venerdì 1 marzo 2019

Jinn

Accadde tutto velocemente, in un mite pomeriggio di maggio inoltrato. L'aria era pervasa da quei dolci odori che preannunciano l'arrivo dell'estate. Odori che scatenano i sensi in un languido abbraccio con la memoria. Memoria e pensieri. Memoria di tempi remoti e forse mai vissuti, e pensieri di qualcosa di buono che potrebbe, se Dio vuole, ancora fiutarsi nell'aria.

    Camminava, come al solito, lungo il viale alberato che lo avrebbe riportato a casa dopo la solita giornata di lavoro. La gente alle fermate degli autobus era il simulacro della stanchezza, ma, in un certo senso, era anche il segnale che tutto era normale. In lontananza un cane abbaiava col naso infilato nell'universo.    
    Giunto davanti al portone, tirò fuori le chiavi e, con un gesto che ormai ripeteva a occhi chiusi, girò la chiave nella toppa, spingendo contemporaneamente la porta con l'altro braccio. Salì le scale. Stessa operazione con la porta d'ingresso. Finalmente a casa. Dopo aver posato la valigetta sul tavolo, spalancò la finestra, si accese una sigaretta e posò i gomiti sul davanzale. Di fronte a lui passavano i binari e sui binari i treni colmi di facce anonime e scialbe; più in là la campagna: profumata e silenziosa, commuoveva l'animo. S'immerse in una profonda meditazione.
    A un certo punto il telefono cominciò a squillare. Il suono, stridulo e impiccione, si insinuò nell'appartamento e cominciò a vagarvi, con piglio indagatore, stagliandosi nettamente nel silenzio. Per un capriccio misterioso del suo inconscio, decise fermamente che non avrebbe risposto, costi quel che costi. Ma il telefono insisteva, maleducato e petulante. E allora, a poco a poco, la sua fermezza si tramutò in fastidio; poi il fastidio divenne ansia; e ben presto gli s'ammutolì il respiro in gola, il cuore prese a martellare all'impazzata: si ritrovò, senza un motivo anche solo lontanamente ragionevole, nel panico. Ma non voleva, anzi, ormai più non poteva, rispondere. Assurdamente, la situazione aveva assunto il carattere della tragicità: la giustificazione della propria esistenza, il senso della storia, il destino ultimo dell'universo, tutto dipendeva dal riuscire a non rispondere a quella chiamata.
    Non ebbe scelta. Lanciò la sigaretta fuori dalla finestra e si precipitò verso la porta senza prendere né giacca, né portafogli, né altro se non se stesso. Giunto sulle scale urtò il signor Mario, e prima di uscire dal portone spintonò la signora Arianna, che se ne stava ferma davanti alla cassetta postale, concentrata sui volantini pubblicitari del supermercato, ostruendogli, per metà, il passaggio. Si lanciò in una corsa a perdifiato lungo la strada, schivando, quando poteva, i passanti; per poco non travolse un cameriere tra i tavolini all'esterno di un bar. Percorse a ritroso il viale alberato finché giunse davanti all'ingresso della stazione e si fermò nella piazza antistante, piegato con le mani sulle ginocchia, ansante e grondante di sudore. Cominciò a riflettere. Alcuni passanti si erano fermati a osservarlo con una certa curiosità, poiché, vedendolo correre a quel modo verso l'ingresso della stazione, si erano aspettati che dovesse precipitarsi all'interno per non perdere il treno, invece che fermarsi fuori. Ma lui non faceva caso a nessuno e continuava a rimuginare tra sé e sé, cercando di capire da dove fosse arrivato quell'impulso irrazionale.
