sabato 9 dicembre 2023

Il Tao di Marco

A pagina 459 della monumentale opera A brief history of Southern Italy myths (Amascé, Totnes, 1899), l’autore, Mark Ham (dal cognome alcuni studiosi desumono una probabile discendenza dalla stirpe dei Presutti), scrive:

<<Some old men living in the little town known as Cerignola, situated in the middle of the low plain of Apulia, transmit a legend according to which the great traveler Marco Polo actually did not make his journeys in China, but his accounts are the result of a series of hallucinations caused by the ingestion of powerful drugs, which the Italian man received, during a visit in the mentioned town, by some people belonging to a little but strong settlement coming from the sect of al-Hashishiyyun in the middle-west Iran. The lack of any written document that confirm this tale relegate it to the realm of the fabulous, so that I shall not dare any conjecture.>>

Quando ho letto per la prima volta questo testo, la notizia, di per sé, non ha destato in me alcuno stupore, e subito mi sono trovato d’accordo con l’autore nel ritenerla infondata: sono ormai abituato alle stranezze che si raccontano sul conto del popolo della Daunia, e inoltre non mi risulta che a Cerignola si tramandino, o siano state tramandate, leggende riguardanti Marco Polo.
L’evento che, invece, ha suscitato in me una grande meraviglia, ed è stato il principio di una serie di rivelazioni susseguitesi in maniera tanto casuale e strana da giustificare ogni incredulità, si è verificato qualche mese dopo, in un rovente pomeriggio di luglio, mentre passeggiavo lungo la cosiddetta “strada di San Marco”, a Cerignola. Si tratta di un breve circuito che si immerge nella campagna per pochi chilometri, per poi ritornare nuovamente in città. Utilizzata una volta soltanto dagli agricoltori per raggiungere i propri terreni, oggi è assai frequentata da ciclisti, podisti e sfaccendati d’ogni genere.
La natura delle notizie che verranno rivelate nel seguito di queste note m’impone di non citare la vera identità delle persone coinvolte, per cui utilizzerò dei nomi di fantasia.
Passeggiavamo, dunque, lungo questa strada, io e Luke Aziz, mio amico di vecchia data, studioso sinceramente appassionato delle origini dei beduini del deserto arabico. L’imponente sinfonia delle cicale s’ergeva al di sopra delle nostre voci, quasi a voler censurare i futili discorsi che andavamo facendo, discorsi che passavano dal meteorismo di Paviglianiti alla questione omerica senza soluzione di continuità alcuna. A un tratto c’imbattemmo in George Thinks. Era, questi, un tipo assai strano, dal parlare raro e profetico. Non avevo molta confidenza con lui, a differenza di Luke, che invece lo frequentava non spesso ma con una certa regolarità. S’unì a noi.
Non mi soffermerò sui dettagli di quello che venne detto. Dirò soltanto che io e Luke continuammo i nostri discorsi senza troppo entusiasmo, mentre George intervenne poco e con altrettanto scarso interesse.
Quello che però accadde quel pomeriggio mi lasciò esterrefatto. A un certo punto, giunti nel punto che maggiormente s’immergeva nella campagna, c’imbattemmo in una biscia ferma al centro della strada. Con mio sommo stupore, vidi George Thinks scagliarsi a terra, prono, prosternandosi e recitando delle litanie in un idioma che non riuscii in alcun modo a identificare. Subito dopo dal cielo arrivò una cicogna, la quale, afferrata la biscia col becco, s’involò al di sopra degli uliveti fino a sparire nell’azzurro del cielo. In quell’istante, un gallo prese a cantare a squarciagola, lacerando l’aria circostante. Rimasi fermo, attonito, mentre George Thinks si rialzava, ripulendosi le vesti. Feci per aprire bocca ma Luke Aziz mi fece cenno di tacere, lasciandomi intendere che mi avrebbe spiegato più tardi. Continuammo a camminare, ero turbato.
Avevo sempre avuto la vaga idea che George fosse un tipo un po’ svitato, e quello che era appena accaduto non poteva che darmi la conferma di ciò, se non fosse per il fatto che tutto si era svolto con un’aura di serietà, in un’atmosfera di rituale millenario, con un incanto che non poteva non lasciarmi perplesso.
George Thinks decifrò sul mio viso la meraviglia e pronunciò le seguenti parole, che cito alla lettera:
<<Quello che hai appena visto è il risultato dello stravolgimento dell’ordine naturale delle cose che regna in questa terra, a seguito degli eventi che vi si verificarono. Le pietre, gli alberi, ogni vivente, qui vibra ancora dell’energia che fluisce dai Fatti>>
