mattina alla sera per tirare a campare, sacrificando per fame la propria libertà, le proprie aspirazioni, il libero esercizio della propria volontà!>>
    <<Ma France’, se i nostri cari si mettessero a fare la rivoluzione al sistema, io e te come camperemmo?>>, lo incalzò l'amico.
    <<Sei un materialista che si perde dietro ai dettagli, è inutile parlare di grandi cose con te, ne riparleremo a libro finito, e quando il successo verrà a bussare alla mia porta finalmente capirete tutti chi sono veramente io!>>
    <<Sarà come dici tu. Per adesso chi viene a bussare alla tua porta è Aziz, gli devi ancora quattrocento euro per tutto il fumo che hai preso l'estate scorsa. Se lo sa Livia... altro che lotta al sistema! Farai meglio ad arruolarti nella legione straniera>>, e detto questo Marcello si alzò dalla sedia e, avvicinatosi al bancone, afferrò un bombolone alla crema e se l'infilò per metà in bocca. Intanto Francesco borbottava fra sé: <<Capirai Aziz! Gli compro una piantagione! Gli trasformo quel negozietto che ha in una gastronomia di lusso e poi vediamo cos'ha da reclamare! Datemi solo un po' di tempo e...>>, non poté finire la frase che sentì una mano che gli si avventava piatta sulla sua nuca e poi una voce: <<Ebbravo lo sfaccendato! Sempre a perdere tempo al bar, a fare la bella vita!>>.
    Francesco si voltò di scatto alzandosi nello stesso tempo dalla sedia e vide la faccia larga e calma di Andrea, il quale indossava una tuta verde da operatore ecologico e gli sorrideva guardandolo con quella espressione da orsetto bonario che lo caratterizzava. Francesco, che, sorpreso mentre era immerso nei suoi pensieri, per un attimo aveva temuto che si trattasse di un impazzito Aziz che veniva a reclamargli con la violenza i soldi, mandò a quel paese l'amico, tirandogli un destro sulla spalla. <<Andiamo fuori a fumarci una sigaretta, me la offri tu>> gli disse come per chiedergli un risarcimento. <<Come al solito d'altronde>> rispose l'amico, sempre sorridendo. Marcello trotterellò fuori seguendo gli amici e si appoggiò a una transenna davanti al bar rollandosi una sigaretta.
    Non si sa bene quanto tempo impiegò Francesco per non scrivere il suo libro. Ciò che è certo è che quella sera stessa si mise subito al lavoro, ma dopo un'ora davanti allo schermo bianco si disse: <<Scriverò un libro, sì, ma forse comincerò domani. Per oggi, invece, scriverò un post>>.


Antonio Rivolta, "Romanzo social", Ischitella, Edizioni Amascè, 2017.

domenica 19 marzo 2023

L'inizio della fine

Era autunno. Il mare urlava contro le nostre coscienze nane, fiaccate dall’inerzia e dall’indecisione. Era autunno, l’ennesimo autunno. Pure, un freddo glaciale preannunciava un inverno mai visto prima d’ora. L’aria pareva un vetro sporco; gli spruzzi di sale sul nostro viso, il grigiore spettrale di un cielo triste contro le cui pareti s’ingolfavano urtandosi nuvole atroci, la fuga piagnucolosa di qualche sparuto gabbiano, tutto conduceva all’abisso. E l’abisso aveva la misura delle nostre anime squassate dai venti dell’inquietudine. Più in là, al largo, un piccolo scafo volteggiava tremulo tra i flutti rabbiosi, un indistinto lumicino ammiccava timido, pareva una fiammella sul punto di spegnersi. Guardavamo dritti davanti a noi pur non sapendo dove stessimo andando, la rotta ormai smarrita, protagonisti dello stesso finale, eppure ormai separati da una distanza indicibile, essenziale. Eravamo unità in putrefazione, illusione creata dal convergere di strade che ora prendevano a divergere, testimoni particolari dell’eterna legge generale dell’effimero, secondo la quale in ogni inizio è già implicita la fine.

