lunedì 11 febbraio 2019

Strani anelli

α

Nella stanza c'erano soltanto tre oggetti: una sedia di legno, un letto e una valigia. Tra di essi si aggirava il mio fantasma. Dalla finestra poteva scorgersi la vastità della pianura, scabra ed essenziale. 
    Quando la luce del tramonto trasfigurava il paesaggio, rendendolo evanescente, ero solito sedere davanti a quella finestra per osservare il disco del sole ingigantirsi mentre sprofondava sotto la linea dell'orizzonte.
    I giorni scorrevano tutti uguali, talmente omogenei che il tempo perdeva ogni consistenza e gli istanti rimanevano sospesi, quasi indecisi se proseguire in avanti o tornare indietro.
    Chissà per quanto tempo sono rimasto in quel luogo.
    Poche erano le persone con cui avevo qualche labile contatto. Anzitutto, c'era la padrona di casa, una vedova sui sessant'anni dall'aspetto severo, ma in fondo buona: la regolare scansione delle preghiere quotidiane e uno stile di vita austero erano tutto quello che le serviva per rimanere amica alla sua coscienza e assicurarsi – ne era certa – un posto d’onore in cielo. Poi c'era il fattore, dai baffi bianchi e il cappello di paglia sempre in testa. Infine, Maria e Anna, la figlia e la moglie del fattore, che vedevo perennemente chine alla fontana a lavare i panni. Questo era il mio mondo allora: un piccolo frammento fuori dal tempo.
Per fuggire da se stessi non è necessario morire. Anzi. Morendo si cristallizza per sempre la propria identità. Per fuggire veramente da se stessi bisogna morire alla propria identità. Soltanto quando si abbandona il proprio nome e l'intricata rete di relazioni che ci stringe, continuando tuttavia a sopravvivere, soltanto allora si può guardare alla propria vicenda come se si leggesse la storia di un estraneo.
    Io ero fuggito da me stesso, ero morto alla mia identità. E pensavo, così facendo, di poter osservare con distacco quello che ero stato prima, prendendone progressivamente le distanze.
Ricordo bene il giorno della fuga. Era una mattina di settembre. Posso ancora sentire il profumo del mare nella brezza mattutina, il gridio dei gabbiani e la mano affusolata di Angelica, intrecciata delicatamente ma non senza fermezza nella mia. Quella mattina, io e mia moglie passeggiavamo a piedi nudi sulla spiaggia. Potevo sentire l'acqua fredda infiltrarsi tra le dita e provocarmi un lieve brivido, infondendomi allo stesso tempo un sereno senso di libertà. Guardavo il mare senza pensare a nulla di particolare, eppure sentivo i pensieri fluire silenziosamente nella mia testa, una catena ininterrotta di immagini, frasi, suoni. Sarebbe stato vano tentare di prenderne il controllo per cercare di comporre un qualsivoglia ordine, logico o cronologico che fosse. 
    A un tratto fui sul punto di dire qualcosa, ma rimasi in silenzio e abbassai la testa. Angelica abbassò la sua sotto la mia, mostrandomi la semplicità del suo sorriso. Il vento soffiava fresco e leggero tra i suoi capelli corvini e qualche ciocca le carezzava il viso. La baciai.
    Ricordo poi che il resto della giornata scorse serenamente. Dopo la passeggiata ci sedemmo al tavolino di un caffè, comprai il giornale e lessi distrattamente la cronaca nazionale. Poi pranzammo in un ristorante tranquillo, con un terrazzino che dava sul mare.
    Il pomeriggio scivolò via mentre eravamo sdraiati sulla spiaggia, coccolati dal sole, dal vento e dall'indistinto rumorio delle onde.
    Giunse la sera, e un forte odore di agrumi penetrava dalla finestra della camera da letto, lo specchio sul mobile di fronte alla testiera rifletteva la tenda candida, che svolazzava emettendo un lieve fruscio. Io e Angelica ci unimmo in silenzio, assorti in una danza che non potevamo fare a meno di ballare, con determinazione, quasi fosse l'ultima volta in cui eravamo l'uno alla presenza dell'altra. E in effetti, il giorno dopo io partii e non feci più ritorno.