Al mio crescente disorientamento e alla mia domanda di ulteriori chiarimenti rispose:
<<Poiché percepisco in te energie positive, ti dirò: come un gallo che canta al tramonto ha acceso la tua curiosità, così un gallo che canta al mattino la placherà, se sarai degno di conquistare la verità. Però>> continuò, alzando il dito in segno d’ammonimento <<stai attento! Queste non sono solo superstizioni!>>
Quando concluse, aveva la fronte imperlata di sudore, la pelle del viso diafana, gli occhi spiritati. Io, invece, ero attanagliato dall’angoscia e dalla confusione, e l’unica cosa che m’interessava era arrivare a casa, infilarmi sotto la doccia e non pensare più a tutto quello che stava succedendo. Rinunciavo a qualunque chiarimento, purché mi si lasciasse in pace.
Qualche sera più tardi, dopo cena, ero seduto al balcone. L’aria era immobile e si respirava a fatica. Non avevo più rivisto Luke Aziz, dopo quel fatidico pomeriggio, e avevo quasi dimenticato l’accaduto. Meccanicamente, aprii un’edizione delle favole di Esopo e cominciai a leggere. Il libro si era aperto casualmente alla pagina dove c’erano le favole “I due galli e l’aquila” e “I galli e la pernice”. Ciò mi riportò con la memoria alle parole di George Thinks: come un gallo che canta al tramonto ha acceso la tua curiosità, così un gallo che canta al mattino la placherà, se sarai degno di conquistare la verità. Mi chiesi quale senso potessero avere quelle parole e scherzosamente pensai che l’unico gallo che canta al mattino che mi veniva in mente in quel momento era il Cantico del gallo silvestre di Leopardi: l’autore, infatti, riferisce nelle righe iniziali, inventando, di voler tradurre un antico testo redatto in lingua ebraica, intitolato Cantico mattutino del gallo silvestre. Avevo in biblioteca una copia delle Operette Morali, che aprii alla pagina che mi interessava e cominciai a leggere, per la verità senza troppo interesse e senza grandi speranze.
Lessi il testo dall’inizio alla fine, senza che mi venisse in mente la benché minima idea. Quando ormai ero rassegnato a interrompere una ricerca che, con ogni evidenza, non mi avrebbe condotto a nessuna verità, distrattamente il mio sguardo cadde su una piccola nota dell’editore che avevo ignorato. La nota diceva: Composto a Recanati tra il 10 e il 16 novembre 1824, fu pubblicato per la prima volta nell’edizione Stella, Milano, 1827.
Rimasi folgorato. Da una zona recondita della mia mente affiorò il ricordo del breve profilo biografico di Mark Ham, che avevo letto nell’opera su citata. Ebbene, lo studioso inglese era nato a novembre del 1824 e il giorno di nascita non era conosciuto con certezza: si trattava di una data imprecisata tra il 10 e il 16 del mese! Cosa ancor più sconcertante, il padre di Ham, Sir Richard Ham, conte di Exeter, si era trasferito con la famiglia a Milano nel 1827 e a quanto pare aveva avuto qualche rapporto con l’editore Stella. Lo interpretai come un segno, contro ogni razionalità.
Ritornai con la mente alla leggenda su Marco Polo. Dapprima meditai, in seguito sognai e infine bramai un collegamento tra questa e i riferimenti misteriosi di Thinks. Sapevo che era tutto assurdo e frutto di insulse casualità, eppure qualcosa dentro me, forse un bisogno di evasione fantastica, mi spinse a seguire una pista improbabile.
Il giorno seguente telefonai a Luke Aziz, deciso a farmi dare quelle spiegazioni che mi aveva promesso. Sua madre mi disse che era partito il giorno prima per La Mecca e non sarebbe tornato prima di tre mesi. Decisi così di telefonare a Kevin Russel, direttore di diverse biblioteche a Londra e massimo esperto mondiale di ogni sorta di pubblicazioni storiografiche redatte in lingua inglese, e da lui appresi che Ham aveva mentito scrivendo di non possedere nessun documento che attestasse il racconto degli anziani cerignolesi!
Ormai il dado era tratto. Intrapresi una ricerca poderosa e rocambolesca, che mi portò nei posti più disparati: Londra, Dublino, Caracas, Ulan Bator, Ischitella. E molti altri ancora.
Non starò a raccontare i particolari di questa avventura: a tal fine bisognerebbe scrivere un romanzo.
Non starò neanche a esporre in dettaglio le fonti, le testimonianze, le argomentazioni e la catena di ragionamenti che hanno caratterizzato la mia ricerca: per questo ci vorrebbe un trattato poderoso.
Mi limiterò, invece, a riassumere assai brevemente le conclusioni a cui sono giunto. Ritengo sia giusto che queste verità rimangano e vengano trasmesse nella forma breve e lacunosa del mito.

