In alcuni pomeriggi caldi, d'estate, immersi nel silenzio, stregati da un'atmosfera che quasi sfuma nell'irrealtà, acuendo appena più dell'ordinario i sensi, è possibile avvertire pienamente la monotonia del tempo, e osservarlo mentre scorre, senza che si venga a produrre alcunché di significativo. In questi pomeriggi gli istanti perdono consistenza, il tempo arranca, l'essere ondeggia sopra un profondo abisso di nulla. Giunge l'ora della quiete strana, quando gli oggetti sonnecchiano e il silenzio lascia spazio al frastuono muto dei pensieri. In tutta questa quiete, qualunque mistero diviene un unico mistero, e di tanto in tanto pare sul punto di svelarsi, ma ogni volta all'ultimo istante si ritrae; e questo gioco crea una tensione, la quale essa stessa è la domanda e, forse, la risposta.
Sdraiato sul letto, osservi con la mente una folla di giorni ormai lontani, confusi, sbiaditi, una vaga successione anonima fatta di atti e parole, immagini e suoni; e ti chiedi dove mai siano andati a finire, quei giorni, se ancora esistano in qualche forma a te sconosciuta; ti rendi conto di quanto siano insignificanti molti degli eventi passati che ti riguardano. Pure, nonostante tanta insignificanza, l’incessante lavorio della memoria, tessendo il vago intreccio della tua storia personale, e rimodellando le giunture per eliminare le possibili contraddizioni e farne un racconto coerente, fa sì che venga preservata in te quel minimo di sanità mentale che ti ha permesso di giungere, più o meno incolume, al tempo presente. E così ti ritrovi in debito col tuo passato, e improvvisamente temi che ogni debito, per quanto tu abbia cercato di ergere contro di esso immani barriere di spazio e di tempo, prima o poi trovi la sua strada ed esiga di essere saldato. La follia bussa contro la parvenza di normalità che a poco a poco ti sei illuso di creare. Tu, lì dietro, rimani in silenzio e non apri, ma non sai quanto la tua resistenza possa ancora durare.
A un certo punto cerchi di non essere sopraffatto. Devi spezzare il
cappio metafisico che a poco a poco ti sta soffocando. Decidi di
andare a passeggiare sulla sabbia. Il mare lambisce con dolcezza la
spiaggia, mentre i gabbiani a frotte nel cielo terso del primo
pomeriggio estivo disegnano traiettorie invisibili, che instradano i
tuoi pensieri con il loro misterioso e ineffabile intreccio
semiotico. Non c’è modo di sfuggire al muto e inesorabile flusso
psichico che ha preso a dominare la tua mente, e così ti ritrovi
ancora una volta a riflettere sulle parole che pronunciò tua madre
una mattina di tanti anni fa: <<Di tutto quello che credi di essere,
soltanto una minima parte riguarda davvero te stesso. Tu trovala, e
rimarrai fermo come una roccia anche quando tutto intorno a te
vacillerà. Se invece ti lascerai confondere da mille desideri,
aspirazioni e definizioni tanto programmatiche quanto illusorie,
allora il tuo io, tronfio di vacuità, prima o poi se n’andrà in
frantumi, mostrandoti in una volta sola tutto il tuo niente, da te
stesso inconsapevolmente coltivato>>.
Continui a camminare e osservi che il tempo non ha sostanza, se non quella delle persone e dei luoghi che gli hanno dato forma. Di tanto in tanto, vieni assalito dalla nostalgia di un volto, o di una voce, ti manca quella strada, quella vista, quella stanza dove pure sei stato male. Credi di essere attaccato agli uomini e alle cose, ma invece ciò che ti tormenta e che cerchi in essi è soltanto il tempo perduto, quel tempo che non riesci ad afferrare, continuamente macinato dal misterioso meccanismo del presente, rivestito da frammenti di esistenza insignificanti, spesso falsati.
Il tempo ti domina, e finalmente comprendi che esso stesso è il cappio, il grande arcano che, mentre dispiega gli eventi, allo stesso tempo tutto cela.
E tanto per complicare ancora più le cose, torni nella stanza, ti siedi al tavolo e, immersa la penna nel foglio bianco, scrivi.
Nessun commento:
Posta un commento