Orazio s'alzò dal letto sfatto e, appoggiata la schiena al vetro della finestra, si versò ancora del vino e se ne stette con aria trasognata a guardare la ragazza, la quale era intenta a decifrare un oroscopo. Quando lei, con mente affatto candida, gli chiese la data e l'ora esatta della sua nascita per potergli tracciare il destino, Orazio rimase per qualche secondo in silenzio e guardò fuori. Il mare urlava e spumeggiava, fiaccato dal vento e sbattuto con forza sulle scogliere che si stagliavano sullo sfondo di una giornata avara di luce, diffondente un grigiore spettrale. Il giovane parlò: <<Vedi quest'inverno qui fuori, che sfianca il mare e intristisce il cielo, e pare incombere con aria minacciosa sul nostro destino? A che giova, dimmi, sapere se è l'ultimo per noi, o se invece Dio ce ne ha serbati molti altri ancora? Non è lecito conoscere le sorti che sono state attribuite a me e a te dalla potestà divina! Ma poi, non è forse meglio, qualunque cosa avverrà, accettarla? Vedi, noi siamo qui e parliamo, parliamo... ma taci un attimo, ascolta: non senti il ritmo fluente del tempo, che scandisce la danza leggiadra dell'essere? Pare innocuo e silente, ma attenta! È invidioso della nostra giovinezza e, piano piano, ma inesorabilmente, ce la sta portando via! E allora cosa aspetti? Non essere sciocca: vieni qui, versati pure vino a volontà, e, dal momento che breve è la nostra vicenda, prendi ogni tua grande speranza e ritagliala ben bene in modo che stia comoda nel breve spazio che ci è concesso. Afferra ogni attimo di questa giornata, divora il presente. Per te esista soltanto oggi: sul domani, val la pena puntare un centesimo al massimo!>>
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