Era autunno. Il mare urlava contro le nostre coscienze nane, fiaccate dall’inerzia e dall’indecisione. Era autunno, l’ennesimo autunno. Pure, un freddo glaciale preannunciava un inverno mai visto prima d’ora. L’aria pareva un vetro sporco; gli spruzzi di sale sul nostro viso, il grigiore spettrale di un cielo triste contro le cui pareti s’ingolfavano urtandosi nuvole atroci, la fuga piagnucolosa di qualche sparuto gabbiano, tutto conduceva all’abisso. E l’abisso aveva la misura delle nostre anime squassate dai venti dell’inquietudine. Più in là, al largo, un piccolo scafo volteggiava tremulo tra i flutti rabbiosi, un indistinto lumicino ammiccava timido, pareva una fiammella sul punto di spegnersi. Guardavamo dritti davanti a noi pur non sapendo dove stessimo andando, la rotta ormai smarrita, protagonisti dello stesso finale, eppure ormai separati da una distanza indicibile, essenziale. Eravamo unità in putrefazione, illusione creata dal convergere di strade che ora prendevano a divergere, testimoni particolari dell’eterna legge generale dell’effimero, secondo la quale in ogni inizio è già implicita la fine.
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