    Aveva dei conti in sospeso con qualcuno? Debiti? Seccatori? Niente di tutto questo. La sua vita scorreva tranquilla e discretamente appartata, se non solitaria. Sua madre, di certo non avrebbe avuto problemi a risponderle. Quei quattro amici che ancora frequentava, volentieri li avrebbe sentiti. Pubblicità, promozioni, proposte di assicurazioni per la vita? Niente di tutto questo aveva il potere di seccarlo o spaventarlo: di solito ascoltava pazientemente quello che avevano da dire, lasciando che l'operatore recitasse la solita cantilena, e poi, con molta gentilezza e sorridendo cordialmente, rispondeva che no, proprio non era interessato; e lo faceva quasi si scusasse, quasi volesse farglielo, questo favore. Dunque, cosa? Si guardò intorno concentrato, come se cercasse una risposta nella realtà circostante, ma gli fu impossibile trovarne una. Allora pensò che sarebbe stato meglio tornarsene a casa e dimenticare l'accaduto. Nel frigorifero lo attendevano dei gamberetti surgelati e due lattine di birra, di quella chiara, leggera, come piaceva a lui. Una bella doccia, la cena e un paio d'ore davanti al televisore avrebbero riportato ogni cosa alla normalità.
    Così si mosse di nuovo verso il viale, ma dopo qualche passo si bloccò: se, giunto a casa, il telefono avesse ripreso a squillare, sicuramente sarebbe ripiombato nel panico. Il pensiero del panico potenziale nel futuro gli generò subito, per reazione, un panico reale nel presente, e non poté fare altro che sedersi su una panchina, infastidito e irritato con se stesso. Provò in tutti i modi a convincersi di quanto fosse assurdo il suo comportamento, ma non ci fu niente da fare. Ogni volta che tentava di alzarsi per dirigersi verso casa, le gambe cominciavano a tremargli, il respiro si spezzava, la strada, i passanti e tutto quanto vedeva in giro cominciava a vorticare furiosamente.
    S'alzò e si risedette più volte. Poi si spazientì, si rizzò in piedi di scatto e si mosse verso il porto, in direzione opposta a quella di casa. Più s'allontanava, più si sentiva calmare i nervi. L'aria distribuiva intorno un piacevole tepore. Tant'è – pensò – stiamocene un po' in giro e poi si vedrà.
    Inoltratosi per le vie della città vecchia e diluitosi nell'ininterrotto serpeggiare della folla sfaccendata del venerdì pomeriggio, avvenne che l'ansia fece luogo piano piano a un vago senso di vittoria. Non aveva voluto rispondere a quella chiamata e, a conti fatti, ci era riuscito. Pure, non si sentiva completamente soddisfatto, poiché desiderava poter dare un senso a quello che gli era accaduto. Comunque, l'idea di non sapere quando sarebbe potuto tornare a casa non lo inquietava affatto, poiché istintivamente sentiva che prima o poi quel momento sarebbe giunto; a poco a poco l'insoddisfazione fece luogo a un'irrazionale certezza che tutto, infine, avrebbe acquistato il suo senso naturale. Sicché decise di andare a prendere un gelato a uno dei tanti chioschetti presenti sul lungomare, sperando di ingannare il tempo.
    Il sole s'immergeva ormai dietro ai palazzi e il cielo rosseggiava, quando, dopo il gelato, si ritrovò a costeggiare un piccolo parco quadrato immerso nel cemento urbano. Lungo il perimetro erano disposte poche panchine e accanto a una di esse c'era una delle ormai rare cabine telefoniche che ancora si vedevano in città. Si sedette lì.
    Era stanco, l'aria si era rinfrescata e adesso stava considerando seriamente l'idea di tornarsene a casa e mettersi a letto. Al diavolo tutto quello che era successo in quell'assurda giornata. Eppure, sentiva che se almeno avesse trovato una causa, anche solo insignificante, sarebbe riuscito a dormire più tranquillamente. Si mise a riflettere intensamente per un ultima volta, e allora gli venne l’idea. Capì, o gli sembrò di aver capito, tutto. Immediatamente si alzò ed entrò nella cabina telefonica. Infilatosi una mano in tasca vi estrasse una moneta, la inserì nell'apparecchio telefonico e compose il numero di casa sua. Chiuse gli occhi e attese. Il telefono cominciò a squillare. Attese con gli occhi chiusi, fortemente concentrato, mentre gli squilli proseguivano, insistenti. Quando sentì che era passato un intervallo di tempo sufficiente senza ottenere risposta, riagganciò. Uscì dalla cabina e tornò a casa. Appena si fu messo a letto chiuse gli occhi e dormì serenamente.