Per molto tempo ho cercato di fare chiarezza nel mio animo, sondandone gli spazi più riposti e le vastità vertiginose. I miei occhi si posavano sul mondo esterno, nella mente si muoveva una misteriosa tempesta che sconquassava ogni equilibrio che si veniva di tanto in tanto a formare. Quante volte ho rivissuto quella giornata! Ogni volta si aggiungeva qualche nuovo particolare, mentre altri venivano accantonati, pur rimanendo in qualche modo presenti, come se fossero frasi scritte e poi cancellate, che tuttavia è possibile leggere ancora chiaramente dietro ogni cancellatura. Ho cercato ossessivamente le cause della mia fuga nei fatti più insignificanti che accaddero in quel breve spazio di ore, approdando spesso alle più varie catene di assurdità. Sarà stato forse quel passante che, urtandomi, mi fece cadere il giornale di mano? Oppure la vista di quella donna, uscita al balcone per stendere un lenzuolo turchino, la cui figura appariva, stagliandosi contro il disco solare, un sottile tizzone nero? Perduto dietro a queste illazioni deliranti, mai sono giunto a ottenere una risposta.
    Il problema più grande, quando si muore alla propria identità, è costituito dal fatto che, se non se ne ricostruisce un'altra, a poco a poco il tessuto della propria esistenza si sfibra. La rete di interazioni sociali non ci definisce soltanto agli occhi degli altri, ma soprattutto ci identifica a noi stessi. Se è complessa e articolata, allora noi siamo un'entità stabile e ben definita. Ma se vengono allentati i nodi, il contatto col mondo reale diviene sempre più sfumato; e allora memoria, percezione e immaginazione cominciano a mescolarsi e a oscillare indistintamente tra realtà e finzione.
    Essere vuol dire determinarsi in qualche modo, definirsi, cioè limitarsi. Quando si smette di essere qualcuno, allora si è liberi: l'universo si dilata oltre ogni immaginazione e ci si ritrova a fare esperienza di un nuovo stato del reale in cui vengono fuse, senza soluzione di continuità alcuna, realtà materiale e realtà mentale. Ma a poco a poco la coscienza sfuma nel nulla, e se non si ha il coraggio di immergervisi completamente, allora quel briciolo di sé che rimane è preso dal terrore. E così, ci si ritrova a correre lungo il ciglione che s'affaccia alla follia.
    Oggi, la consapevolezza di tutto ciò non mi permette di eludere la problematicità della mia esistenza e il senso di distanza che mi isola profondamente da tutto. Una distanza incolmabile, essenziale: l'angoscia che ne deriva è semplicemente ineffabile.
    Anche allora, chiuso nella mia stanza, la fronte imperlata di sudore, la sedia davanti alla finestra, mentre cercavo di asciugarmi con un fazzoletto di stoffa sottile, i ricordi di quella giornata (visioni? fantasie?) mi tempestavano come una pioggia di meteoriti. Era un affastellarsi di immagini e parole, suoni e colori, che di tanto in tanto si concretizzavano in episodi: sempre gli stessi.
    A poco a poco mi ero estraniato dalla mia stessa identità, ero morto a essa, ma ne ero diventato al contempo ossessionato.
    Facevo volare lo sguardo fuori, lungo i sentieri di campagna; passava il fattore e lo salutavo; scambiavo due parole con Maria e Anna; ma ero un fantasma, un corpo animato che viveva per inerzia: la vera vicenda si svolgeva a qualche centimetro dietro la mia fronte. La vicenda di un altro che m'ostino a chiamare io, ma che non sono più io. Una vicenda che non riesco a ricostruire né oltre né prima di quel giorno di settembre, ma che lì ristagna senza alcuna evoluzione, come se l'aver scelto di abbandonare la mia storia avesse comportato la cancellazione di tutto quello che era accaduto precedentemente a tale evento.
