domenica 10 febbraio 2019

In trincea

La pioggia cadeva ininterrottamente da una settimana. C’era fango dappertutto. Faceva freddo e la ferita al ginocchio mi tormentava ormai quotidianamente con febbre alta e delirio. E poi c'era la fame, tanta fame. Eravamo poco più che ragazzini e ci guardavamo l'un l'altro sperando di trovare anche solo una briciola di coraggio nel viso del compagno. Pensavamo che, se ci fosse stato almeno uno di noi a non aver paura, allora ci saremmo potuti affidare alla sua sicurezza. Invece provavamo tutti la stessa sensazione e ciò rendeva il terrore reale. Un terrore reale immerso in un'atmosfera d'irrealtà.
    Ogni tanto riuscivo a guardare la foto di Maria senza correre il pericolo d'impazzire. Ma solo ogni tanto. Devi farlo, devi dimenticare che esiste un mondo esterno, una vita normale, quando sei infilato dentro quel buco.
    Quando ero a casa, scavavo dalla mattina alla sera assieme a mio padre per più di dieci ore al giorno e la paga bastava a malapena per comprare un pugno di farina. Bisognava sfamare la mamma e i fratellini e spesso io e lui non mangiavamo nulla. Come ci reggevamo in piedi, Dio solo lo sa, ma non è questo il punto. Quella vita, quella povertà estrema, piena di lavoro e stenti, era comunque un nemico che ti sfidava a viso aperto. La gente come noi l'affrontava da sempre. In quella trincea, invece, tutto era sospeso e le cose potevano precipitare da un momento all'altro. Il nemico aveva vagamente l'aspetto di una bandiera e il colore di una divisa, ma per il resto era invisibile e per questo ci terrorizzava.
    L'attesa tra un assalto e l'altro straziava l'anima, strappandola in tanti minuti brandelli sanguinolenti. E dopo ogni battaglia qualche amico non tornava più. Non sapevi se era morto o agonizzava in qualche putrido stagno, magari a qualche metro  da te, senza avere la voce per chiedere aiuto, e tu non potevi andare a cercarlo. No, meglio dimenticare di essere uomini. È più facile.
    Una volta la vidi, Maria. Mi si avvicinò piano e mi strinse la mano. Piangeva. Mi sollevai di scatto cercando di abbracciarla e in quello stesso istante s'alzò il grido: <<Avanti Savoia!>> Maria scomparve. Imbracciai la baionetta e saltai fuori. Il ginocchio mi sanguinava e caddi. Mi rialzai e cercai di riprendere la corsa. Pensavo a mamma. Fui arrestato da un colpo secco al petto, sordo; subito dopo un bruciore intenso ma brevissimo. Caddi in ginocchio, stupito. Poi nero.

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