Non
molto tempo fa mi è ritornato in
mente Antonio Rivolta. Durante il periodo della mia adolescenza
frequentava spesso casa nostra; lo ricordo come una persona assai
distinta, piuttosto riservata. Vestiva con quella semplicità
elegante che non è possibile imitare e che alcuni possiedono per
natura sin dalla nascita.
Appresi,
qualche
tempo
dopo, che Antonio si era trasferito a Bruxelles per non so quali
affari. Si occupava di alta finanza ed era sempre in giro per il
mondo. Di lui mio padre aveva
detto
una volta: <<Proprio non capisco cosa ci faccia un uomo così
nel mondo degli affari! Antonio, per
sua stessa natura,
è l'esatto opposto di quello che può definirsi uno speculatore,
eppure di fatto lo fa di mestiere. Amante dei classici, dell'arte e
della cultura in generale, è in grado di recitare a memoria interi
passi dell'Iliade o della Divina Commedia. È dotato di una
sensibilità e raffinatezza innate, ed è perfettamente consapevole
dell'inconsistenza del denaro e di ogni attività votata all'accumulo
di esso, di questa folle malattia dei nostri tempi, che considera
degna di onore soltanto una vita vissuta nell'ansia del produrre per
vendere per comprare e così via, in un ciclo senza fine. La
straordinaria intelligenza di quest'uomo, tuttavia,
si mostra proprio nel fatto che, nonostante la sua natura, non
potendo fare a meno di vivere nel proprio tempo, ha deciso di calarsi
in profondità in un ruolo che non gli appartiene e di diventare, in
questo ruolo, il migliore di tutti noi>>.
Un
giorno, per puro caso, ero venuto a sapere, tramite non so più quale
conoscente di conoscenti, che Antonio era stato riportato in città:
si
diceva che avesse
mollato tutto e
fosse
uscito
fuori di senno, e che
risiedesse
in
una
casa di cura chiamata
Serenitas.
La cosa, lì per lì, non destò in me alcuna impressione e subito
dopo me ne dimenticai. In fondo Antonio non frequentava più casa mia
da anni, e quando lo aveva fatto io ero troppo giovane per
interessarmi a lui.
Pure,
qualche tempo fa, come ho già detto, la sua figura mi si ripresenta
alla
memoria nelle circostanze che seguono.
È
un mite pomeriggio di maggio e io mi ritrovo su un lungo viale
alberato, in una zona della città da me mai frequentata prima. Sono
circa le tre del pomeriggio e
fa
molto
caldo.
Cammino sotto una silenziosa pioggia di polline. Da qualche luogo
arrivano due o tre note di flauto, appena accennate. Per il resto è
silenzio. Lì vicino si trova l'albergo del mio cliente. Dobbiamo
incontrarci alle sei e sono nervoso. Se non riesco a concludere
l’affare
perderò una grande occasione, non solo monetaria: devo confermare a
tutti la mia forza, mantenere alta l'immagine. Traguardi sempre più
ambiziosi: ormai non vivo più di questo, ma per questo. Non c'è
tempo per altro. Mi siedo a una panchina mentre giocherello
nervosamente con l'accendino e una goccia di sudore mi scende dalla
tempia, giù sulla guancia. Allargo con le dita il collo della
camicia: soffoco. Due ragazzini più in là giocano con
un pallone.
Li guardo distrattamente e mi chiedo se è vero che sia esistito un
periodo della mia vita in cui masticavo lentamente il presente,
sentendone vivo il sapore, invece di ingoiare tutt'intero il tempo
senza neanche guardarlo. Ho bisogno di distrarmi. Mi alzo
scrollandomi di dosso il polline e riprendo a camminare. Ho il
telefono scarico e ciò mi procura ansia. Mi
chiedo come diavolo mi sia venuta
in mente l’idea
di
non farmi accompagnare dall’autista invece di venire qui a piedi
come un povero Cristo qualunque. Sono
isolato dal mondo, sono fuori dal tempo che conta, quello degli
affari, che ora girano senza di me.
Arrivato
davanti al cancello di una villa immersa nel verde, alzo lo sguardo e
leggo: Serenitas,
ed
è così che mi
ricordo di Antonio. Non so quale impulso mi prenda
– ultimamente mi comporto in maniera sempre più strana – ma mi
sento
pervadere da una smania incalzante e mi tornano alla mente vecchi
ricordi che, intrecciandosi in un languido abbraccio con il pensiero
della mia situazione presente, sconvolgono temporaneamente la mia
coscienza. Mi
decido ed entro.
Nel
cassetto della scrivania di Antonio – mi dissero – avevano
trovato una lettera.