E così il mio mondo di allora, come dicevo, era confinato in quella stanza ed era caratterizzato dalle poche cose che prendevano vita lì intorno. Le circostanze che mi avevano portato in quel luogo non mi erano affatto chiare. Di certo vi giunsi durante una notte di fine ottobre. Il caldo si era protratto fino alle porte dell'autunno e soltanto quella sera una breve pioggia aveva attenuato, seppur di poco, la mitezza dell'aria. Bussai alla porta e, mentre aspettavo che qualcuno aprisse, guardai la luna che andava a nascondersi dietro i pochi monti che si scorgevano in lontananza. Da un luogo non definito provenivano poche, lente e struggenti note di una chitarra, che immaginai fosse sospesa nel nulla e separata da me da una distanza più temporale che spaziale.
    Quando l'anziana signora aprì la porta, stette a guardarmi a lungo dalla testa ai piedi. Mi stava aspettando (non avrebbe mai aperto a uno sconosciuto) eppure sentì il bisogno di ponderare la mia presenza fisica per qualche minuto: accettarmi in casa o meno, questo si decise in quei pochi istanti. Alla fine mi fece entrare.
    Dopo avermi fatto posare la valigia nella stanza mi mostrò la casa. Durante la cena m'istruì scrupolosamente sulle poche ma fondamentali regole da seguire. Sulla presenza in casa di donne e alcol non transigeva, e in generale si aspettava da me un comportamento morigerato. Io, d'altronde, ero ben disposto a rimanere tranquillo e anonimo, il che viene spesso interpretato come un segno di irreprensibilità.
    Quella notte abbozzai un racconto. Un'effimera ispirazione che solleticò appena la mia fantasia, poche pagine che rimasero a languire con me nella stanza. Parlava di un ragazzo alquanto tormentato, ma non riuscii mai a dare forma alla sua storia. Per lunghi giorni, giorni irreali, allucinati, credetti di avere rapporti esclusivamente con quel ragazzo, di conversare soltanto con lui. Poi, non ci pensai più.


ω

Fu in un ventoso pomeriggio di maggio che accadde quel fattaccio. Era domenica, una di quelle domeniche in cui sembra quasi che vada tutto bene, quando invece quello che funziona bene è soltanto la nostra capacità di essere stanchi di preoccuparci.
    Antonio e Giuseppe correvano in auto, mentre alle loro spalle il sole gigante del tramonto si ergeva all'orizzonte incendiando il cielo, le nuvole, la terra.
    Una curva presa troppo velocemente, e l'attrito tra le gomme e l'asfalto passò repentinamente dal regime statico a quello dinamico, con tutte le conseguenze che ciò comporta; tra le quali, ci fu la dipartita immediata di Giuseppe, volato fuori dal finestrino e andatosi a schiantare su quell'unico pezzo di guardrail rimasto su una strada che per il resto ne era priva. Antonio, ferito e incastrato tra le lamiere, urlava, sanguinava e piangeva, un po' per il dolore fisico e un po' per l’angoscia di vedere l'amico finito in quel modo.
    Fatto sta che il vento si era di colpo fermato, mentre il sole pareva ingigantirsi sempre più man mano che scendeva sotto la linea dell'orizzonte. La campagna circostante s'ammutolì: tutto pareva partecipare a quell'immane tragedia cosmica che aveva luogo in quel momento.
    Per pochi secondi ad Antonio parve di sentire la melodia di un pianoforte provenire da lontano, in direzione del mare, poi un suono cupo di campana; infine, perse conoscenza.
