Ero
di nuovo al verde. E sulla strada. Ricominciare tutto daccapo, a
trent'anni. Il tempo delle esperienze è circolare, non il tempo
biologico però.
Un
atroce silenzio pervadeva il ponte, l'oscurità serpeggiava tra
nuvole di nebbia. Una sigaretta e un cerino erano
tutto
quello che possedevo. La sigaretta tra qualche minuto si sarebbe
tolta il pensiero, il cerino pure, ma io no, io e questo ponte e la
città e tutti i fottuti disperati che, loro malgrado, calpestano il
suolo amaro di una vita vissuta senza capire.
Guardai
l'acqua sotto di me e l'acqua mi guardò e sorrise invitandomi.
L'istinto di conservazione mostra chiaramente che è tutta una
truffa, tutto manovrato da chissà chi o cosa, altrimenti perché non
saltare da quel ponte, sentire lo schianto dell'acqua dura sulla
faccia e farla finita, se è questo quello che vuoi?
Mi
portavo il mio inferno sulle spalle, col capo chino, e vedevo
chiaramente l'inferno altrui. È incredibile constatare come l'amore
e l'odio siano maledettamente simili. Ancora più incredibile è
cercare di sondare i confini dell'animo umano e confondersi nella
loro continua sfuggevolezza. Il mare del bene lambisce in
continuazione le spiagge del male, nella stessa persona, nello stesso
momento. Tutto ciò che è umano è stato costruito su una, assoluta
assunzione: l'uomo è coerente. Niente di più sbagliato. Perché
mai, sennò, dopo millenni di storia, nulla funziona ancora?
Questi
erano pressappoco i miei pensieri quando giunsi davanti alla
stazione. Un barbone mi fece cenno d'avvicinarmi e mi disse: <<Amico,
non hai una bella faccia, c'è qualcosa che tormenta la tua anima>>.
<<È la mia stessa anima, che tormenta la mia anima>>,
risposi, prima di voltarmi e proseguire verso la mia meta.
La
mia meta era un vagone abbandonato, che riposava su binari morti.
Prima di sprofondarmi nel sonno, mi fermai un attimo fuori e decisi
di accendermi la mia ultima sigaretta. Fumavo e pensavo. L'odore
buono dell'erba, il sapore del sangue in bocca, quel primo bacio dato
proprio lì, sotto casa mia, un abbraccio scambiato in una mite sera
di settembre, il bucato steso al sole e la gioia la sconfitta la
depressione la malvagità l'affetto profondo. Questo sono io. Questo
sei tu. Nient'altro.
Guardavo
le stelle e l'universo intero moriva in uno spasimo senza poesia.
Oppure ero io che morivo? Quando si muore si rimane soli, dunque io
da sempre continuavo a morire...
Poi
d'un tratto s'alzò un venticello fresco, che mi accarezzò il viso.
Guardai verso il cielo e la luna mi fece l'occhiolino. Mi sedetti a
terra, poggiando la schiena al vagone. Chiusi gli occhi.
In
fondo va tutto bene. Anche se sono lontano
anni luce
dal riuscire a esprimere quello che sento, e ciò mi tormenta. Un
altro tentativo andato a vuoto.
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