mercoledì 20 febbraio 2019

Aleph

Si dice che quando si muore si è soli, e questo è vero. Quello che però non si dice, perché tra i vivi non si sa, è che quando si muore, o meglio, subito dopo essere morti, non si ha la benché minima idea di cosa e come sia successo. La prima sensazione che si avverte è simile a un'immane e muta esplosione di immagini, ricordi e percezioni. L'io si frantuma in una miriade vorticosa di frammenti della propria esistenza, spinti a separarsi da una disgregante forza centrifuga, finché il concetto stesso di centro, di individuo, da cui si dipartono tutti questi elementi, svanisce. Ogni singolo istante vissuto, con tutto quello che la coscienza è riuscita a registrare, si ritrova sospeso nel nulla. Non vi sono più nessi logici, rapporti di causalità, ma solo un insieme di sequenze rimescolate e messe l'una di fianco all'altra in maniera casuale.
    Tutto ciò accade a partire dai primissimi istanti dopo la morte. Sono momenti che, per la quasi totalità della gente, priva di una sufficiente maturità spirituale, costituiscono un'esperienza di pura angoscia. Provate a immaginare che un bel giorno, mentre state camminando per strada o magari siete alla guida della vostra auto, d'improvviso, senza soluzione di continuità alcuna, vi ritrovate seduti in un banco di scuola, indossate un grembiule blu scuro e la maestra vi sta bacchettando perché non avete studiato la lezione. Subito dopo siete su una spiaggia affollata e avete vent'anni. Sentite la sensazione di caldo bruciante sulla pelle. La sete. Poi appare un emporio che vende cianfrusaglie per turisti, abbarbicato sulla cima di una viuzza stretta che sale sulla collina, in una bruciante notte di luglio. Il profumo di acqua di colonia mentre a dodici anni baciate la prima fidanzatina sotto le scale antincendio della scuola, il profumo dei biscotti della nonna, l'odore degli anfibi di gomma del poliziotto che vi colpisce la faccia durante la manifestazione, vostra madre seduta al balcone che sorride mestamente, e un sole grande, che vi trafigge lasciandovi ammutoliti e pensosi. La polvere a terra e i palazzi in alto, che soffocano le cime di sparuti alberi morenti. I panni stesi fuori dai balconi ad asciugare e un treno che corre su un vecchio ponte che calpesta il parco di quartiere. L'aria fredda e pungente di un mattino di gennaio che penetra nelle narici e si fa strada fino al cuore. Una leggera brezza che accarezza la pelle pregna di sale. Una lieve malinconia. Un'acuta angoscia. E mille altri eventi che possono comporre il mosaico della vita di una persona.
    Si passa da una scena all'altra senza controllo e non si capisce cosa stia accadendo. Di certo non si ha il minimo sospetto di essere morti, tanto più che la scena finale della propria vita è totalmente assente, rimossa. Potete immaginare lo spavento che tutto ciò comporta. Semplicemente non si capisce cosa stia succedendo e in quale modo si possa gestire tale situazione. Poi, a mano a mano che l'io si disgrega, non c'è più posto per nessun tipo di considerazione e giudizio generale, e l'angoscia svanisce. Rimangono solo i ricordi sospesi nel nulla. Anzi, non i ricordi. Le scene vengono vissute direttamente.    
    Questi fatti accadono poiché, subito dopo la morte, la coscienza, non avendo più il supporto materiale del cervello, perde ogni contatto con la realtà dell'universo fisico, e di conseguenza perde la capacità di innestarsi in un filone spazio-temporale univoco. E così le singole tessere del nostro mosaico personale si disgregano e noi cessiamo di essere un individuo. Si va avanti così incessantemente, rivivendo più volte gli stessi istanti, ogni volta con l'accento posto su percezioni sensoriali diverse, e, cosa più importante, tutti questi momenti vengono rimescolati in un ordine sempre diverso. Finché un giorno non capita che due eventi legati tra loro da un nesso di causalità, per pura casualità, si ritrovano a essere vissuti nel giusto ordine. Col passare del tempo, queste coppie di eventi riordinati si moltiplicano e a essi cominciano ad aggiungersi intere sequenze, e così pian piano, anche se il quadro generale rimane affatto confuso e frammentario, comincia nuovamente a farsi strada l'idea di una certa unitarietà, di essere un individuo. Si percepisce di essere stati qualcuno, anche se non si sa chi. E, soprattutto, si percepisce il fatto di essere stati e non di essere. Ma non ritorna la paura. Una volta che si è sicuri di trovarsi al di là del fatidico istante della propria morte, nulla ha più importanza.
    La prospettiva da cui si guardano le cose terrene da qui è ineffabile. La parola gioco sarebbe la più vicina ai vostri concetti, ma sotto molti aspetti tale termine è totalmente fuorviante. Il linguaggio umano è oltremodo mutilo.
    Una volta che si è capito di essere stati un individuo, la sensazione che si prova è di avere in mano un libro spaginato, le cui stesse pagine sono spesso lacerate. Si possono leggere frammenti di una storia che si intuisce soltanto essere stata unitaria.