    Il tardo pomeriggio scorse sul viso dei due amici lasciando spazio alla sera, quando la luna ebbe finalmente la meglio sul sole. Mentre le luci di un aereo ammiccavano solcando il cielo, Antonio aprì di colpo gli occhi. Dopo qualche secondo di torpore, la sua coscienza tornò a focalizzarsi su ciò che era appena accaduto. E allora urlò. In lontananza si sentivano abbaiare dei cani, ma dalla strada non proveniva alcun rumore. Antonio cominciò a muovere piano le membra, una per volta, con delicatezza, per saggiare la sua capacità di muoversi. Mentre faceva ciò, si ricordò di Giuseppe e cercò di guardare nel punto dove l'aveva visto prima di perdere i sensi, ma non scorgeva altro che buio, atroce buio; e a un tratto, l'idea del cadavere dell'amico che fluttuava lì da qualche parte in tutto quel nero gli gelò il sangue nelle vene. Urlò di nuovo. Un irrefrenabile terrore invase ogni cellula del suo corpo, un terrore che insinuava nella sua mente una scarica di pura irrazionalità. Nel tentativo di dimenare le braccia e le gambe incastrate nelle lamiere, si lacerò profondamente e in più punti la pelle, ma non poteva fermarsi, finché fu il suo corpo a cedere di colpo, e la sua mente, quasi a volersi difendere dalla follia incipiente.
    Rimase fermo nel buio con la bocca aperta e gli occhi spalancati, per molto tempo. Poi d'improvviso, una figura umana parve materializzarsi nel buio e cominciò ad avvicinarsi al ragazzo. Quando l'ombra venne illuminata dal chiarore lunare, Antonio, con uno stupore ormai privo di terrore, vide la figura di una giovane donna dai lunghi capelli, la veste bianca, i piedi nudi. Accostatasi al ragazzo gli carezzò il viso, sorridendo. Questi alzò gli occhi verso il volto di lei e fu trafitto da uno sguardo che lo lasciò ammutolito. La bellezza di quella figura era ineffabile.  La donna sorrise e gli porse la mano; il ragazzo sentì le sue membra sciogliersi e si addormentò.
    Quando riaprì gli occhi si ritrovò in una stanza d'ospedale completamente ingessato e dolorante. Il sole pomeridiano si faceva strada attraverso le tende di una finestra, dalla quale si poteva scorgere la sagoma di un albero, le cui foglie dondolavano lentamente al vento. Sentiva le membra pesanti, come se fosse schiacciato sotto un'enorme massa. Si voltò e vide suo padre addormentato sulla sedia, con la testa appoggiata al muro, i capelli bianchi, il naso adunco. Respirava sollevando e riabbassando lentamente il petto e le spalle. Antonio avrebbe voluto tendergli una mano per accarezzarlo, ma non poteva in nessun modo muoversi. Non sapeva quanto tempo fosse passato dall'incidente e si chiedeva dove fosse Giuseppe e se i suoi genitori sapessero dell'accaduto.
    La famiglia del suo amico viveva lontano da lì e Giuseppe non aveva nessun legame veramente stretto all'infuori di Antonio. Era sempre stato un tipo schivo e riservato. Svolgeva ogni giorno il suo lavoro in banca con meticolosità e cura, dopodiché si recava al bar dove incontrava Antonio e pochi altri conoscenti per scambiare due chiacchiere davanti a una birra. Talvolta si andava al cinema, più raramente si usciva per qualche serata mondana nei locali della città. I due ragazzi si erano conosciuti durante una festa a casa della ex ragazza di Giuseppe, Daniela. Da quella sera non si erano più separati. Antonio, invece, aveva una vita sociale più varia rispetto all'amico. Viveva a casa del padre, un ricco imprenditore locale. Sua madre era scomparsa quando il ragazzo aveva poco più di nove anni. Gli affari procedevano bene e suo papà non aveva bisogno dell'aiuto del figlio se non saltuariamente, per cui Antonio, di tanto in tanto, viaggiava di qua e di là, sospinto dall'inquietudine che lo caratterizzava.