Di seguito elenco alcuni punti chiave che chiariscono una volta per tutte la questione.
Marco Polo non ha mai viaggiato in Oriente. Mi rendo conto che questo fatto possa sconvolgere l’intero establishment storiografico. Sono pronto a difendere questa tesi in sede privata con chiunque fosse interessato.
Una notte, sul finire della sua vita, il mercante veneziano sogna un uomo che si presenta come un vecchio storico greco, il quale gli dice che avrebbe dovuto recarsi nella città del fulmine, laddove anticamente si potevano cambiare i cavalli, se avesse voluta salva l’anima.
Ignorando il greco antico e la storiografia, come del resto la maggior parte degli uomini allora in occidente, Marco Polo consulta Leonzio Pilato, proveniente dalla Calabria, dove ancora sopravviveva qualche memoria della cultura ellenica.
Leonzio Pilato gli parla di un passo di Polibio, in cui cita la città di Keraunilia (Keraunòs in greco vuol dire fulmine), antico luogo di scambio di cavalli o posta.
Keraunilia è il nucleo antico da cui deriva Cerignola. Marco Polo vi si reca.
A Cerignola viene in contatto con un gruppo proveniente dagli al-Hashishiyyun (coloro che sono dediti all’hashish). Costoro, provenienti dall’Iran, hanno sviluppato una forma non ortodossa di Islam, in cui l’iniziazione consiste nell’assunzione di massicce quantità di sostanze psicotrope prima di intraprendere, in solitudine, un cammino circolare che si immerge nella campagna. Tale cammino coincide con l’odierna “strada di San Marco”.
Marco Polo viene iniziato, e durante il cammino immagina i viaggi che confluiranno nel Milione.
Nei secoli seguenti, alcuni monaci cinesi seguaci del Tao, apprendono la storia di Marco Polo e riconoscono il valore spirituale del cammino da lui effettuato. Da quel momento la strada verrà chiamata Il Tao di Marco e diverrà meta di pellegrinaggi della portata del Cammino di Santiago.
Agli inizi del secolo XIX la comunità cerignolese degli al-Hashishiyyun si oppone all’ingerenza ormai schiacciante della religione del Tao e intraprende una svolta fondamentalista che cancella ogni traccia della religione dell’estremo oriente.
Nel 1855, tuttavia, i Cattolici prendono definitivamente il sopravvento. Grazie a un ingente lascito di Paolo Tonti in futuro si costruirà la cattedrale. Per cancellare ogni traccia delle religioni passate il nome della strada viene convertito da Il Tao di Marco a La strada di Marco e, successivamente, per enfatizzare il dominio cattolico, si giunge all’attuale denominazione La strada di San Marco.
Esistono a tutt’oggi, a Cerignola, dei discendenti degli al-Hashishiyyun (basta considerare cognomi come Sciscio, Sciusco etc.). Si dice che essi abbiano eletto simbolicamente a luogo sacro la cattedrale della città: cinque volte al giorno, segretamente, ovunque essi si trovino, si prostrano in preghiera rivolti verso di essa.
Luke Aziz e Joe Thinks appartengono a una setta segreta di matrice zoroastriana, dedita al culto del Serpente e della Cicogna.
Infine, per quanto riguarda i galli che cantano al tramonto, il mistero si è risolto casualmente in maniera assai triviale. Ho appreso sul giornale di un maxi blitz condotto dalle forze dell’ordine contro degli allevatori che somministravano metanfetamina ai galli, al fine di tenerli in continuazione svegli e carichi di testosterone, sì da rendere continua la fecondazione delle galline. Niente di arcano, dunque, almeno in questo. Forse.