POSTILLA

La storia di questo brevissimo racconto si snoda nel tempo attraverso un paio di episodi curiosi. Il testo originale, datato 4 febbraio 2009, e intitolato “Aborto, è il seguente:

<<Accadde tutto velocemente, in un mite pomeriggio di maggio inoltrato. L'aria era pervasa da quei dolci odori che preannunciano l'arrivo dell'estate. Odori che scatenano i sensi in un languido abbraccio con la memoria. Memoria e pensieri. Memoria di tempi remoti e forse mai vissuti e pensieri di qualcosa di buono che potrebbe, se Dio vuole, ancora fiutarsi nell'aria.

    Camminava, come al solito, lungo il viale alberato che lo avrebbe riportato a casa dopo la solita giornata di lavoro. La gente alle fermate degli autobus era il simulacro della stanchezza, ma in un certo senso era anche il segnale che tutto era normale. In lontananza un cane abbaiava col naso infilato nell'universo.
    Giunto davanti al portone, tirò fuori le chiavi e, con un gesto che ormai ripeteva ad occhi chiusi, girò la chiave nella toppa spingendo contemporaneamente la porta con l'altro braccio. Salì per le scale. Stessa operazione con la porta d'ingresso. Finalmente a casa. Dopo aver posato la valigetta sul tavolo spalancò la finestra, si accese una sigaretta e posò i gomiti sul davanzale. Di fronte a lui passavano i binari e sui binari i treni colmi di facce anonime e scialbe; più in là la campagna: profumata e silenziosa, commuoveva l'animo.
    Fu a quel punto, mentre il nostro personaggio fumava, che io persi l'ispirazione e fui colto dal sonno improvviso. Ora arranco di fronte a questo schermo. Intanto lasciamolo fumare, anzi, visto che il mio blocco potrebbe protrarsi a lungo, per evitare che si annoi, gli ho comprato un pacchetto intero di sigarette. E gli ho riempito anche un po' il frigo. Spero non me ne voglia per il disagio che gli sto arrecando>>

Ricordo ancora quella sera di febbraio mentre, a letto e col portatile appoggiato sulla pancia, scrivevo svogliatamente queste righe, e poi mi addormentavo in quella stanza che ormai sfuma nella mia memoria divenendo una sovrapposizione confusa delle diverse stanze che mi hanno ospitato nel tempo. Per un lungo periodo a quel racconto non pensai più.    

    Intanto, la primavera seguente mi era capitato un fatto curioso. Mentre correvo nel parco Lunetta-Gamberini a Bologna continuavo a rimuginare tra me alcuni passi delle Operette Morali, tanto che finì che quella sera mi ritrovai a sognare di entrare a palazzo Leopardi, in cui non ero mai stato. Nel sogno prendevo in mano dei libri firmati da Giacomo in persona, ma la cosa strana era che si trattava di testi di fisica. Interpretai la cosa come una classica bizzarria dei sogni e non ci pensai più.
    Senonché, alcuni anni dopo, nella primavera del 2017, mi stavo recando in auto a Como da solo. Era una bellissima giornata e non avevo fretta, così decisi di concedermi una piccola gita fermandomi a visitare qualche luogo. Giunto nelle Marche, decisi, per chissà quale impulso, di uscire a Recanati e visitare la celebre biblioteca di Monaldo. Quale sorpresa quando, a un certo punto, in una sala a piano terra, mi ritrovai davanti agli occhi dei testi di fisica composti dal poeta recanatese come esercitazioni giovanili assegnategli dal precettore. Subito mi venne in mente il sogno fatto anni prima, quando non avevo la benché minima idea che Leopardi potesse aver scritto tali testi!
    Ora, una persona normale avrebbe pensato a una coincidenza. Rientrerebbe pure quasi nella normalità l’anormalità di pensare a un sogno premonitore, che anticipava un’esperienza che avrei fatto in futuro. Ma siccome ho sempre trovato un certo qual gusto nell’essere anormale anche tra gli anormali, e mi era ricapitato tra le mani, in quel periodo, un articolo dei fisici Lossev e Novikov intitolato "The Jinn of the time machine: non-trivial self-consistent solutions", che avevo letto molto tempo addietro, mi piacque immaginare nella mia fantasia che quello che era accaduto è che fossi stato io stesso, quel giorno di primavera del 2017, a causare il sogno di tanti anni prima, che a sua volta mi aveva spinto, anni dopo, a visitare palazzo Leopardi.
    Preso da questi piccoli deliri, ripresi in mano il mio "Aborto" e lo modificai nel modo in cui si presenta adesso, seguendo questa idea bizzarra di un anello temporale. E proprio ora, mentre mi accingo a concludere queste righe, mi rendo conto che, forse, “Jinn” stesso potrebbe aver viaggiato indietro nel tempo, giungendo a quella sera di febbraio, e inducendo il mio io di allora a comporre “Aborto”, che a sua volta ne sarebbe divenuto la causa...

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