venerdì 15 febbraio 2019

La sfera

Non molto tempo fa mi è ritornato in mente Antonio Rivolta. Durante il periodo della mia adolescenza frequentava spesso casa nostra; lo ricordo come una persona assai distinta, piuttosto riservata. Vestiva con quella semplicità elegante che non è possibile imitare e che alcuni possiedono per natura sin dalla nascita.
    Appresi, qualche tempo dopo, che Antonio si era trasferito a Bruxelles per non so quali affari. Si occupava di alta finanza ed era sempre in giro per il mondo. Di lui mio padre aveva detto una volta: <<Proprio non capisco cosa ci faccia un uomo così nel mondo degli affari! Antonio, per sua stessa natura, è l'esatto opposto di quello che può definirsi uno speculatore, eppure di fatto lo fa di mestiere. Amante dei classici, dell'arte e della cultura in generale, è in grado di recitare a memoria interi passi dell'Iliade o della Divina Commedia. È dotato di una sensibilità e raffinatezza innate, ed è perfettamente consapevole dell'inconsistenza del denaro e di ogni attività votata all'accumulo di esso, di questa folle malattia dei nostri tempi, che considera degna di onore soltanto una vita vissuta nell'ansia del produrre per vendere per comprare e così via, in un ciclo senza fine. La straordinaria intelligenza di quest'uomo, tuttavia, si mostra proprio nel fatto che, nonostante la sua natura, non potendo fare a meno di vivere nel proprio tempo, ha deciso di calarsi in profondità in un ruolo che non gli appartiene e di diventare, in questo ruolo, il migliore di tutti noi>>.
    Un giorno, per puro caso, ero venuto a sapere, tramite non so più quale conoscente di conoscenti, che Antonio era stato riportato in città: si diceva che avesse mollato tutto e fosse uscito fuori di senno, e che risiedesse in una casa di cura chiamata Serenitas. La cosa, lì per lì, non destò in me alcuna impressione e subito dopo me ne dimenticai. In fondo Antonio non frequentava più casa mia da anni, e quando lo aveva fatto io ero troppo giovane per interessarmi a lui.
    Pure, qualche tempo fa, come ho già detto, la sua figura mi si ripresenta alla memoria nelle circostanze che seguono.
    È un mite pomeriggio di maggio e io mi ritrovo su un lungo viale alberato, in una zona della città da me mai frequentata prima. Sono circa le tre del pomeriggio e fa molto caldo. Cammino sotto una silenziosa pioggia di polline. Da qualche luogo arrivano due o tre note di flauto, appena accennate. Per il resto è silenzio. Lì vicino si trova l'albergo del mio cliente. Dobbiamo incontrarci alle sei e sono nervoso. Se non riesco a concludere l’affare perderò una grande occasione, non solo monetaria: devo confermare a tutti la mia forza, mantenere alta l'immagine. Traguardi sempre più ambiziosi: ormai non vivo più di questo, ma per questo. Non c'è tempo per altro. Mi siedo a una panchina mentre giocherello nervosamente con l'accendino e una goccia di sudore mi scende dalla tempia, giù sulla guancia. Allargo con le dita il collo della camicia: soffoco. Due ragazzini più in là giocano con un pallone. Li guardo distrattamente e mi chiedo se è vero che sia esistito un periodo della mia vita in cui masticavo lentamente il presente, sentendone vivo il sapore, invece di ingoiare tutt'intero il tempo senza neanche guardarlo. Ho bisogno di distrarmi. Mi alzo scrollandomi di dosso il polline e riprendo a camminare. Ho il telefono scarico e ciò mi procura ansia. Mi chiedo come diavolo mi sia venuta in mente l’idea di non farmi accompagnare dall’autista invece di venire qui a piedi come un povero Cristo qualunque. Sono isolato dal mondo, sono fuori dal tempo che conta, quello degli affari, che ora girano senza di me.
    Arrivato davanti al cancello di una villa immersa nel verde, alzo lo sguardo e leggo: Serenitas, ed è così che mi ricordo di Antonio. Non so quale impulso mi prenda – ultimamente mi comporto in maniera sempre più strana – ma mi sento pervadere da una smania incalzante e mi tornano alla mente vecchi ricordi che, intrecciandosi in un languido abbraccio con il pensiero della mia situazione presente, sconvolgono temporaneamente la mia coscienza. Mi decido ed entro.

Nel cassetto della scrivania di Antonio – mi dissero – avevano trovato una lettera.