    A volte, per un mero gioco del caso, si ricompone un'intera pagina.
    Ricordo, per esempio, il cimitero di una piccola cittadina, e una tomba immersa nella quiete sonnacchiosa che regna in quei luoghi. Fu lì che per la prima volta vidi Giulia, col suo sorriso triste e gli occhi grandi. Veniva a portare i fiori a suo papà, morto l'anno prima. Per due anni ci amammo. Ogni mattina passava da casa mia prima di andare a lavoro (io allora – mi pare – studiavo, o almeno ci provavo) e accarezzandomi il viso mi baciava, poi mi sorrideva e andava via. Sono quasi sicuro che in quei giorni pensavo davvero di essere felice. La sera trascorrevamo ore spensierate, forse le migliori della mia vita. Fu un amore tenero di cui conservo un dolce ricordo. Poi un giorno partii. Stetti un po' via, andai di qua e di là, sospinto dal vento dell’inquietudine: mi vedo, all’epoca, alquanto tormentato da mille pensieri che mi portavano a girare e rigirare a vuoto, senza concludere mai nulla di significativo. Insomma, pian piano ci perdemmo di vista. Ma è sempre così: le cose più belle della nostra vita finiscono senza fare rumore, quasi come se fossero eventi di scarsa importanza, né un finale tragico né un epilogo trionfale, svaniscono come i sogni all'alba quando apriamo gli occhi, e forse sono davvero soltanto sogni.
    È difficile conservare un ricordo preciso degli eventi che si succedettero. Alcuni episodi sono ancora scritti chiaramente nella mia memoria, altri sono ancora ridotti a brandelli. È passato tanto tempo. Ricordo un viaggio in Australia e una rissa in un pub, durante la quale ricevetti un pugno allo stomaco; ricordo un vagone abbandonato e una comunità di senzatetto che v'imputridiva; una volta fui arrestato, sbattuto in una stanza buia e picchiato selvaggiamente per tutta la notte, ma non chiedetemi il perché. Poi ricordo una vetta che si staglia nel cielo perdendosi tra le nuvole e due omini in tunica arancione o rossa, pelati, che mi sorridono tenendo le mani giunte.
    Un'altra pagina, non affatto correlata, per quanto ne sappia, agli eventi che ho appena ricordato, si svolse in un afoso pomeriggio di luglio, mentre ero sdraiato in un parco. L'imponente sinfonia delle cicale regnava incontrastata su quell'arida distesa di cemento che era la città pressoché deserta. Posso sentire ancora adesso la sensazione che tutti fossero fuggiti via, lasciando me solo e pochi altri intrappolati in un contesto che sfumava nell'irrealtà. Gli autobus si lasciavano dietro le pensiline vuote senza fermarsi; dalla radio di un chioschetto la voce del notiziario si perdeva nella vacuità delle strade imponendosi, senza ricevere alcuna resistenza, sul silenzio postprandiale; l'orizzonte tremolava inghiottendo i palazzi in un'inondazione illusoria. Tutto ciò mi dava l'impressione di trovarmi tra le vestigia di una realtà irrimediabilmente tramontata.
    A quell'ora anche il parco era deserto. Studiando con lo sguardo il profilo di una grossa nuvola, andavo considerando la natura del mio animo, e non senza pretenziosità la paragonavo a Ulisse. Anzi ai due Ulisse: quello di Omero, tormentato dal desiderio di ritornare a casa e occuparsi della sua famiglia; e quello di Dante, pungolato da un'inesauribile sete di conoscenza. Il primo tornò infine a casa, l'altro andò a morire dinnanzi alla montagna del Purgatorio, presso cui era stato portato dall'ansia di sapere. Pronunciavo il nome dell'eroe, e nella mente si configurava la sovrapposizione schizofrenica dei due personaggi. Io, fino a quel momento (almeno così credo di vedere ora), ero stato in pieno mediterraneo, sbalzato da forze sconosciute, e non sapevo ancora cosa avrei deciso, se mi sarei spinto oltre le mie colonne d'ercole oppure sarei finalmente tornato in patria.
    A poco a poco cominciava ad arrivare gente. Tre bambini si erano messi a giocare a palla alla mia sinistra. Di fronte, le loro mamme erano sedute alla panchina e chiacchieravano. Passò un uomo e mi chiese di fargli accendere la sigaretta. Gli porsi l'accendino e lo guardai mentre armeggiava con esso. Aveva i capelli radi che cercavano di coprire come meglio potevano una testa irregolare. Il viso era scarno e il naso prominente. Mi riconsegnò l'accendino fissandomi negli occhi. Io cercai di reggere a quello sguardo ma non riuscivo a evitare il disagio crescente che a poco a poco mi stava prendendo. Alla fine parlò chiedendomi se avessi bisogno di un lavoro. Non facevo niente da tre mesi e gli risposi di sì. Mi diede appuntamento l'indomani alle sette, presso un bar anonimo, in un quartiere residenziale, tranquillo. Mentre si allontanava fui colpito dalla sua magrezza, che esprimeva una grande energia interiore. Il giorno successivo incontrai quell'uomo all'ora stabilita, nel luogo stabilito, ma le mie memorie non vanno oltre.