Semper idem

In alcuni pomeriggi caldi, d'estate, immersi nel silenzio, stregati da un'atmosfera che quasi sfuma nell'irrealtà, acuendo appena più dell'ordinario i sensi, è possibile avvertire pienamente la monotonia del tempo, e osservarlo mentre scorre, senza che si venga a produrre alcunché di significativo. In questi pomeriggi gli istanti perdono consistenza, il tempo arranca, l'essere ondeggia sopra un profondo abisso di nulla. Giunge l'ora della quiete strana, quando gli oggetti sonnecchiano e il silenzio lascia spazio al frastuono muto dei pensieri. In tutta questa quiete, qualunque mistero diviene un unico mistero, e di tanto in tanto pare sul punto di svelarsi, ma ogni volta all'ultimo istante si ritrae; e questo gioco crea una tensione, la quale essa stessa è la domanda e, forse, la risposta.
    Sdraiato sul letto, osservi con la mente una folla di giorni ormai lontani, confusi, sbiaditi, una vaga successione anonima fatta di atti e parole, immagini e suoni; e ti chiedi dove mai siano andati a finire, quei giorni, se ancora esistano in qualche forma a te sconosciuta; ti rendi conto di quanto siano insignificanti molti degli eventi passati che ti riguardano. Pure, nonostante tanta insignificanza, l’incessante lavorio della memoria, tessendo il vago intreccio della tua storia personale, e rimodellando le giunture per eliminare le possibili contraddizioni e farne un racconto coerente, fa sì che venga preservata in te quel minimo di sanità mentale che ti ha permesso di giungere, più o meno incolume, al tempo presente. E così ti ritrovi in debito col tuo passato, e improvvisamente temi che ogni debito, per quanto tu abbia cercato di ergere contro di esso immani barriere di spazio e di tempo, prima o poi trovi la sua strada ed esiga di essere saldato. La follia bussa contro la parvenza di normalità che a poco a poco ti sei illuso di creare. Tu, lì dietro, rimani in silenzio e non apri, ma non sai quanto la tua resistenza possa ancora durare.
    A un certo punto cerchi di non essere sopraffatto. Devi spezzare il cappio metafisico che a poco a poco ti sta soffocando. Decidi di andare a passeggiare sulla sabbia. Il mare lambisce con dolcezza la spiaggia, mentre i gabbiani a frotte nel cielo terso del primo pomeriggio estivo disegnano traiettorie invisibili, che instradano i tuoi pensieri con il loro misterioso e ineffabile intreccio semiotico. Non c’è modo di sfuggire al muto e inesorabile flusso psichico che ha preso a dominare la tua mente, e così ti ritrovi ancora una volta a riflettere sulle parole che pronunciò tua madre una mattina di tanti anni fa: <<Di tutto quello che credi di essere, soltanto una minima parte riguarda davvero te stesso. Tu trovala, e rimarrai fermo come una roccia anche quando tutto intorno a te vacillerà. Se invece ti lascerai confondere da mille desideri, aspirazioni e definizioni tanto programmatiche quanto illusorie, allora il tuo io, tronfio di vacuità, prima o poi se n’andrà in frantumi, mostrandoti in una volta sola tutto il tuo niente, da te stesso inconsapevolmente coltivato>>.
    Continui a camminare e osservi che il tempo non ha sostanza, se non quella delle persone e dei luoghi che gli hanno dato forma. Di tanto in tanto, vieni assalito dalla nostalgia di un volto, o di una voce, ti manca quella strada, quella vista, quella stanza dove pure sei stato male. Credi di essere attaccato agli uomini e alle cose, ma invece ciò che ti tormenta e che cerchi in essi è soltanto il tempo perduto, quel tempo che non riesci ad afferrare, continuamente macinato dal misterioso meccanismo del presente, rivestito da frammenti di esistenza insignificanti, spesso falsati.
    Il tempo ti domina, e finalmente comprendi che esso stesso è il cappio, il grande arcano che, mentre dispiega gli eventi, allo stesso tempo tutto cela. 
    E tanto per complicare ancora più le cose, torni nella stanza, ti siedi al tavolo e, immersa la penna nel foglio bianco, scrivi.