domenica 24 novembre 2019

Gilgameš

Gilgameš, per un terzo uomo, per due terzi divino. Pure, doveva morire.

    Questo pensiero s’insinuò nella mia mente mentre rimettevo a posto sullo scaffale una copia del Don Chisciotte, e chissà mai per quale misteriosa associazione d’idee ero passato dalle strampalate avventure dell’hidalgo al dramma del re di Uruk.
    Fatto sta che, sedutomi sulla poltrona, il mio sguardo volò oltre la vetrata e s’immerse nel golfo abbracciato dal massiccio promontorio che si sdraiava con maestosa pigrizia sul mare. Subito, mi ritrovai a navigare su di un oceano sconfinato, lanciato in una batimetria fantastica, sonnacchiosa e inconcludente.
    Cosa rappresentavano mai le due frazioni di “un terzo” e “due terzi”? Probabilmente non volevano esprimere una stima precisa, quanto piuttosto l’idea della minoranza e della preponderanza. Come a dire che sarebbe bastata anche una sola goccia d’umanità immersa in un oceano di divinità per alterarne ineluttabilmente la natura. Se la peculiarità della divinità era l’essere immortali, al contrario l’essenza più intima dell’essere umano era costituita dalla mortalità, e quest’ultima prevaleva su quella non appena si fossero trovate nello stesso individuo, qualunque fosse il valore delle rispettive proporzioni. Tale era il pessimismo mesopotamico.

<<Proclamerò al mondo le imprese di Gilgameš, l’uomo a cui erano note tutte le cose, il re che conobbe i paesi del mondo. Era saggio; vide misteri e conobbe cose segrete; un racconto egli ci recò dei giorni prima del Diluvio. Fece un lungo viaggio, fu esausto, consunto dalla fatica; quando tornò si riposò, su una pietra l’intera storia incise.

    Quando gli dèi crearono Gilgameš, gli diedero un corpo perfetto. Il sole glorioso Šamaš lo dotò di bellezza, Adad, dio della tempesta, lo dotò di coraggio, i grandi dei resero perfetta la sua bellezza, al di sopra di ogni altro, terribile come gran toro selvaggio. Per due terzi lo fecero dio e per un terzo uomo>>.

Il valoroso re di Uruk aveva affrontato un lungo viaggio, spinto dall’angoscia per aver perduto l’amato amico Enkidu.

<<E perché non dovrebbero essere emaciate le mie guance e teso il mio volto? La disperazione è nel mio cuore e il mio viso è il viso di chi ha compiuto un lungo viaggio, dal caldo e dal freddo fu riarso. Perché non dovrei vagare per i pascoli a cercare il vento? Il mio amico, il fratello minore, colui che cacciava l’onagro delle lande e la pantera delle pianure, il mio amico, il fratello minore che afferrò e uccise il Toro del Cielo e sconfisse Humbaba nella foresta dei cedri, l’amico mio che molto mi era caro e che accanto a me aveva affrontato pericoli, Enkidu, il fratello che io amavo, la fine di tutti i mortali l’ha raggiunto. Sette giorni e sette notti lo piansi, finché il verme non fu su di lui. A cagione di mio fratello ho paura della morte, a cagione di mio fratello vado ramingo per le lande e non trovo riposo. Ma ora, fanciulla che fai il vino, ora che ho visto il tuo volto fa’ che io non veda il volto della morte da me tanto temuta>>.

E la fanciulla che fa il vino, Siduri, così gli aveva risposto:

<<Gilgameš, dove ti affretti? Non troverai mai la vita che cerchi. Quando gli dèi crearono l’uomo, gli diedero in fato la morte, ma tennero la vita per sé. Quanto a te, Gilgameš, riempi il tuo ventre di cose buone; giorno e notte, notte e giorno, danza e sii lieto, banchetta e rallegrati. Siano linde le tue vesti, nell’acqua lavati, abbi caro il fanciullino che ti tiene per mano e nel tuo amplesso rendi felice tua moglie: poiché anche questo è il fato dell’uomo>>.

Ma Gilgameš replicò:

<<Come posso tacere? Come posso riposare, quando Enkidu che amo è polvere e anch'io morirò e verrò disteso nella terra? Tu vivi accanto alla riva del mare e guardi nel suo cuore; fanciulla, ora dimmi: qual è la via per Utnapištim, il figlio di Ubara-Tutu? Quali segni vi sono per la traversata? Dammi, oh, dammi quei segni. Se sarà possibile, attraverserò l’Oceano; altrimenti vagherò per le lande, ancor più lontano>>

Così giunse al cospetto di Utnapištim il Lontano, nella speranza di poter carpire da lui il segreto dell’immortalità, ma invano. Da lui apprese il racconto del Diluvio, ma non poté ottenere ciò che cercava.

    Gilgameš, dunque, come ogni altro essere umano, era destinato a lasciare tutto, anche se stesso.

Ci sono dei momenti in cui l’universo intero ci si presenta in tutta la sua banalità. Una banalità ingiusta, senza senso, un finale che non è un finale bensì una semplice interruzione, definitiva però. Ed è in tali momenti che ci si chiede come sia possibile l’esistenza di un dio disperato al punto da concepire la creazione. Alcune sere, alziamo la testa al cielo e le stesse stelle hanno un che di nauseabondo, l’intera sfera celeste appare in putrefazione. La vita si espande attorno nella sua provocante ottusità. In tali momenti si annusa l’odore di una grave punizione che ci viene impartita sin dal profondo degli eoni, o una presa in giro cosmica, che ci fa sentire intrappolati, vittime di un gioco beffardo, portati alla vergogna sino all’esasperazione, sacerdoti e sudditi della paura, vittime non vendicate della viltà. Ipocriti, falsi di fronte a noi stessi ci trasciniamo, elementi tra altri elementi, alla ricerca di una divinità la cui non esistenza è gridata da ogni singolo nostro cromosoma. Quella divinità vorremmo essere noi stessi, ma non si può e lo sappiamo: la nostra stessa ostinazione nell’irrealizzabile ci getta continuamente sterco sul viso. Quanto sarebbe meglio prostrarsi dinanzi a un sasso! In realtà è il tempo che ci infastidisce e lo spazio, stendardi dei nostri limiti, paladini della non fattibilità, senza di loro saremmo divini. Ma non si può uscire dal gioco. Al massimo si può impazzire e questo è l’unico modo per raggiungere la verità: pensate che traguardo, una verità che non esiste! Così si impazzisce e basta.

    Ecco, io ero stato improvvisamente preso da uno di quei momenti, ma siccome sapevo già che sono effimeri tanto quanto i momenti di gioia, cercai subito di divincolarmi. Guardai fuori. Una piccola imbarcazione veleggiava lenta sul mare, mentre il sole tramontava tranquillo. Mi alzai dalla poltrona, aprii la vetrata e uscii al balcone. Mi accesi il sigaro. Sotto di me la strada serpeggiava andandosi a perdere verso la spiaggia. Un tranquillo vociare e rumori di vita quotidiana giungevano alle mie orecchie rasserenando, finalmente, il mio animo.
    Rientrato così in uno stato d’animo neutrale, decisi di cominciare a prepararmi lentamente per la cena che mi aspettava quella sera.

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