    I ricordi, fissati mediante le percezioni sensoriali, si sedimentano silenziosamente nella parte più riposta della nostra coscienza, che altri chiama subconscio, e, anno dopo anno, vengono sommersi da una mole sempre crescente, mentre il nostro io cosciente vive nel presente, portandosi dietro di sé tutto l'apparato della memoria intellettuale, che tesse il vago romanzo della nostra identità esteriore, contraddittorio nelle sue giunture grossolane, ma tanto utile a che riusciamo a mantenerci nell'agire: fossero attivi nelle nostre menti tutti gli attimi autentici e necessariamente non correlati tra loro dei nostri presenti passati, invano cercheremmo l'azione nel presente presente, e ci sarebbe preclusa ogni possibilità di disegnare il futuro. Questo invece è ciò che accade quando ci si ritrova da questa parte. Al di là di qualche rara isola di coerenza, gli istanti vissuti si presentano in un ordine del tutto casuale, e ciò blocca totalmente ogni azione. Poiché ogni azione presuppone un’intenzione, e ogni intenzione un passato coerente e un’altrettanto coerente proiezione nel futuro.
    Pure, nel momento di massimo disordine, tutto acquista un senso mai intuito prima. Se abbracciate con un solo sguardo l'intera vostra vita, non vi troverete alcun senso. Se la guardate istante dopo istante, e tenete tali istanti ben separati l'uno dall'altro, ne confondete l'ordine, recidendo ogni apparente nesso di causalità, allora ogni istante avrà il suo significato, ineffabile, ma che riluce nella vostra anima, come le stelle in una dolce notte d'estate.
    Giunti a questo climax, si perde nuovamente, e definitivamente, la propria identità. Dopo aver colto il senso della mia personale esperienza, ho abbandonato completamente me stesso.
    Ciò che accade dopo è semplicemente inenarrabile. Proverò a dare soltanto una pallida traccia, un frammento infinitesimale, scorto il quale rimarrete ancora a distanza infinita dalla realtà.
    Sono stato fante in trincea durante la Grande Guerra. Amanuense in un’abbazia di benedettini, provai l'estasi ottusa di perdermi nel lavoro meccanico di far scorrere l'inchiostro sulla pergamena. Ho udito, dalla mia stessa voce, il suono del dialetto attico durante un processo nell'Atene di Pericle. Donna, in un'alba del IX secolo, fui violentata durante una scorreria saracena su una spiaggia daunia, sotto gli occhi atterriti del vecchio padre e dell’amato sposo. A Babilonia, ho atteso a lungo il ritorno di mio figlio dalla battaglia di Opis, invano. Ho mangiato carne cruda nel buio di una spelonca, sulle cui pareti avevo immortalato le più gloriose scene di caccia della mia tribù.
    In seguito, la disgregazione del mio io è passata in una nuova e più violenta fase. La mia essenza, qualunque cosa essa sia, si è letteralmente diluita nell'universo.
    Sono stato un ciottolo levigato dal mare e abbandonato per secoli su una spiaggia di poveri pescatori, porgendo ogni mattina il mio volto alla potenza gloriosa del sole nascente. Sono diventato un grano di polvere interstellare in una lontana galassia a spirale. Sono stato un fotone e ho vagato centinaia di migliaia di anni all'interno di una stella prima di venirne fuori. Sono stato un atomo di carbonio, respirato da una forma di vita primordiale in un'atmosfera aliena, durante un'alba con tre soli. Ancora fotone, ho rimbalzato tra gli anelli di un pianeta gassoso, prima di trasformarmi in una coppia elettrone-positrone. Sono stato dapprima l'elettrone, poi il positrone, poi entrambi in un ineffabile legame schizofrenico. Ho soffiato, come vento, tra le piante di una flora misteriosa e solitaria, nel crepuscolo di un pianeta appena svegliatosi alla vita. Ho attraversato l'orizzonte degli eventi di un buco nero massiccio al centro di una galassia vecchia e stanca. Ho visto la fine e l'inizio del tempo. Tutti i tempi, tutti i luoghi.
    Se posso raccontarvi la mia esperienza, è perché sono stato, a un certo punto, la coscienza di colui che sta scrivendo queste pagine. Io stesso non sarei memore di quello che vi ho detto, se non fosse per questo raro miracolo: l'estensione pressoché infinita, nel tempo e nello spazio, dell'esistenza rende questo evento assai meno probabile dell'improvviso ricomporsi di una figura umana da una folata di vento che spazzi un mucchio di polvere. Eppure adesso sono qui.
    Nella coscienza del mio ignaro ospite ho appreso i brandelli della mia storia, e della storia di molti altri; nella sua coscienza ho appreso il mio stato attuale; nella sua memoria ho letto di quell'uomo che disse che noi moriamo, ma l'Universo permane: e a lui ho dedicato queste pagine.
    Questo miracolo mi ha donato la fede nell'esistenza di Dio, ma essa durerà finché non abbandonerò la mente dell'autore. Poiché, ogni considerazione metafisica, ogni questione teologica, ogni filosofia, da questa parte, è affatto priva di significato.


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