<<La follia è l'unica via d'uscita ragionevole a quelle situazioni in cui la mente si chiude nel circolo vizioso della vacuità. Cadiamo nella trappola dell'apatia e dell'accidia e ci pare di essere all'interno di una sfera d'acciaio, perfettamente levigata, ermeticamente chiusa, priva di giunture; e non possiamo fare altro che starcene inebetiti a chiederci come diavolo abbiamo fatto ad entrarvi. La semplicità della situazione è talmente assurda che ci soffoca: sei chiuso e non esci. Punto. Di tanto in tanto scattiamo contro le pareti e inevitabilmente ci schiantiamo. Il pensiero gira in continuazione a vuoto, scrutando ogni singolo centimetro quadrato di tale superficie per scorgervi qualche differenza, qualche diavolo che possa salvarci, ma sistematicamente la situazione si presenta sempre uguale, banale, semplice: tu non puoi uscire. Eppure, periodicamente, torniamo sempre a scrutare la superficie; e ogni volta la frustrazione aumenta. Frustrazione e rabbia contro noi stessi che, nonostante sappiamo già non esserci via d'uscita, continuiamo tuttavia la nostra quotidiana e inutile analisi. È una situazione nauseante, stagnante, soffocante. Un continuo girare e rigirare a vuoto, ossessivamente, un accartocciarsi del nulla su se stesso. Il tempo diventa circolare, ma è talmente uguale in tutti i suoi istanti che a un certo punto scompare; e poi riappare e poi scompare… tutto diventa periodico di periodo nullo. Tutto gira e rigira su se stesso senza spostarsi neanche di uno iota.

   Escludendo il suicidio, soltanto un improvviso accesso di follia potrebbe catapultarci al di fuori di tale sfera. È solo precipitando nel baratro della demenza più nera che possiamo figurarci altrove, liberi e di nuovo rinfrancati, desiderosi, smaniosi, felici ignoranti. E non si tratta soltanto di illusione o immaginazione, no, la follia è un reale processo fisico che ci permette di superare certe barriere, così come l'effetto tunnel quantistico permette a una particella di trovarsi al di là di una barriera di energia potenziale. Se dopo tale atto riusciamo a tornare in noi stessi, allora saremo di nuovo liberi, altrimenti rimarremo per sempre folli, ma cosa importa, quando l'alternativa è comunque quella di rimanere all'interno della sfera?
Nietzsche, per esempio, era solito saltellare in continuazione dentro e fuori tale sfera, finché un giorno non è riuscito più a ritornare in sé ed è impazzito totalmente: si è liberato per sempre della sfera. Non poteva fare altrimenti poiché, ogni volta che ne usciva fuori, qualche forza misteriosa ve lo riportava dentro.
Eppure è possibile, come ho scritto prima, che qualcuno rinsavisca dopo essere diventato folle e non venga più intrappolato.
Dunque, se ne conclude che vale comunque la pena impazzire ed è meglio farlo con cognizione di causa: io so quello che sto facendo e se non ritornerò più sapete che l'ho fatto volutamente. Questo, eventualmente, è l'ultimo atto di lucidità estrema>>

Ripenso a queste parole e mi sento la gola talmente stretta che faccio fatica a respirare, e un'ansia incontrollabile s'impossessa dell'intera mia persona.
    Fermo davanti a un semaforo, in attesa di poter attraversare la strada, di riflesso mi si affacciano alla mente le seguenti parole del filosofo rumeno Bioran:

<<Talvolta qualcuno di noi arriva a sedersi, uscitone fuori, sulle sponde del grande fiume degli eventi e, tendendo l'orecchio, ode da lontano il fluire della storia e l'inutile frastuono della vita che scorre, e ne aborre. Un passo ulteriore, e quell'assordante rumore del tempo si sperderebbe nel nulla, donando la pace dell'essere. Ma un terrore più grande afferra i più, e li spinge a rituffarsi nel fiume, a continuare a cadere nel tempo>>

Rimango fulminato. Sento il bisogno di riprendere contatto con la realtà, così guardo davanti a me. Di fronte, dall'altra parte della strada, vedo un uomo in giacca e cravatta, scattato fuori da un'auto di grossa cilindrata. Parla al cellulare e si muove convulsamente, il viso arrossato, le vene gonfie sul collo. Sulla strada, la fila delle auto si scompone e ricompone freneticamente. Attraverso i finestrini scorgo dei manichini che pigiano meccanicamente sui clacson. La gente si accalca per salire e scendere dagli autobus. Una coppia litiga furiosamente ad alta voce, incurante degli sguardi, peraltro frettolosi e indifferenti, dei passanti. Per un attimo l'angoscia raggiunge il suo apice. Alzo lo sguardo e resto abbacinato dai raggi del sole, che fendono il mio sguardo col loro intricato gioco di riflessi sui vetri dei palazzi. Una gigantesca nausea mi sale dal profondo di me stesso e sento che sono sul punto di cedere. Poi scatta il verde e, raccolte tutte le forze che la paura è in grado di mettere a mia disposizione, attraverso la strada e m'immergo nella folla.

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