giovedì 28 novembre 2019

Una mattina

E alla fine arrivò il grande giorno e Luca si stupì, guardando fuori dalla finestra, nel constatare che tutto era rimasto uguale a prima. Si era quasi aspettato che il mondo esterno sapesse e fosse in attesa. E invece niente.

    Per sicurezza non aveva spento il telefono. Erano le 7:59 in punto. Guardò l’orologio per un minuto intero e allo scoccare delle 8:00 fece uno squillo a Marco, poi a Giacomo. Ricevette immediatamente una risposta. Bene – pensò – tutto era tranquillo fino a quel momento. Il sole aveva preso a inondare la stanza con la sua viva luce, mentre le goccioline di condensa scivolavano sui vetri. Luca avviò il portatile e fece partire la musica. La colazione era pronta sul tavolo e sua mamma già si preparava per uscire a fare la spesa. <<Cosa fai oggi Lu’?>> <<Niente ma’, sbrigo un paio di faccende, penso che sarò di ritorno a casa per l’ora di pranzo.>>
    Lasciamo Luca tranquillo a fare colazione e torniamo qualche minuto indietro, a casa di Marco. Si faceva la barba quando ricevé lo squillo di Luca e tempestivamente mollò il rasoio per rispondergli. Finito di prepararsi uscì di casa, dirigendosi verso il bar. Camminando sui lastroni che formavano le strade vecchie della città ebbe un’improvvisa sensazione di nausea, una strana voglia di correre e una fitta cupa alla bocca dello stomaco. Probabilmente, la riunione della sera precedente, protrattasi sino a notte fonda, a colpi di rum e tabacco, lo aveva estenuato nel corpo e nella mente, con tutta quella maniacale ripetizione di ogni minimo particolare. Entrò nel bar e anche a lui concederemo un attimo di pausa per fargli fare la sua colazione.
    Giacomo non aveva chiuso occhio. Dei tre era il più agitato di tutti e il meno convinto. Tuttavia, l’organizzazione dei tempi e dei modi dipendeva esclusivamente da lui. Dopo aver risposto allo squillo di Luca, ingoiò di colpo un caffè amaro e, preparandosi una sigaretta, si sporse al davanzale respirando intensamente la fresca aria mattutina.
    Così cominciò la giornata dei nostri tre eroi. Oggi toccava a loro. Tentavano l’impresa, come molti altri prima. E tanti ne sarebbero arrivati dopo.
    Finito ch’ebbe di fare colazione Luca si vestì in fretta, uscì e si fermò dal tabaccaio sotto casa, dove comprò le sigarette. Poi si diresse tranquillamente a piedi verso la strada di campagna che conduceva al vecchio tiro a segno. Giunto lì, s’infilò le cuffie e cominciò a correre tranquillamente insieme a tanta altra gente che faceva lo stesso quotidianamente. Ai lati della strada scorrevano frondosi uliveti interrotti, di tanto in tanto, da piccoli campi di grano o da vigneti lussureggianti. Talvolta incrociava sulla strada un trattore, munito di fresa o altro attrezzo, guidato da contadini dalle facce dure e cupe. Giunto davanti al cancello della masseria abbandonata si fermò e, fingendo di fare qualche esercizio per distendere i muscoli delle gambe, si guardò bene attorno, assicurandosi che nessuno lo guardasse, dopodiché saltò il cancello sparendo dietro gli edifici diroccati. Non passarono cinque minuti che apparve Marco, anch’egli in tenuta sportiva, e dopo dieci minuti c’era anche Giacomo.
    I tre non si scambiarono neanche una parola ma alzarono il telone scoprendo l’auto che avevano rubato tre mesi addietro. Tirarono fuori dal bagagliaio le tute blu da meccanico e si cambiarono, dopodiché Marco si sedette alla guida e, aperta un’agenda, cominciò a stendervi tre grosse strisce di coca, mentre Giacomo e Luca controllavano che i mitra fossero carichi e il bazooka fosse pronto all’uso.