    L'infermiere entrò tenendo una flebo in mano, seguito dal dottore. Il papà di Antonio si svegliò di soprassalto e si mise in piedi. <<Allora ragazzo>>, disse il dottore, <<per questa volta ti è andata bene, ma non c'è un osso del tuo corpo che non sia rotto. Per fortuna sei forte, in breve tempo ti rimetterai in sesto>>. Mentre il dottore parlava, l'infermiere infilò l'ago della flebo nel braccio del ragazzo e questi, a sua volta, infilò lo sguardo negli occhi del padre: <<Dov'è Giuseppe?>>, disse senza scomporsi, fissando implacabilmente l'uomo.<<Antonio, sei ancora debole, stanco, cerca di riposare…>> - <<Giuseppe è morto papà! L'ho visto coi miei occhi! Dove sono i suoi genitori? Qualcuno li ha informati? Quando potrò rimettermi in piedi? Devo avvisarli!>> - <<Antonio, cerca di calmarti. I genitori di Giuseppe sono stati già avvisati dalla polizia, sono arrivati ieri, li ho fatti sistemare a casa nostra. Tu adesso devi solo riposare, più tardi verrà qualcuno a farti qualche domanda>> - <<Non voglio parlare con nessuno, lasciatemi in pace!>> - <<Ma Antonio…>>, il papà fu interrotto dal dottore che gli fece cenno di non aggiungere altro e di uscire dalla stanza. I tre uomini si chiusero la porta dietro le spalle e il ragazzo rimase solo.
Passarono i giorni e il funerale ebbe luogo. Antonio riuscì finalmente a rimettersi in piedi. La normalità, a poco a poco, si faceva strada ineluttabile, caparbia. Insensibile e indiscreta, s'insinuava tra le pieghe del dolore, modificandone per lenti ma inesorabili cambiamenti la qualità. Certo qualcosa nell'animo del ragazzo era irreversibilmente mutato. Il silenzio prese il posto del suo amico, e i suoi vagabondaggi divennero via via più irrequieti e più frequenti.
    Più di una volta si ritrovò sul luogo dell'incidente, a brancolare alla ricerca di qualcosa, che nel suo animo tormentato non riusciva a prendere una forma definita. Cercava la pace, cercava una motivazione, cercava… ma forse non cercava affatto.
    L'animo umano, stretto nella morsa dell'inquietudine, è obbligato, suo malgrado, a subire l'azione di un continuo pungolo, a essere tormentato da forze misteriose, il cui unico scopo pare essere quello di negare la quiete. Si è soliti chiamare questo movimento emotivo - quando è continuo e non lascia requie - ricerca interiore, e invece è soltanto tortura dell'anima, non necessariamente destinata a risolversi verso una qualsivoglia finalità. Gli eventi tragici che accadono nella vita, e che sembrano determinare questa disposizione d'animo, sono in realtà soltanto dei catalizzatori. Questi temperamenti agitati, queste anime ad alto rischio sismico, vengono sconquassati di tanto in tanto da immani scosse, che si alternano a lunghi periodi di modesta ma continua attività. Ma dopo ogni grande evento, la normalità ristabilita non è mai la stessa di prima. La realtà prende a essere illuminata da una luce diversa. L'aria circostante ha sì assorbito l'onda d'urto, ma pare sfibrata, stanca, quasi spaventata.
    A ogni modo la vita quotidiana, formidabile medicina naturale, prese il sopravvento.
    Una sera di metà luglio, qualche tempo dopo, Antonio passeggiava per le strade di Versailles. Erano più o meno le venti e c'era ancora molta luce. Il ragazzo avanzava lentamente in rue de Savoie, immerso in un'atmosfera trasognata, ascoltando l'eco dei propri passi. Le strade erano pressoché deserte. Dalle case proveniva il rumore delle stoviglie, stralci di notiziari alla televisione, qualche scampolo di conversazione tra adulti e improvvisi scoppi d'ilarità di bambini. Tutto ciò concorreva a comporre una singolare sonata del quotidiano, che donava un'inattesa sensazione di pace all'animo del ragazzo. Per il resto, in strada regnava il silenzio, e l'aria sembrava quasi brillare di una luce bianca.