<<La
follia è l'unica via d'uscita ragionevole a quelle situazioni in cui
la mente si chiude nel circolo vizioso della vacuità. Cadiamo nella
trappola dell'apatia e dell'accidia e ci pare di essere all'interno
di una sfera d'acciaio, perfettamente levigata, ermeticamente chiusa,
priva di giunture; e non possiamo fare altro che starcene inebetiti a
chiederci come diavolo abbiamo fatto ad entrarvi. La semplicità
della situazione è talmente assurda che ci soffoca: sei chiuso e non
esci. Punto. Di tanto in tanto scattiamo contro le pareti e
inevitabilmente ci schiantiamo. Il pensiero gira in continuazione a
vuoto, scrutando ogni singolo centimetro quadrato di tale superficie
per scorgervi qualche differenza, qualche diavolo che possa salvarci,
ma sistematicamente la situazione si presenta sempre uguale, banale,
semplice: tu non puoi uscire. Eppure, periodicamente, torniamo sempre
a scrutare la superficie; e ogni volta la frustrazione aumenta.
Frustrazione e rabbia contro noi stessi che, nonostante sappiamo già
non esserci via d'uscita, continuiamo tuttavia la nostra quotidiana e
inutile analisi. È una situazione nauseante, stagnante, soffocante.
Un continuo girare e rigirare a vuoto, ossessivamente, un
accartocciarsi del nulla su se stesso. Il tempo diventa circolare, ma
è talmente uguale in tutti i suoi istanti
che a un certo punto scompare; e poi riappare e poi scompare… tutto
diventa periodico di periodo nullo. Tutto gira e rigira su se stesso
senza spostarsi neanche di uno iota.
Escludendo
il suicidio, soltanto un improvviso accesso di follia potrebbe
catapultarci al di fuori di tale sfera. È solo precipitando nel
baratro della demenza più nera che possiamo figurarci altrove,
liberi e di nuovo rinfrancati, desiderosi, smaniosi, felici
ignoranti. E non si tratta soltanto di illusione o immaginazione, no,
la follia è un reale processo fisico che ci permette di superare
certe barriere, così come l'effetto tunnel quantistico permette a
una particella di trovarsi al di là di una barriera di energia
potenziale. Se dopo tale atto riusciamo a tornare in noi stessi,
allora saremo di nuovo liberi, altrimenti rimarremo per sempre folli,
ma cosa importa, quando l'alternativa è comunque quella di rimanere
all'interno della sfera?
Nietzsche,
per esempio, era solito saltellare in continuazione dentro e fuori
tale sfera, finché un giorno non è riuscito più a ritornare in sé
ed è impazzito totalmente: si è liberato per sempre della sfera.
Non poteva fare altrimenti poiché, ogni volta che ne usciva fuori,
qualche forza misteriosa ve lo riportava dentro.
Eppure
è possibile, come ho scritto prima, che qualcuno rinsavisca dopo
essere diventato folle e non venga più intrappolato.
Dunque,
se ne conclude che vale comunque la pena impazzire ed è meglio farlo
con cognizione di causa: io so quello che sto facendo e se non
ritornerò più sapete che l'ho fatto volutamente. Questo,
eventualmente, è l'ultimo atto di lucidità estrema>>
Ripenso
a queste parole e
mi sento la gola talmente stretta che faccio fatica a respirare, e
un'ansia incontrollabile s'impossessa dell'intera mia persona.
Fermo
davanti a un semaforo, in attesa di poter attraversare la strada, di
riflesso mi si affacciano alla mente le seguenti parole del filosofo
rumeno Bioran:
<<Talvolta
qualcuno di noi arriva a sedersi, uscitone fuori, sulle sponde del
grande fiume degli eventi e, tendendo l'orecchio, ode da lontano il
fluire della storia e l'inutile frastuono della vita che scorre, e ne
aborre. Un passo ulteriore, e quell'assordante rumore del tempo si
sperderebbe nel nulla, donando la pace dell'essere. Ma un terrore più
grande afferra i più, e li spinge a rituffarsi nel fiume, a
continuare a cadere nel tempo>>
Rimango
fulminato. Sento il bisogno di riprendere contatto con la realtà,
così guardo davanti a me. Di fronte, dall'altra parte della strada,
vedo un uomo in giacca e cravatta, scattato fuori da un'auto di
grossa cilindrata. Parla al cellulare e si muove convulsamente, il
viso arrossato, le vene gonfie sul collo. Sulla strada, la fila delle
auto si scompone e ricompone freneticamente. Attraverso i finestrini
scorgo dei manichini che pigiano meccanicamente sui clacson. La gente
si accalca per salire e scendere dagli autobus. Una coppia litiga
furiosamente ad alta voce, incurante degli sguardi, peraltro
frettolosi e indifferenti, dei passanti. Per un attimo l'angoscia
raggiunge il suo apice. Alzo lo sguardo e resto abbacinato dai raggi
del sole, che fendono il mio sguardo col loro intricato gioco di
riflessi sui vetri dei palazzi. Una gigantesca nausea mi sale dal
profondo di me stesso e sento che sono sul punto di cedere. Poi
scatta il verde e, raccolte
tutte le forze che la paura è in grado di mettere a mia
disposizione, attraverso la strada e m'immergo nella folla.
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