    Sulle pareti del vecchio edificio c’erano alcuni quadri quasi del tutto consumati: un vecchio patriarca dall’aria truce, sorretto da un bastone; una donna grassa in grembiule da cucina, una bimba angelica dai capelli d’oro e gli occhi adamantini. Tracce di vite passate e scomparse nel nulla, scaraventate nell’oblio dall’inesorabile corsa del tempo; in quella masseria, in quella campagna, gli eventi stagnavano, quasi che l’aria fosse gelosa dei brevi atti umani che l’avevano fatta vibrare.
    Tirarono la coca e s’infilarono in auto, ma per dieci minuti buoni rimasero immobili e ancora silenti. Ciascuno di loro era perso nei propri pensieri. Luca pensava a lei, al suo dolce viso, ai suoi occhi agghiaccianti; tornò ancora una volta a quel pomeriggio in cui la strinse forte al petto, baciandole le palpebre e accarezzandole l’odorosa chioma, quel pomeriggio in cui lei portò via la sua anima, per sempre. Marco pensò alla sua mamma, scomparsa improvvisamente durante la sua infanzia; la pensava e la chiamava e implorava il suo perdono. Giacomo era furioso, perché semplicemente non capiva cosa fosse quel tarlo che a poco a poco lo consumava dall’interno.
    Il motore s’avviò. Erano le 9:30. Il portavalori sarebbe passato davanti al passaggio a livello alle 10:00 circa; a quel punto un loro complice avrebbe fatto abbassare le sbarre e loro si sarebbero piazzati con l’auto dietro.
    Giunsero in prossimità della piccola stazione e si accostarono nella stradina che costeggiava i binari. Erano le 9:47. Marco preparò altre tre strisce di coca mentre gli altri due guardavano pensosi fuori dal finestrino. Tirarono. La gamba sinistra di Luca cominciò a tremare in maniera incontrollabile. In quell’auto la tensione era così densa che quasi vi si affogava. A un tratto la situazione divenne insostenibile: semplicemente ciascuno di loro non riusciva a sopportare la presenza degli altri ed evitava che s’incrociassero gli sguardi; tutto quello che sarebbe successo di lì a qualche minuto era totalmente ignoto. Un cane randagio appoggiò le zampe anteriori allo sportello, affacciandosi al finestrino di Luca, il quale lo accarezzò. Il cane si ritrasse e fuggì via. Le 10:00 colsero le nocche di Giacomo che diventavano prima paonazze e poi bianche mentre stringevano il mitra. Alle 10:09 il blindato fece capolino dalla strada principale. Marco fece volare la sigaretta fuori dal finestrino. Le tre teste scattarono alte all’unisono. Giunto in prossimità del passaggio a livello la sbarra s’abbassò bruscamente e la loro auto si frappose tra il blindato e la coda di vetture che lo seguivano.
    Ecco i tre che schizzano fuori dall’auto: Marco e Giacomo il mitra, Luca il bazooka. Uno tiene a bada le auto, l’altro i conducenti del blindato, Luca si piazza dietro e spara...
    Eccoli che corrono veloci sulla strada, il sacco pieno e il vento fresco sul viso; i campi sperano per loro.
    La volante li coglie all’incrocio e un colpo secco di pistola sfonda la fronte di Marco. Dormi fratello, riabbraccia la tua mamma.
    L’auto si ferma contro un muretto che priva Giacomo dell’uso di una gamba mentre Luca afferra il sacco e fugge alla volta dei campi.
    Corri fratello, corri nei campi di grano. Corri verso la libertà sperata, corri mentre mamma ti prepara il tuo piatto preferito, mentre quella pallottola raggiunge la nuca.
    Cadi e muori. Le banconote svolazzano posandosi sulle spighe; e sulle lacrime sporche della nostra terra.

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