    Giunto alla svolta per rue d'Angiviller, Antonio riconobbe di non essere più in grado di trovare l'albergo dove alloggiava. Decise di risalire verso Boulevard du Roi per poi continuare ancora su rue d'Angiviller e raggiungere la stazione Rive Droite, nella speranza di poter chiedere informazioni a qualcuno. Fu lì che conobbe Juliette. Chiacchierarono a lungo e di cose futili. La ragazza lavorava in una boutique a Montmartre. Conduceva una vita semplice, scandita dalle giornate a lavoro e dalle serate con gli amici. Suo padre, francese, era un pilota di linea, mentre sua madre, italiana, dipingeva. Il giorno seguente lei presentò Antonio alla sua compagnia e da quel momento si inaugurò una serie di serate spensierate per le vie di Parigi.
    In una di queste serate, Antonio conobbe Jean Paul, studente di filosofia, un ragazzo allampanato, dagli occhi trasognati, interamente posseduto dal demone della cultura ellenica. L'ultima alba del mese colse i due nuovi amici che partivano alla volta di Atene. Di lì poi si spostarono sull'isola di Evia, ospiti in una villa su una collina denominata Panorama, a Eretria. Dal balcone si dominava con lo sguardo il golfo. Una strada serpeggiava tra i boschi e conduceva alla città. A metà di essa, vegliava solitaria una cabina telefonica. Antonio l'utilizzò ogni sera, lasciando di proposito il telefono cellulare in camera, per avere il pretesto di fare due passi in solitudine. Chiamò suo padre, Juliette, Daniela. Non ebbe il coraggio di chiamare i genitori di Giuseppe.
    A Skiathos conobbero Armando, un pizzaiolo italiano, che d'estate lavorava in quell'isola, mentre d'inverno viveva in Germania. E questi, un giorno, a Glossa, presentò ad Antonio Eva, una donna di trentacinque anni, longilinea, dai capelli neri e lisci, con cui ebbe una breve relazione.
    Partì con lei alla volta di Buenos Aires, dove la donna lavorava alla Biblioteca Nazionale. Quando si lasciarono, Antonio non rientrò in Italia.

Quello che accadde dopo, e le circostanze che lo portarono dove lo portarono, non è affatto chiaro. Di certo vi giunse durante una notte di fine ottobre. Il caldo si era protratto fino alle porte dell'autunno e soltanto quella sera una breve pioggia aveva attenuato, seppur di poco, la mitezza dell'aria. Bussò alla porta e, mentre aspettava che qualcuno aprisse, guardò la luna che andava a nascondersi dietro i pochi monti che si scorgevano in lontananza. Da un luogo non definito provenivano poche, lente e struggenti note di una chitarra, che immaginò fosse sospesa nel nulla e separata da lui da una distanza più temporale che spaziale.
    Quando l'anziana signora aprì la porta, stette a guardarlo a lungo dalla testa ai piedi. Lo stava aspettando (non avrebbe mai aperto a uno sconosciuto) eppure sentì il bisogno di ponderare la sua presenza fisica per qualche minuto: accettarlo in casa o meno, questo si decise in quei pochi istanti. Alla fine lo fece entrare.
    Dopo avergli fatto posare la valigia nella stanza gli mostrò la casa. Durante la cena l'istruì scrupolosamente sulle poche ma fondamentali regole da seguire. Sulla presenza in casa di donne e alcol non transigeva, e in generale si aspettava da lui un comportamento morigerato. Lui, d'altronde, era ben disposto a rimanere tranquillo e anonimo, il che viene spesso interpretato come un segno di irreprensibilità.
    Quella notte abbozzò un racconto. Un'effimera ispirazione che solleticò appena la sua fantasia, poche pagine che rimasero a languire con lui nella stanza. Parlava di un uomo alquanto tormentato, ma non riuscì mai a dare forma alla sua storia. Per lunghi giorni, giorni irreali, allucinati, credette di avere rapporti esclusivamente con quell’uomo, di conversare soltanto con lui. Poi, non ci pensò più.

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